L’Italia viola i diritti umani: l’importanza del reato di tortura

Basta una sola parola a rievocare quel senso di stizza, vergogna e insicurezza. Basta una parola di quattro lettere: Diaz. È lì (e successivamente anche nella caserma di Bolzaneto) che si consumò uno degli episodi più vergognosi per le forze dell’ordine italiane. Nella notte del 21 luglio 2001, reparti della Polizia di Stato, coadiuvati da alcuni battaglioni dei Carabinieri irruppero nella scuola picchiando a mani nude e con i manganelli un gruppo di attivisti e giornalisti che erano accampati nella scuola. Le persone presenti nella scuola erano disarmate e innocue, eppure la polizia infierì su di loro con assoluta ferocia, alternando violenza e umiliazione su tutti i presenti, uomini e donne. Chi fu ferito abbastanza seriamente da essere portato in ospedale, ebbe la fortuna di sfuggire alle ore di terrore successive. Stavolta lo scenario fu la caserma di Bolzaneto, dove circa 200 persone (alcune fermate nei precedenti cortei, altre arrestate alla Diaz) furono tenute per ore senza la possibilità di fare una telefonata o di poter parlare con un avvocato. Continue reading “L’Italia viola i diritti umani: l’importanza del reato di tortura”

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Il viaggio dei migranti: dove ci siamo interrotti e da dove ricominceremo il 2 marzo.

Nel libro La Frontiera, l’autore Alessandro Leogrande giunge alla conclusione che i viaggi dei migranti non sono destinati a interrompersi. L’autore del libro afferma infatti: “se continuano a scappare in massa, è perché stanno fuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”. Ed è proprio questo pensiero conclusivo a fungere da trampolino di lancio per la conferenza del 21 novembre 2016 organizzata dalla nostra associazione, Students for Humanity, sul tema dei migranti e del loro disperato viaggio verso il miraggio di una nuova vita.

I protagonisti della conferenza sono stati: Paolo Magri (vicepresidente dell’ISPI), Gianni Ruffini (direttore generale di Amnesty International Italia) e Ilario Piagnerelli (giornalista della RAI), i quali hanno trattato il tema con tre approcci diversi, frutto delle loro diverse esperienze personali e lavorative, facendo sì che a una precisa e ben delineata analisi geopolitica si affiancassero delle testimonianze dirette di questo dramma umanitario.

Il primo intervento è quello di Paolo Magri, che si focalizza sulle cause e le conseguenze geopolitiche dei movimenti migratori più recenti, fornendoci dei dati per comprendere gli elementi strutturali del fenomeno e per poter delineare delle ipotesi sui suoi futuri sviluppi.

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Cina: tra progresso e peccato.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Art I, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Parigi, 10 Dicembre 1948: come conseguenza delle innumerevoli atrocità susseguitesi durante il II conflitto mondiale, nasce la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, trenta articoli che sanciscono la realizzazione dell’ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni.
A quasi settant’anni di distanza dalla sua adozione, risulta quasi anacronistico che in uno degli stati fondatori delle Nazioni Unite, la Cina, si susseguano persistenti violazioni di quelli che sono i suoi stessi principi fondamentali. Continue reading “Cina: tra progresso e peccato.”

Nobel senza pace

Ad un mese dall’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente colombiano Santos, la fine del conflitto è lontana. Resoconto di un Paese lacerato da oltre 50 anni di guerra civile.

“Al popolo colombiano che sogna la pace, diciamo che può contare su di noi, ne siamo sicuri, la pace trionferà.”

Timoleòn Jimenez, leader delle FARC

Il 7 ottobre scorso, l’accademia di Svezia ha annunciato l’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente colombiano Juan Manuel Santos, 65 anni, da sei alla guida del Paese. Le polemiche dovute a questa scelta non si sono fatte attendere, come era prevedibile: la motivazione sottostante al premio è tuttavia ineccepibile, nella nota che accompagna la proclamazione del vincitore si legge infatti  che Santos ha ricevuto il premio “per i suoi sforzi risoluti nel portare a termine una lunga guerra civile che dura da più di 50 anni”. Il processo di pace tra le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) e il governo ha subito una accelerata decisiva proprio sotto la presidenza di Santos, con l’avvio dei trattati di pace de L’Avana, nel 2012, conclusisi fra incomprensioni e opposizioni interne soltanto quattro anni dopo, con la firma del trattato di Cartagena de las Indias, avvenuta lo scorso 26 settembre. Tuttavia, un referendum popolare, promosso dallo stesso Santos, nell’intento di legittimare i risultati delle trattative di pace agli occhi dell’elettorato colombiano ha avuto esito negativo (seppur di pochissimo e con un affluenza inferiore al 40%), gettando il paese in una rinnovata incertezza. I motivi di questo fallimento sono profondi e vanno ricercati nei significati politico-economici che questo conflitto pluridecennale ha assunto nel corso degli anni, perdendo completamente il carattere ideologico e di rivendicazione sociale che aveva in origine. Continue reading “Nobel senza pace”

Cosa ci insegna il caso Ai Wei Wei

AI WEI WEI è un artista, designer e attivista cinese. Il suo nome è legato al Nido D’uccello, lo stadio dei Giochi Olimpici 2008 di Pechino. Affermato a livello mondiale con esposizioni alla Tate Modern di Londra e a New York, l’artista contemporaneo è entrato, a partire dal 2011, in rotta di collisione con il potere per le sue critiche sul fronte dei diritti umani e della corruzione. Il suo blog viene chiuso per messaggi considerati in opposizione al regime e l’artista recluso per 81 giorni in una località segreta, senza che venissero date notizie sulle sue condizioni. Solo in seguito a numerose petizioni e richieste da parte di Associazioni e Governi esteri Ai Wei Wei è stato rilasciato su cauzione, in occasione, non a caso, della visita del  premier Wen Jiabao in Europa. Due anni dopo, nel 2013, l’artista sceglie di raccontare la sua detenzione attraverso lo strumento comunicativo che più gli è vicino: l’arte. L’occasione perfetta si presenta con la Biennale di Venezia, per la quale realizza segretamente in Cina una serie di installazioni che poi verranno trasferite in Italia.

http://www.scmp.com/news/china/article/1248631/ai-weiwei-installation-shows-his-days-detention-venice-biennale

In un articolo de l’Espresso, Roberto Saviano riflette su cosa ci possa insegnare il caso Ai Wei Wei e parla dei futuri progetti dell’artista.

L’artista e blogger, attivista per i diritti umani, viene perseguitato dal regime di Pechino. Ma non si ferma. E ora sta preparando alcune installazioni nel famoso carcere americano di Alcatraz. Soggetto: la perdita di libertà individuale

L’ultimo scritto dell’anno per definizione è uno scritto pieno di nostalgia. Nostalgia e timore per ciò che ci aspetta e in nessun modo si riesce a prevedere. Sarebbe importante avere in questa fase certezze. Certezza, che le cose possano andare meglio e non peggiorare. La certezza che ciò che vediamo sia esattamente quel che è e non sempre – o quasi – una mistificazione a uso di un popolo di spettatori, anzi, di telespettatori. Sarebbe meraviglioso poter scrivere senza essere fraintesi e, soprattutto, senza essere strumentalizzati.

Sarebbe altrettanto meraviglioso poter leggere senza dover fare sempre la tara. Se dicessi che l’evasione fiscale è un’accusa molto diffusa tra gli oppositori dei regimi totalitari, sono certo che ad alcuni verrebbero in mente le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. E questo perché l’attenzione si fermerebbe alle parole “evasione fiscale” e “accusa”. Naturalmente Berlusconi non è mai stato un oppositore e non ha mai vissuto in alcun regime totalitario, anche se lui la pensa diversamente. La mia affermazione, quindi, con ogni evidenza non si riferisce a Berlusconi e non, ovviamente, all’Italia. Ma alla Cina di Ai WeiWei. Artista, architetto, blogger, attivista per i diritti umani, dissidente: un uomo che sfugge alle definizioni. Sarebbe meglio per conoscerlo avvicinarsi alle sue opere e ai suoi spazi online in continuo aggiornamento.

Ai Weiwei ad aprile 2011 viene arrestato con l’accusa di frode fiscale. La notizia è diffusa da una fonte non ufficiale, un quotidiano cinese, il Wen Wei Po, che negli ultimi decenni è stato organo di propaganda filogovernativa e che aggiunge arbitrariamente alle accuse di evasione fiscale a carico di Ai Weiwei anche quella di diffusione di materiale pornografico via web e di bigamia. Per 81 giorni l’artista è detenuto in una località segreta senza un regolare processo. A maggio 2011 alla moglie viene accordato il permesso di incontrarlo.

Lu Qiong riferisce che il marito è in buono stato di salute, ma che non ha avuto la possibilità di poter parlare con lui liberamente su come fossero realmente trascorsi quei due mesi di reclusione.La storia di Ai Weiwei l’ho apprezzata in un documentario bellissimo trasmesso su Laeffe TV «Ai Weiwei: Never Sorry» e subito mi è stata chiara una cosa: Ai è un personaggio incredibilmente moderno, e in quanto tale, troverete persone capaci di dirvi che ha costruito la sua fama sulla detenzione, come se qualcosa di buono da 81 giorni di allontanamento dalla vita possa davvero venire. Incredibile il cinismo cui ci siamo assuefatti: siamo diffidenti al punto che tutto ciò che sa di buono diventa espressione di un buonismo che quasi non riusciamo a tollerare, etichettiamo come falso tutto ciò che non abbia un marchio di infamia evidente. Siamo convinti ormai che tutto sia una presa in giro e navighiamo a vista per non essere fregati. Ma è ovvio che questa attitudine ci sta penalizzando più di quanto non immaginiamo e più di quanto non siamo disposti ad ammettere. E, dopo tutto, non ci rende  immuni da sviste e falsi profeti.

Invece esiste una connessione evidente tra l’arresto di Ai Weiwei e l’inchiesta che aveva condotto sulla sicurezza nelle scuole dopo il terremoto del Sichuan nel 2008 e con la notizia dell’arresto iniziano le petizioni online cui partecipano, spesso come promotori, i principali musei del mondo. Ciò che si vedeva a rischio erano il diritto inalienabile a un processo equo e la libertà di espressione perché era evidente che Ai Weiwei fosse stato arrestato da un regime che è solito reprimere il dissenso e che non apprezza le provocazioni. La liberazione è avvenuta poi a giugno  2011, come fa notare più di una fonte, poco prima che il premier Wen Jiabao intraprendesse un viaggio programmato in Europa.

Ora Ai Weiwei è impegnato in un nuovo progetto. Un progetto necessario: da settembre 2014 ad aprile 2015 si apriranno per lui le porte di Alcatraz. Per la prima volta un artista avrà accesso al più famoso penitenziario del mondo e potrà attraversare con le sue opere quegli spazi. Le installazioni non avranno alcun riferimento autobiografico, ma si  occuperanno di una questione fondamentale: la perdita di libertà individuale. Tutto questo riguarda Cina e Stati Uniti, ma non posso fare a meno di ricordare la condizione delle carceri italiane. Non posso fare a meno di ricordare che anche il 2013 è stato un annus horribilis per i suicidi in carcere. Non posso fare a meno di pensare che questa sia un’emergenza, l’ennesima che la politica non riesce a considerare tale.

http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2013/12/27/news/cosa-ci-insegna-il-caso-ai-weiwei-1.147291Immagine