YEMEN, DISASTRO UMANITARIO

A chi non è morto sotto le bombe sono stati rasi al suolo istruzione, assistenza sanitaria, lavoro. E ora gli bombardano anche il poco cibo rimasto. Perché se vivi, vivi da pezzente, da schiavo, alle loro condizioni.

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Un Rayito de Luz en Costa Rica

Costa Rica. San Josè.

Laureanda bocconiana, Roberta Mallia ha sempre voluto avvicinarsi al mondo del volontariato. E’ stato grazie all’appoggio di International Volunteer HQ, in contatto con l’associazione costaricana Maximo Nivel, che la giovane siracusana ha avuto l’opportunità di dare un aiuto concreto, di fare del bene nei confronti di chi il bene non l’ha mai ricevuto. Continue reading “Un Rayito de Luz en Costa Rica”

Solo per amore

Il viaggio che ci apprestiamo a raccontare ha inizio nell’estate del 2014, quando due amiche decidono di partire per una nuova esperienza. Con loro soltanto una valigia carica di insicurezze su ciò che le avrebbe attese al di là del confine, ma allo stesso tempo tanto entusiasmo e determinazione nell’offrire il proprio contributo al prossimo. Continue reading “Solo per amore”

Alla ricerca della felicità

Immaginate di avere vent’anni e di prendere un treno, una mattina, e cambiare vita. È fondamentalmente quello che ognuno di noi, studente fuorisede, ha fatto, no? Qualche valigia piena di vestiti, sogni e speranze e… via: città nuova, casa nuova, gente nuova.

Ripensando a quel momento, ponetevi una domanda: in questo tripudio di lezioni, esami, serate e spritz, quanto vale il mio tempo? Un istante, direbbero alcuni. Una vita, direbbero altri. Io me lo son chiesta tante volte e tra le mille risposte ce n’era una che sembrava fare al caso mio: il mio tempo vale la felicità che riesco a provare. Ecco, questa è la parola chiave di tutto: felicità. Continue reading “Alla ricerca della felicità”

Lavorare insieme per l’Africa

Francesca è una studentessa e membra di Students for Humanity. Racconta la sua esperienza di un’Africa diversa, dove lavorare vuol dire lavorare insieme. 

A marzo ho comprato un biglietto per Nairobi convinta che l’esperienza di 3 mesi che stavo per vivere li mi avrebbe cambiato la vita. Sono arrivata a Nyandiwa il 21 giugno e sono stata subito accolta in modo fantastico dallo staff del Centro IKSD (Italian kenyan scout development project ). La bellezza del “Progetto Harambee” sta nel lavorare insieme.

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La mia esperienza: da volontaria ad insegnante

E’ ormai quasi da un anno e mezzo che svolgo attività di volontariato presso la scuola Filef (federazione italiana lavoratori emigranti e famiglie), che si trova in via Bellezza a Milano, ospitata dal Circolo Arci Bellezza.

La realtà della scuola Filef fa parte della Rete di scuole senza permesso, che ormai da anni offre lezioni di italiano gratuite agli immigrati. E’ costituita per intero da volontari, non vanta schieramenti politici e supporta i valori dell’accoglienza, uguaglianza e giustizia sociale.

Sono venuta a conoscenza di questa associazione tramite il desk di volontariato, una delle attività supportate dalla nostra associazione studentesca Students for Humanity.

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L’attività di insegnamento agli stranieri proposta dal Filef mi ha subito entusiasmata e ho deciso dunque di lanciarmi in questo tipo di esperienza. Dopo alcuni mesi di apprendimento delle tecniche di insegnamento, durante i quali ho assistito alle lezioni tenute dai maestri/e che fanno i volontari ormai da anni, ho preparato e tenuto la mia prima lezione ai migranti.

Preparare la lezione da presentare in aula non è affatto una cosa semplice ma, grazie al supporto ed ai consigli degli altri volontari con il tempo si riesce a prendere dimestichezza in aula e si è in grado di tenere la lezione in autonomia.

L’esperienza in aula è ancora più formativa perché ti permette di mettere in atto le tecniche di insegnamento apprese e di instaurare un rapporto con gli studenti. Fare lezione non significa, infatti, solo insegnare la lingua italiana ma anche riuscire a conoscersi, collaborare insieme, e talvolta, perché no, anche divertirsi.

Ciò che mi stimola di più in questa attività è proprio il rapporto che si instaura con gli studenti immigrati, che sono molto riconoscenti nei confronti di noi insegnanti e a fine lezione ci ringraziano e ci sorridono in continuazione . E’ spesso accaduto che molti di loro si presentassero un po’ prima dell’inizio della lezione per scambiare qualche chiacchiera, poiché la nostra scuola è vista da molti di loro non solo come un luogo di apprendimento della lingua ma anche come un’occasione di socialità, di svago, di valorizzazione di sè. Per molti, inoltre, è l’unico momento di contatto con gli italiani chiusi come sono in molti casi all’interno delle proprie comunità nazionali, realtà che proteggono e sostengono ma che rendono più difficoltosa l’integrazione.

A tal proposito proprio per creare unità e consolidare i rapporti interpersonali tra studenti e volontari , la nostra scuola organizza delle feste prima di Natale e alla fine dell’anno in occasione della consegna dei diplomi agli studenti. Questi momenti di festa sono la migliore occasione per conoscersi meglio, trascorrere del tempo tutti insieme e sentirsi parte di una collettività all’interno della scuola.

All’inizio dell’estate si tiene una festa cittadina che vede la partecipazione di tutti gli studenti iscritti alle numerose scuole per stranieri simili alla nostra, un’occasione d’incontro aperta a tutta la cittadinanza. Viene organizzato ogni anno un torneo di calcio in cui diverse squadre, anche di altre scuole, si sfidano e nel 2013 la nostra scuola ha vinto per la terza volta di seguito il torneo della Rete di scuole senza permesso. Per conservare la tradizione di vittorie siamo sempre alla ricerca di qualche volontario che voglia occuparsi di diventare l’allenatore della squadra, che ogni anno viene riformata. Sono inoltre organizzati ogni anno dei mercatini natalizi per la raccolta di fondi per l’associazione Filef Lombardia.

Ad ogni lezione presenziano solitamente almeno due insegnanti, in modo da cercare di seguire tutti in modo più efficace e dare sostegno agli alunni più in difficoltà. Talvolta, come quest’anno, capita di avere in classe qualche straniero analfabeta anche della sua stessa lingua, dunque le difficoltà sono davvero estreme, ma si cerca sempre di fare il possibile per seguirlo e aiutarlo nell’apprendimento, con appositi insegnanti di sostegno.

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Se qualcuno di voi si stesse chiedendo “perché lo fai?“, io vi risponderei che lo faccio per aiutare altre persone, ma anche per me stessa, perché vi assicuro che la sensazione più bella è uscire da quell’aula e pensare che quelle persone nell’arco di un anno sapranno parlare un po’ d’italiano anche grazie a te. E una lingua, come sapete, è uno strumento fondamentale per vivere in un paese, cercarsi un lavoro, farsi delle amicizie, integrarsi nella società ed è importante permettere a tutti di ottenere questo strumento.

Il volontariato è donare una parte di sé agli altri, ma sono soprattutto gli altri che donano qualcosa a te, attraverso un sorriso, un grazie, un abbraccio, un’espressione che ti comunica riconoscenza.

Ciò che mi ha colpito di più di questa scuola è la filosofia che ci sta dietro: l’apprendimento di una lingua dev’essere accompagnato ogni giorno dalla trasmissione di valori quali l’integrazione, l’accoglienza e l’uguaglianza.

 

Livia Morosini

Oriti Ahinya

Raffaela Muoio è partita quest’estate con la Fondazione Brownsea ONLUS e ha partecipato con altri ragazzi al progetto HARAMBEE in Kenya. Un’occasione di grande crescita personale che le ha permesso di confrontarsi con un mondo nuovo, prima a lei sconosciuto.

Prima del 17 luglio, quando per la prima volta ho messo piede a Nyandiwa, non potevo neanche immaginare quanto sarebbe stata significativa l’esperienza che stavo per intraprendere. Con Andrea, Antonio, Delia, Francesca, Luca, Luigi, Matteo e Mattia, la scorsa estate ho partecipato come volontaria al Progetto International Kenya Development Project, IKSDP – Harambee nella penisola di Nyandiwa sulle rive del Lago Vittoria in Kenya.

Per me, come per la maggior parte dei miei compagni, era la prima volta che respiravo l’aria dell’Africa, dell’Africa Nera. Quello era stato un mondo che fino ad allora avevo incontrato solo in migliaia di fotografie e desideravo vedere con i miei occhi per capirne il fascino e comprenderne le migliaia di contraddizioni lì radicate. Ogni momento laggiù è stata un’occasione di grande crescita personale e di giorno in giorno fiorivano le occasioni per riflettere ed apprendere una cultura tanto lontana dalla nostra.

Harambee”, in Swahili, significa “lavorare insieme” ed è da 30 anni che queste parole animano lo spirito del progetto. IKSDP nasce nel 1983 con la realizzazione del centro Scout nel villaggio di Nyandiwa, grazie all’iniziativa della Fondazione Brownsea in collaborazione con il World Scout Bureau-Africa Regional Office e la Kenya Scout Association, dopo dieci anni di conoscenza della comunità locale. Negli anni sono stati realizzati numerosi progetti; alcuni sono conclusi, altri ancora in corso.

Uno dei più significativi è stato quello che ha portato l’acqua di una sorgente nella foresta di Kisaku a monte della penisola di Nyandiwa al villaggio, grazie ad un acquedotto di 20 km.

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Ad oggi tra le principali attività del centro vi sono il College che forma insegnanti per la scuola primaria, le attività di agribusiness, come la coltivazione dei girasoli e della jatropha, l’allevamento ittico, ovino e bovino, e la costruzione di uno Sport Center. L’obiettivo è creare micro-sistemi replicabili dalla comunità, affinché i locali possano gestirli in autonomia. Una volta che un progetto viene percepito proprio, IKSDP lascia l’attività dedicandosi a bisogni che ancora non sono stati soddisfatti.

Lo staff IKSPD è interamente locale: uomini e donne cresciuti nel centro che ad oggi sostengono con impegno e dedizione lo spirito del progetto, consci di avere una grande responsabilità nei confronti della comunità di Nyandiwa e motivati da un grande senso di solidarietà.

L’esperienza ci ha permesso di osservare un esempio vincente di un progetto di cooperazione internazionale e sviluppo. Ciò che contraddistingue “Harambee” dalla miriade di interventi umanitari sparsi per il mondo è innanzitutto la negazione di qualsiasi forma di assistenzialismo. I risultati positivi che sono oggi visibili in quelle zone sono frutto di trent’anni di continua analisi della realtà locale e costruzione di un clima di fiducia e rispetto con la stessa comunità. La conoscenza e condivisione di spazi, esperienze e stili di vita sono gli strumenti che permettono la realizzazione di progetti veramente utili alla popolazione locale di modo da definire traiettorie di sviluppo sostenibile.

Il rapporto, confronto e dialogo continuo con i locali permette di costruire nella propria mente un’idea reale della cultura, dei modi di vivere e di agire, dei costumi e delle tradizioni di quelle persone, ma soprattutto consente di capire che la trasposizione automatica di modelli occidentali, siano essi pratici o ideologici, non può che avere effetti devastanti sullo sviluppo di questi territori. Constatare le differenze esistenti è il primo passo fondamentale per scegliere e realizzare progetti di sviluppo adatti ed efficaci da implementare in quelle zone.

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Il rispetto e l’accortezza verso le loro tradizioni e abitudini sono il prerequisito necessario per abbattere la diffidenza e aprirsi nella maniera più sincera allo scambio reciproco.

Credo che l’Africa non abbia bisogno di gruppi di ragazzini occidentali che vanno a costruire le mura di un asilo o di un orfanotrofio, perché braccia sicuramente migliori delle nostre là non mancano. Inoltre penso che il contributo maggiore che un volontario possa dare in queste occasioni sia il dialogo alla pari con i locali. Capitava spesso di avere davanti a me persone anche più adulte per le quali ogni mia parola era quella giusta, solo perché avevo il colore della pelle diverso. A mio avviso è questo il muro più grande da dover abbattere; quegli uomini e quelle donne hanno bisogno di sviluppare un senso critico di fronte alla realtà che permetta loro di valutare le possibili alternative, prendere scelte consapevoli e affrontarne le conseguenze. L’assoggettamento culturale verso i bianchi è una parte fondamentale della loro cultura, radicato negli anni e molto difficile da estirpare.

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Di ritorno dall’Africa una delle domande più frequenti che ho ricevuto è stata: “Allora, cosa avete costruito laggiù?”. Tutto e niente. Non abbiamo costruito asili, orfanotrofi, scuole, ma abbiamo costruito relazioni che porteremo dietro per tutta la vita e che spero avremo modo di coltivare in futuro, relazioni che hanno cambiato la nostra anima e che soprattutto speriamo abbiano lasciato qualcosa lì.

Abbiamo deciso di riportare in Italia l’entusiasmo che ha caratterizzato questa esperienza, avviando una raccolta fondi nella città di Milano attraverso una serie di eventi. Tra questi è presente un’esposizione permanente di fotografie scattate a Nyandiwa, un laboratorio di cucina africana in collaborazione con ARCI Milano e altre iniziative. L’obiettivo è di creare un ambiente familiare e accogliente per condividere la nostra esperienza e testimoniare il successo del progetto.

 

“Gli occhi scuri pieni e lucenti di quella gente, le urla dei bambini che ci correvano incontro, i sorrisi delle donne anziane avvolte nei loro tessuti dai mille colori, le forti strette di mano, il cielo più stellato che io abbia mai visto, l’odore intenso del lago dopo la pioggia, le distese di Omena essiccati che rendevano il villaggio dei pescatori un paesaggio lunare, la “grande famiglia” di Casa Scout.” I ricordi sono innumerevoli, impressi nella mente di ognuno di noi ed è arduo raccontarli per la quantità di emozioni che hanno generato.

Quando ho lasciato Nyandiwa ero serena, ero certa che non fosse un addio, ma un arrivederci. Ormai il progetto fa parte di me e so per certo che ritornerò” mi è stato detto un po’ di tempo fa. E ora so quanto quelle parole fossero vere.

Oriti Ahinya, Africa.

Arrivederci, Africa.

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“MammeBambini”, un progetto che dà fiducia a madri in difficoltà

Cambiare paese non è mai una cosa facile. Abbandoni le tue radici, la tua famiglia, la tua realtà e vieni catapultato in qualcosa di nuovo, sconosciuto, dove nessun volto porta certezza.

Farlo da madre, con la consapevolezza di dover crescervi un bambino, spaventerebbe chiunque. Hai paura di non farcela, di rimanere isolata ed esclusa da un mondo che non conosci e non ti riconosce, e ancora di più hai paura per tuo figlio, paura che non si adatti nemmeno lui, paura che la scelta presa per dargli una vita migliore lo porti invece a sentirsi solo un emarginato.

Scappate da realtà che noi stentiamo ad immaginare, queste donne hanno raggiunto i mariti in Italia, sperando di riuscire a costruire una famiglia, di garantire un futuro diverso ai loro bambini. Da sole, però, è difficile riuscire ad inserirsi in un Paese che non solo non ha le tue stesse tradizioni, ma non capisce nemmeno la tua lingua.

Il progetto “MammeBambini” del CIF (Centro Italiano Femminile) Provinciale Di Milano nasce dunque con la finalità di portare un aiuto a queste mamme, organizzando corsi di italiano gratuiti a cui tutte possono partecipare e fornendo un servizio di cura dei bambini in contemporanea alle lezioni, in uno spazio giochi attrezzato. Una formazione linguistica è fondamentale per l’inserimento di queste donne, che saranno poi in grado di accompagnare meglio i loro figli nel percorso scolastico.

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E’ come volontaria che ho preso parte a questo progetto. La signora Emanuela, socia del CIF che ogni giovedì mattina attraversa tutta Milano per venire a curare i bimbi, me ne ha subito dato uno in braccio per farmi prendere confidenza. Ce ne sono cinque: tre neonati di pochi mesi e due fratellini di tre e cinque anni. Disegniamo con i pastelli a cera, facciamo le costruzioni con il Lego e giochiamo con le macchinine. Ogni tanto le mamme più ansiose passano a dare un’occhiata, e poi tornano alla loro lezione. Non tutte riescono a venire sempre, ma la signora Emanuela mi dice che da quando hanno cominciato ora sono più sicure, si fidano, sanno di aver trovato un aiuto. I loro mariti sono venuti a controllare, non vogliono che nessun uomo si avvicini ai loro figli e alle loro mogli. Però permettono che imparino l’italiano e che facciano curare i bambini. Sono piccoli passi verso un percorso graduale di apertura. 

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La signora Emanuele mi ha spiegato quanto sia difficile per i responsabili del CIF trovare i mezzi per andare avanti senza profitti. Un tempo gestivano un asilo nido a tempo pieno, poi hanno dovuto rinunciare per mancanza di fondi. Questo progetto sta andando bene e portando dei risultati, ma per poterlo espandere è necessario l’aiuto di più persone. Mi chiede se conosco altre ragazze interessate a fare questa esperienza. “Abbiamo bisogno di persone giovani e piene di energie!”. Due ore a settimane non son poi tante. Ogni lunedì e giovedi dalle 10 alle 12 potreste andare ad aiutare una mamma e il suo bambino.

Camilla Sacca

La mia partita con l’Africa

Il 17 luglio 2014 sono tornata in Africa. L’esperienza vissuta l’anno scorso al Centre Jeunes Kamenge, il centro giovani situato nei quartieri nord della capitale del Burundi, Bujumbura, mi aveva toccata nel profondo, al punto da diventare uno dei pensieri fissi di quest’ultimo anno di liceo. I ricordi e le risate, le parole scambiate, le mani coperte dal fango dei mattoni, i balli, i canti, le messe, e soprattutto gli amici, quelli che ho continuato a sentire anche durante l’inverno e che non vedevo l’ora di riabbracciare: tutte queste cose mi hanno convinta a ripartire, insieme a Cecilia, l’amica che per prima mi aveva parlato del Centre.

Il primo impatto con l’Africa era stato un fatto di cuore, di emozioni, di sensazioni che colpiscono tutti i 5 sensi come una raffica di vento. È l’incontro con un mondo totalmente diverso, affascinante e incomprensibile: e quando cominci a capirlo, è ora di andartene. E anche il primo ritorno in Italia era stato disorientante, malinconico e rabbioso allo stesso tempo: un’esperienza del genere rende tanto evidenti atteggiamenti di superficialità che nella vita di tutti i giorni si accettano e si lasciano correre, e fa cedere alla tentazione di ergersi a giudici universali.

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Questo secondo anno è stato diverso, in parte per una mia volontà e in parte per particolari circostanze da me indipendenti. Insomma è stato meno forte e più intenso. Il tentativo è stato quello di affrontare meno di cuore e più di testa tutto ciò che lo scorso anno mi aveva emotivamente scossa, per arrivare ad una maggiore profondità di comprensione e, soprattutto, di relazioni. Se l’anno passato scrivere ciò che vedevo e provavo era una vera e propria necessità, per mettere ordine nei miei pensieri, quest’anno con altrettanta impellenza ho sentito il bisogno di parlare, domandare, capire dagli stessi ragazzi ciò che loro pensano, vivono, sognano.
Il primo anno l’Africa è stata una partita a cui ho assistito da spettatrice: le tattiche di gioco mi stupivano e lasciavano a bocca aperta, e ben presto mi sono lasciata trascinare dal tifo e dai cori. Il secondo anno sono scesa in panchina, per interrogare gli stessi giocatori sul perché di quelle strategie di gioco e sui loro pronostici di vittoria: ho abbandonato i cori entusiastici e lo spettacolo appassionante del gioco, ma in cambio ho cominciato a sentirmene parte io stessa.
Eppure, ogni volta che l’orizzonte di comprensione sembrava avvicinarsi, accadeva qualcosa – un evento inaspettato, una conversazione particolarmente emozionante, un incontro singolare – che sembrava quasi volermi dimostrare quanto poco in realtà avessi capito della partita.

Una sera è arrivato un ladro al centro. È entrato nelle camere, minacciando di morte una dottoressa che vi era alloggiata, e le ha rubato orologio e iPhone per poi scappare. È stata chiamata la polizia, che è accorsa portando con sé un neanche troppo vago odore di alcol, ed ha condotto interrogatori sommari su ciò che era successo, senza domandare nulla alla diretta interessata. Uno dei ragazzi più attivi del centro ha affermato di poter identificare il ladro. E’ stato portato via, con lo scopo di tenerlo una notte in prigione e procedere il giorno dopo con il riconoscimento. Dal nulla, caricato in macchina e trasportato in prigione. Tutti gli altri ragazzi del centro stupiti erano quanto noi volontari bianchi, incapaci di agire, e vincolati da un muto accordo di vicendevole tolleranza siglato tra il CJK e il governo, un regime semidittatoriale mascherato da democrazia. Una democrazia formale che vedrà l’affluenza alle urne proprio l’anno prossimo, nel 2015, anno che si prospetta molto caldo per quel piccolo paese dell’Africa, soprattutto dopo che il segretario dell’ONU in Burundi ha denunciato lo scorso aprile il rischio di una guerra civile e di un conflitto etnico spaventosamente simile al ’94 rwandese. Il Centre Jeunes Kamenge, oasi di pace e di convivenza, di tolleranza e di rispetto delle diversità, non può permettersi di rompere i delicati equilibri che mantiene con il governo, soprattutto per simili vicende. Ma questi sono pensieri che arrivano dopo, ragionando con la testa: perché il primo impatto con le grida di un amico che viene trasportato senza alcun motivo in una prigione burundese è doloroso, incomprensibile, e la tentazione è quella di urlare, di gridare all’inciviltà.
Ed ecco che l’Africa mostra tutte le sue crepe, le sue dolorose incongruenze. Il paese dell’hakuna matata, del “senza pensieri”, del sorriso dei bambini, dei canti e dei balli, della gioia di vivere che vince anche le situazioni più difficili, ecco che questo paese idilliaco si tramuta nel volto sconvolto di un amico. Le canzoni della pace cantate al mattino dai giovani del centro vengono coperte dalle urla di quegli stessi ragazzi, che, trovato il ladro, cominciano a picchiarlo davanti ai tuoi occhi per sapere dove ha nascosto telefono e orologio.

“Non dovete rispondere alla violenza con la violenza” gridano i bianchi.

Ma quale giustizia si può pretendere in un paese dove i poliziotti puzzano di alcol e mettono in prigione le persone senza una vera ragione? Dove il partito al potere ha armato l’ala giovanile affinché faccia piazza pulita dell’opposizione? Dove l’ipotesi di una nuova guerra risveglia i fantasmi nelle famiglie che hanno già perso padri, madri, mariti e fratelli in quella conclusa da appena 10 anni?
Di fronte a questi ragazzi, il cui tentativo di recuperare gli oggetti rubati è un ultimo, disperato tentativo di cercare da soli un minimo di giustizia, è caduta ogni mia pretesa di giudizio.

Eppure, proprio quando ho provato il più profondo orrore per un’Africa che non avevo ancora conosciuto sulla mia pelle, proprio allora ho cominciato ad amarla ancora di più. Solo vivendo di persona i dolorosi e sconvolgenti difetti dell’Africa ho capito veramente lo sforzo immane e straordinario di tutte quelle persone che si impegnano per cambiare le cose. La violenza gratuita non è ciò in cui credono questi ragazzi, ma è ciò a cui li costringe l’ordine del loro mondo. Un ordine a cui cercano di Sopravvivere, in attesa di cominciare a Vivere. Non è incoerenza cantare canzoni di pace al mattino, non è incoerenza costruire mattoni per le famiglie più povere, non è incoerenza fare dibattiti, discussioni, confronti: è voler dimostrare che un altro Burundi è possibile, con un’altra giustizia e un altro rispetto, e che i giovani sono disposti a sporcarsi le mani di fango per costruirlo, questo Burundi.
L’ultimo giorno, un ragazzo mi ha regalato un documentario sul Burundi. Una volta arrivata a casa l’ho guardato, pensando parlasse della sua storia, della guerra civile, e dell’enorme dolore che questo piccolo paese ha vissuto e sta vivendo. E invece mi sono trovata davanti stupendi paesaggi, affascinanti tradizioni, incredibili manufatti. “Il mio paese non è solo la povertà dei quartieri nord o la violenza della guerra. Il mio paese è l’inestimabile bellezza dei luoghi, la ricchezza culturale e umana. Ha miliardi di problemi e di contraddizioni, ma questo non mi impedisce di amarlo con tutto il cuore, e, in nome della sua bellezza, di provare a cambiarlo.” Cominciando, ancora una volta, dalla forma di un mattone.

E chissà che in futuro non avrò la fortuna di giocarla io stessa, questa partita per l’Africa.

 

Sara Manstretta

Volontari per un giorno

Opera San Francesco per i poveri.

Opera Cardinal Ferrari.

City Angels.

Tre associazioni con un unico obiettivo: avvicinare al mondo del volontariato, per un giorno, gruppi di studenti universitari che prima d’ora non hanno mai avuto questa occasione.

E’ nata con questo spirito la Giornata del Dono del 4 Ottobre 2014. La prima esperienza collettiva di volontariato organizzata dall’Università Bocconi.

 

Francesca Cavola, già attiva nel mondo del volontariato da diversi anni, è stata la referente del gruppo che in questa giornata si è recato presso la prima delle tre associazioni, e racconta così la sua esperienza:

Un sabato comune agli occhi di tutti, un giorno speciale agli occhi dei volontari e degli ospiti che si apprestavano a consumare il pranzo alla mensa dei frati cappuccini di viale Piave.

Forse perchè era San Francesco o forse perchè quel sabato la mensa era popolata di volti nuovi, tutto era in festa, le persone e persino il menu del giorno!

All’entrata della mensa una coda lunghissima della quale non si vedeva la fine attirava l’attenzione dei passanti. Volontari per un giorno provenienti dall’ Università Bocconi e operatori fissi della struttura, dalle 11,30 alle 14,30, hanno reso speciale il pranzo a 1326 persone che, chi più chi meno rapidamente, hanno consumato un insolito menu festivo. Venivano serviti tortellini in bianco, fettina di vitello con patate, dolce e frutta! 

C’era aria di festa, perchè, nonostante la povertà, le difficoltà, le barriere della vita che sembrano insormontabili, c’è sempre spazio per un sorriso. Quei 1326 volti erano ognuno una storia che voleva essere raccontata, che voleva uscire, a suo modo, attraverso gesti e parole.

È così che si è svolto il primo sabato “Community day” per la Bocconi, sabato di festa per gli ospiti, sabato di santità per i frati e sabato di nuove conoscenze per i volontari fissi di Opera San Francesco per i Poveri. Una giornata all’insegna del dono e della fratellanza che ha permesso a tante persone di stare insieme vivendo a pieno il valore della condivisione.”

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Ottavia Drago, nella sua prima esperienza di volontariato a Milano, descrive come si sono svolte le attività presso la seconda associazione:

“In occasione della Giornata del dono, insieme ad altri studenti, italiani e internazionali, dell’Università Bocconi di Milano, abbiamo deciso di dedicare il nostro tempo alla Onlus Opera Cardinal Ferrari. Ci siamo recati in mattinata al centro d’accoglienza, dove i volontari ci hanno ricevuti calorosamente.

Il presidente Pasquale Seddio ha presentato quindi la propria associazione: una struttura che offre assistenza ai poveri e agli emarginati, perlopiù anziani, senza lavoro e spesso portatori di disagi psico-fisici. Un team coeso di dipendenti e volontari che aiuta queste persone nella loro quotidianità. Il centro è aperto dalle 8 alle 17 e fornisce servizi di mensa, assistenza medica, igiene personale e socializzazione (è presente anche una biblioteca).

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Noi ci siamo poi divisi in gruppi e, aiutati dai volontari, abbiamo intrapreso diverse attività: chi ha aiutato a servire il pranzo, chi si è dedicato al giardinaggio (é stata tagliata l’erba, tolta l’edera e sono state sistemate le siepi) e infine chi ha preparato la tombola nel pomeriggio. 

Il valore di questa associazione è rappresentato dalle persone, in primis i volontari, la cui pazienza e determinazione sono il vero dono di questo centro. A seguire tutti coloro che vanno a cercare conforto e aiuto. Sono persone con storie molto diverse da raccontare e che non hanno bisogno solo di sostegno materiale ma anche di calore e affetto. Sono pronte non solo a ricevere un sorriso, ma anche e soprattutto a darlo, ed è questa l’importanza del volontariato: si tratta di uno scambio reciproco.

Nonostante non abbiano una casa, un lavoro e spesso una famiglia, nei loro occhi si legge felicità dell’essere lì. Il bello di questa giornata è stato lasciar da parte tutti i propri pensieri per dedicarsi a quelli degli altri.

Sue Yejue, a Chinese student, shared a different experience. The third and last association that took part to the Community day had a quite unusual approach to volunteering cause, but still effective. She tells her experience:

Last weekend I had a rewarding experience to attend Bocconi community day – City Angels.  It was my first time as a volunteer outside my country. I think it has given me a good opportunity to learn many things, perceive different cultures and make new friends.

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That day, six Bocconi students met at the gathering point. We put on red-and-white City Angels uniforms and started together with a professional City Angels team. Firstly, we went to Milano Centrale station to distribute foods to help people in need. At that moment, we just smiled and tried to understand each other without language and national boundaries. Then, we inspected some metro stops to check if there was anything unusual. Fortunately, everything went well and there was no emergency situation. At last, we visited an old lady Maria who sat alone at one metro station. I could feel that Maria was very happy to see us.

Cina, whose name is exactly the same as my country name, was our group leader. He was very kind and explained much specialized knowledge in detail to us. Even though I could not understand Italian, I learned a lot with the help of the other students.

This time I simply donated my time and energy in several hours, but I gained valuable experience in return. I am looking forward to being a volunteer again!