Quando il pragmatismo vince sulla morale: immigrazione a Singapore

Inutile ripetere ciò che tutti sanno: Singapore è il gioiello asiatico, una città-stato che a cinquant’anni dalla sua indipendenza ha raggiunto un livello di sviluppo pari solo alle grandi capitali della finanza occidentale. Naturalmente un simile risultato non si ottiene se non a certi compromessi: una democrazia a partito (di fatto) unico e una politica di controllo orwelliano nelle vite dei propri cittadini. Per rendere efficacemente l’idea, basti citare una frase di Lee Kuan Yew, politico fondatore della moderna Singapore e primo ministro dal 1959 al 1990, stampata a parete intera all’ingresso di una mostra celebrativa della città: “Posso dire, senza il minimo rimorso, che non saremmo qui, non avremmo avuto un vero progresso economico, se non fossimo intervenuti su questioni estremamente personali: chi è il tuo vicino, come vivi, quanto rumore fai, come sputi, che tipo di linguaggio usi”. Continue reading “Quando il pragmatismo vince sulla morale: immigrazione a Singapore”

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Oriti Ahinya

Raffaela Muoio è partita quest’estate con la Fondazione Brownsea ONLUS e ha partecipato con altri ragazzi al progetto HARAMBEE in Kenya. Un’occasione di grande crescita personale che le ha permesso di confrontarsi con un mondo nuovo, prima a lei sconosciuto.

Prima del 17 luglio, quando per la prima volta ho messo piede a Nyandiwa, non potevo neanche immaginare quanto sarebbe stata significativa l’esperienza che stavo per intraprendere. Con Andrea, Antonio, Delia, Francesca, Luca, Luigi, Matteo e Mattia, la scorsa estate ho partecipato come volontaria al Progetto International Kenya Development Project, IKSDP – Harambee nella penisola di Nyandiwa sulle rive del Lago Vittoria in Kenya.

Per me, come per la maggior parte dei miei compagni, era la prima volta che respiravo l’aria dell’Africa, dell’Africa Nera. Quello era stato un mondo che fino ad allora avevo incontrato solo in migliaia di fotografie e desideravo vedere con i miei occhi per capirne il fascino e comprenderne le migliaia di contraddizioni lì radicate. Ogni momento laggiù è stata un’occasione di grande crescita personale e di giorno in giorno fiorivano le occasioni per riflettere ed apprendere una cultura tanto lontana dalla nostra.

Harambee”, in Swahili, significa “lavorare insieme” ed è da 30 anni che queste parole animano lo spirito del progetto. IKSDP nasce nel 1983 con la realizzazione del centro Scout nel villaggio di Nyandiwa, grazie all’iniziativa della Fondazione Brownsea in collaborazione con il World Scout Bureau-Africa Regional Office e la Kenya Scout Association, dopo dieci anni di conoscenza della comunità locale. Negli anni sono stati realizzati numerosi progetti; alcuni sono conclusi, altri ancora in corso.

Uno dei più significativi è stato quello che ha portato l’acqua di una sorgente nella foresta di Kisaku a monte della penisola di Nyandiwa al villaggio, grazie ad un acquedotto di 20 km.

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Ad oggi tra le principali attività del centro vi sono il College che forma insegnanti per la scuola primaria, le attività di agribusiness, come la coltivazione dei girasoli e della jatropha, l’allevamento ittico, ovino e bovino, e la costruzione di uno Sport Center. L’obiettivo è creare micro-sistemi replicabili dalla comunità, affinché i locali possano gestirli in autonomia. Una volta che un progetto viene percepito proprio, IKSDP lascia l’attività dedicandosi a bisogni che ancora non sono stati soddisfatti.

Lo staff IKSPD è interamente locale: uomini e donne cresciuti nel centro che ad oggi sostengono con impegno e dedizione lo spirito del progetto, consci di avere una grande responsabilità nei confronti della comunità di Nyandiwa e motivati da un grande senso di solidarietà.

L’esperienza ci ha permesso di osservare un esempio vincente di un progetto di cooperazione internazionale e sviluppo. Ciò che contraddistingue “Harambee” dalla miriade di interventi umanitari sparsi per il mondo è innanzitutto la negazione di qualsiasi forma di assistenzialismo. I risultati positivi che sono oggi visibili in quelle zone sono frutto di trent’anni di continua analisi della realtà locale e costruzione di un clima di fiducia e rispetto con la stessa comunità. La conoscenza e condivisione di spazi, esperienze e stili di vita sono gli strumenti che permettono la realizzazione di progetti veramente utili alla popolazione locale di modo da definire traiettorie di sviluppo sostenibile.

Il rapporto, confronto e dialogo continuo con i locali permette di costruire nella propria mente un’idea reale della cultura, dei modi di vivere e di agire, dei costumi e delle tradizioni di quelle persone, ma soprattutto consente di capire che la trasposizione automatica di modelli occidentali, siano essi pratici o ideologici, non può che avere effetti devastanti sullo sviluppo di questi territori. Constatare le differenze esistenti è il primo passo fondamentale per scegliere e realizzare progetti di sviluppo adatti ed efficaci da implementare in quelle zone.

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Il rispetto e l’accortezza verso le loro tradizioni e abitudini sono il prerequisito necessario per abbattere la diffidenza e aprirsi nella maniera più sincera allo scambio reciproco.

Credo che l’Africa non abbia bisogno di gruppi di ragazzini occidentali che vanno a costruire le mura di un asilo o di un orfanotrofio, perché braccia sicuramente migliori delle nostre là non mancano. Inoltre penso che il contributo maggiore che un volontario possa dare in queste occasioni sia il dialogo alla pari con i locali. Capitava spesso di avere davanti a me persone anche più adulte per le quali ogni mia parola era quella giusta, solo perché avevo il colore della pelle diverso. A mio avviso è questo il muro più grande da dover abbattere; quegli uomini e quelle donne hanno bisogno di sviluppare un senso critico di fronte alla realtà che permetta loro di valutare le possibili alternative, prendere scelte consapevoli e affrontarne le conseguenze. L’assoggettamento culturale verso i bianchi è una parte fondamentale della loro cultura, radicato negli anni e molto difficile da estirpare.

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Di ritorno dall’Africa una delle domande più frequenti che ho ricevuto è stata: “Allora, cosa avete costruito laggiù?”. Tutto e niente. Non abbiamo costruito asili, orfanotrofi, scuole, ma abbiamo costruito relazioni che porteremo dietro per tutta la vita e che spero avremo modo di coltivare in futuro, relazioni che hanno cambiato la nostra anima e che soprattutto speriamo abbiano lasciato qualcosa lì.

Abbiamo deciso di riportare in Italia l’entusiasmo che ha caratterizzato questa esperienza, avviando una raccolta fondi nella città di Milano attraverso una serie di eventi. Tra questi è presente un’esposizione permanente di fotografie scattate a Nyandiwa, un laboratorio di cucina africana in collaborazione con ARCI Milano e altre iniziative. L’obiettivo è di creare un ambiente familiare e accogliente per condividere la nostra esperienza e testimoniare il successo del progetto.

 

“Gli occhi scuri pieni e lucenti di quella gente, le urla dei bambini che ci correvano incontro, i sorrisi delle donne anziane avvolte nei loro tessuti dai mille colori, le forti strette di mano, il cielo più stellato che io abbia mai visto, l’odore intenso del lago dopo la pioggia, le distese di Omena essiccati che rendevano il villaggio dei pescatori un paesaggio lunare, la “grande famiglia” di Casa Scout.” I ricordi sono innumerevoli, impressi nella mente di ognuno di noi ed è arduo raccontarli per la quantità di emozioni che hanno generato.

Quando ho lasciato Nyandiwa ero serena, ero certa che non fosse un addio, ma un arrivederci. Ormai il progetto fa parte di me e so per certo che ritornerò” mi è stato detto un po’ di tempo fa. E ora so quanto quelle parole fossero vere.

Oriti Ahinya, Africa.

Arrivederci, Africa.

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Haiti: teniamoci per mano

Livia Morosini è una studentessa partita per due settimane per Haiti con la Fondazione Francesca Rava nell’estate 2014. La sua esperienza a contatto con questa realtà l’ha profondamente toccata e ha deciso, con quest’articolo, di provare a trasmettere almeno una piccola parte delle emozioni che ha vissuto.

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Quando mi chiedono di raccontare ciò che ho vissuto ad Haiti è sempre difficile descrivere la mia esperienza perchè sono emozioni forti che si sono talmente consolidate nel mio cuore che è difficile tirarle fuori. Ma io ci proverò con voi.

Dopo un lungo viaggio in aereo, ecco che io e altre ragazze, partite volontarie come me con la Fondazione Francesca Rava, veniamo accolte nella città di Port Au Prince, capitale di Haiti. Nelle vicinanze della città c’è Villa Francesca, luogo dove si trovano gli alloggi dei volontari e di coloro che lavorano per la fondazione.

La mattina dopo, alle ore 7 si celebra la messa, tenuta da Padre Rick, il padre americano che ha costruito l’ospedale pediatrico gratuito più grande dell’isola. Padre Rick è uno di quelli uomini che davvero hanno qualcosa di speciale, un’energia e una forza soprannaturale, figura di riferimento per i giovani haitiani. Nel bel mezzo della chiesa ci accolgono le bare di due bambini, a giudicare dalle dimensioni molto ridotte.

Ed ecco che una dolce melodia intonata da una ragazza Haitiana ci trasporta in un’altra dimensione, quei corpi di fronte a noi prendono vita e le nostre anime all’unisono sono pronte per celebrare la messa. La gioia della vita si batte contro la morte. Ed eccola, che questa terra haitiana comincia a invadere un piccolo spazio del tuo cuore, si infiltra fin da subito come l’acqua in un terreno fertile.

Momento di raccolta, tutti insieme preghiamo in creolo, inglese, italiano, la preghiera è uguale e la lingua non conta, se fatta con lo stesso spirito. La predica di Padre Rick prende la forma più di una chiaccherata tra amici, è un racconto di storie di persone o eventi accaduti. Alla fine della messa ci dirigiamo verso l’uscita per condurre le bare in un luogo in cui troveranno pace. In questa terra ne muoiono tutti i giorni di bambini, adulti e vecchi anche per un semplice raffreddore o malnutrizione, e molto spesso le famiglie non possono permettersi di organizzare un funerale, ma nemmeno di parteciparvi perchè anche un semplice spostamento costa. Ogni mattina dunque Padre Rick celebra la messa, dedicata specialmente a costoro e alle loro famiglie. Ogni mattina qualche bara accompagnerà i nostri canti e le nostre preghiere.

Ecco che hanno inizio le nostre attività da volontari.

La prima “tappa” è all’ospedale pediatrico S. Damien. Trascorriamo quasi l’intera mattinata nella “stanza dei pesci” dove si trovano i bimbi abbandonati dalle famiglie, ci sono bimbi di diverse età e in diverse condizioni fisiche o mentali. Fin da subito un bimbo attira la mia attenzione, è molto sveglio, energico, attivo, ha sempre voglia di giocare, correre, ridere. Passo qualche ore a giocare con lui. Poi faccio fare una passeggiata a un altro bimbo, che ha bisogno di un sostegno per camminare, ha poca energia, ha uno sguardo assente, ha sofferto di malnutrizione nei primi anni di vita e questo ha creato problemi di sviluppo neuronale.

Poi passiamo ad un’altra stanza che accoglie tutti i bambini malati di cancro, trascorriamo qualche ora a gonfiare palloncini e appenderli per tutta la stanza, e realizziamo coi bimbi dei braccialetti con le perline. Cerchiamo di regalare sorrisi a bimbi e famiglie che trascorrono le intere giornate in quei letti di ospedale. Il nostro compito è quello di portare un po’ di gioia o serenità in quelle poche ore.

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La seconda “tappa” è l’orfanotrofio dei piccoli, chiamato “baby house”, che è una delle case-orfanotrofio fondati dall’associazione NPH. Qui troviamo ad accoglierci tanti bambini da 1 a 6/7 anni. Ed ecco che un’ondata di bambini corre verso di noi entusiasta. C’è un atmosfera speciale, come un’aria di festa per l’arrivo di noi volontari! Una bimba mi salta in braccio, mi abbraccia e mi riempie di baci. Con un solo sorriso mi riempie il cuore di felicità ed energia. Ciò che colpisce di più è l’affetto che riescono a trasmetterti con un abbraccio, una carezza sul volto o un semplice sguardo. Il nostro compito è quello di farli giocare e divertire. Distribuiamo album da disegno, matite, pennarelli, con poco ci riempiono il cuore di gioia con il loro entusiasmo.

Il giorno seguente ci rechiamo in un altro orfanotrofio, situato a qualche ora di pullman da Villa Francesca , che accoglie i bimbi da 7 ai 15/16 anni. L’orfanotrofio è situato su una specie di altopiano, l’aria è più fresca e pulita, siamo immersi nella natura. Dopo esserci presentati ai ragazzi, ci dividiamo in gruppi e giochiamo a basket o pallavolo. Vedo un bimbo che mi colpisce tra tutti, si chiama Frankie e i suoi occhi mi parlano. Ha 13 anni ed ha un che di malinconico che accompagna i suoi gesti e non smette di turbarmi. Un tratto come di maturità lo differenzia dagli altri. Tra abbracci e risate creiamo le basi per una comunicazione intensa, pur parlando lingue differenti, è come se qualcosa ci legasse. Trascorriamo tutto il pomeriggio insieme e ogni volta che gioco con un altro bimbo, è come se qualcosa lo turbasse.

Ecco che arriva il momento più brutto della giornata, l’ora di andarcene e separarci dai ragazzi.

Gli occhi lucidi di Frankie sono come pugnalate al cuore, è dura trovare la forza di salire su quel pullman. Mi chiede quando tornerò a trovarlo e io gli rispondo che non lo so, Frankie sa bene cosa vuol dire quella mia risposta. Si spegne, è triste e lo sono anch’io. Decido di adottarlo, è l’unico modo che mi fa sentire parte della sua vita se pur dall’altra parte del globo. Ogni sera prima di addormentarmi penso a lui, e al suo sguardo che occupa un posto fisso nel mio cuore.

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Sono cresciuta tanto in questa terra. É come se dentro di me si fosse creata una scatola piena di emozioni raccolte , che tutt’ora quando scoperchio faccio fatica a controllare ed esternare.

Vorrei concludere il mio racconto con una delle riflessioni di Padre Rick, che ci disse che in questa terra non si è mai sazi, qualsiasi cosa è una conquista e si deve essere sempre pronti a lottare. E questa lotta va combattuta insieme, donandosi all’altro in modo spontaneo e gratuito.

Israele: tra sogno e realtà

Thomas De Leo è uno studente del terzo anno di Economics, Management and Finance presso l’Università Bocconi. Lo scorso semestre è stato Exchange Student a Herzlyia, città israeliana poco a Nord di Tel Aviv. Al ritorno da questo viaggio nel Paese protagonista di uno dei più antichi conflitti della nostra storia, prova a raccontarci cosa ha vissuto sulla sua pelle.

POPOLO ISRAELIANO

Gli Israeliani sono un popolo particolare e talvolta ambiguo, sebbene in generale molto gentili e generosi. Quest’ultima caratteristica vale soprattutto nei confronti degli altri membri della comunità israelita; ciò si deve in gran parte all’esperienza nell’esercito che ogni giovane israeliano deve affrontare per obbligo di legge. Tre anni di servizio militare per gli uomini e due per le donne costituiscono un’esperienza forte e formante, sia a livello collettivo che personale. Da una parte contribuisce a creare il senso di comunità e fortifica la coscienza comune del popolo, dall’altra, pone i giovani di fronte a situazioni anche difficili e compiti ardui, come la sorveglianza lungo il muro che divide il territorio israeliano da quello palestinese. La cultura dell’esercito consiste nell’aiuto reciproco e nel contributo di ciascuno.

Un ulteriore tratto comune alla maggior parte degli israeliani è l’essere chutzpah, parola ebraica, che significa “faccia tosta, sfacciataggine, spudoratezza”, un concetto originariamente negativo, che nel mondo yiddish ha però finito col prendere un significato positivo. Questo aspetto può essere riscontrato negli ambienti di lavoro come anche in ambito universitario e nell’esercito. Attraverso la mia esperienza personale ho potuto osservare per esempio quanto il rapporto tra professori e studenti sia molto informale rispetto ai nostri standard. Gli studenti si riferiscono ai docenti chiamandoli per nome ed è assolutamente normale che questi contattino i propri professori al cellulare per avere un confronto su qualsiasi problema. Questo forte carattere del popolo israeliano ha permesso al paese di sopravvivere e creare un’economia in progressiva crescita, trainata in particolare dal settore high tech.

STORIA E CONFLITTO: I RIFLESSI SULLA SOCIETA’

La storia di Israele è fondamentale per comprendere il Paese, dal momento che tutte le guerre sono state combattute per la sua sopravvivenza. Politica interna ed estera, nonché l’intera economia del paese sono basate integralmente sul suo passato e sul conflitto con gli arabi. Il popolo israeliano si è comunque nel tempo abituato alla convivenza con episodi quali i razzi che vengono lanciati da Gaza verso Israele ed altri atti terroristici. Un’abitudine che ha ormai ridotto la frequenza con cui si sente parlare della situazione storica di conflitto. Spesso infatti, i miei genitori, in Italia,venivano a conoscenza di questi episodi prima di me.

La zona di Tel Aviv è molto tranquilla, specialmente grazie alla protezione resa possibile dall’Iron Dome, una tecnologia innovativa che distrugge i razzi provenienti da Gaza facendoli esplodere in aria.

Nel corso dei quattro mesi che ho trascorso in Israele ho capito che per conoscere pienamente la realtà del conflitto occorre osservarlo in prima persona, poiché i media internazionali rischiano spesso di essere tendenziosi o quantomeno limitati nel riportare i fatti. Emblematico è il fatto che prima della mia partenza tutti i miei amici mi considerassero un pazzo per la scelta della destinazione, convinti che fossi diretto in una zona in piena guerra!

Tra i ragazzi stranieri che ho avuto occasione di conoscere, molti erano studenti di scienze politiche, quindi particolarmente coinvolti e interessati alle vicende storiche e politiche del Paese. Grazie ad uno di loro ho avuto la possibilità di trascorrere alcuni giorni in Palestina (Betlemme, Hebron e Qalqilya) in compagnia di un locale. Questi pochi giorni sono stati l’occasione per vivere l’altra parte di un conflitto che, fino a quel momento, avevo conosciuto solamente attraverso gli occhi degli israeliani. E’ sorprendente il fatto che di uno stesso avvenimento vengano date due chiavi di lettura del tutto opposte: la stessa costruzione del muro, che per gli israeliani è stata un’imprescindibile strategia di difesa dagli attacchi terroristici, per i palestinesi ha rappresentato invece un attacco aperto.

La maggior parte dei beni di prima necessità come acqua ed alimenti che arrivano in territorio palestinese provengono proprio da Israele. Secondo la versione israeliana dei fatti questi aiuti rappresentano un atto di generosità, mentre, parlando con i locali, la prima realtà ad emergere è quella dell’insufficienza dei mezzi di sostentamento che ricevono per il totale della popolazione che ne necessiterebbe.

Il territorio palestinese è inoltre suddiviso in tre tipologie di aree: le prime totalmente controllate dall’esercito israeliano, le seconde caratterizzate dalla convivenza dei due popoli, mentre le ultime interamente autonome. A rientrare nella prima categoria vi sono alcuni “Settlements” israeliani: vere e proprie colonie di ebrei che vengono incentivati a trasferirvisi attraverso ingenti aiuti economici da parte del Governo. Più volte l’Unione Europea ha posto il divieto di destinare alle colonie in Palestina i propri finanziamenti allo stato di Israele, direttive che però continuano a non essere rispettate dal Governo, costituendo ennesimo motivo di conflitto tra i due popoli.

 ISRAELE E OCCIDENTE

Israele è un Paese occidentale a tutti gli effetti. In particolare è forte il legame con gli Stati Uniti; sono molti gli ebrei che vivono in America, il cui più grande sogno è che i propri figli possano trascorrere almeno un periodo di studio, come nel caso dei miei due coinquilini.

Lo stato di Israele incentiva molto il rientro nel territorio nazionale da parte degli ebrei dislocati in tutto il mondo. La procedura è infatti stabilita da un apposito programma, Aliyà, parola ebraica opposta al concetto di diaspora. Il programma regola e mette in pratica il diritto di ogni ebreo ad emigrare nello stato di Israele, sancito dalla cosiddetta Legge del Ritorno.Esso prevede agevolazioni economiche per le famiglie che decidono di trasferirsi, quali: supporto nella ricerca di impiego lavorativo e abitazione, aiuti finanziari per gli studenti, organizzazione, via nave, del trasporto delle automobili dal Paese di provenienza ad Israele. Quest’ultimo servizio è dovuto all’altissimo livello dei prezzi del mercato automobilistico israeliano.

Per acquisire la cittadinanza israeliana occorre prestare servizio nell’esercito per almeno sei mesi. Il ragazzo cileno che ho avuto modo di conoscere ha iniziato il processo di acquisizione della cittadinanza completando i sei mesi di servizio obbligatori, per poi decidere di proseguire il suo operato nelle forze militari per altri tre anni, motivato dalla causa e lo spirito dell’esercito.

A contribuire all’occidentalizzazione del Paese dunque, sono stati i flussi migratori di ebrei provenienti soprattutto da Russia, Francia e America del Nord. Ciò fa sì che l’impressione che si ha camminando nel centro di Tel Aviv non sia certo quella di trovarsi in un’area del Medio Oriente. L’orientamento democratico, la religione ebraica e in generale i costumi occidentali molto diffusi, creano un’atmosfera non troppo diversa da quelle dei nostri grandi centri urbani.

                                                                                                                                    Thomas De Leo