Un mare di opportunità

Il “Progetto Grael”: da Rio de Janeiro un insegnamento olimpico

Milano, 15 dicembre 2014. Per alcuni è una giornata come le altre. Per altri, invece, come i devoti di Sant’Ilarione, arcivescovo di Vereiya, vuol dire molto. E così anche per gli appassionati di sport olimpici che questa mattina, sfogliando il calendario, hanno aggiornato il countdown in vista dei Giochi di Rio de Janeiro 2016: #600DaysToGo. Sportivi o no che siate, comunque, questo è sicuramente un buon pretesto per imbarcarsi idealmente su di un volo transoceanico e raggiungere le coste brasiliane.

Sotto lo sguardo imponente del Cristo Redentore, sul lato est della baia di Guanabara, si trova il centro di Niteroi. Su queste spiagge, ogni giorno, si vedono passare centinaia di giovani ragazzi con enormi sorrisi e occhi pieni di speranze. Molti di loro provengono dalle vicine Favelas metropolitane e indossano una maglietta bianca con impresso il logo giallo e blu del Progetto Grael.

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Un nome, quello dei Grael, che rappresenta la storia della vela olimpica e che ha un’eco lunghissima per chi naviga in mare; a partire dal 1998, però, esso è cominciato a circolare anche sulla terra ferma, prima tra le vie di Rio, poi, progressivamente, in tutto il paese. E ciò proprio grazie al Progetto Grael promosso dai fratelli Torben, Axel e Lars Grael.

Si tratta di un’iniziativa umanitaria che ha sviluppato fin da subito un preciso modello operativo: utilizzare gli sport nautici, la vela in particolare, come mezzo educativo e strumento di aggregazione per bambini e giovani svantaggiati.

Con il passare degli anni, il sostegno di alcune istituzione governative e l’apporto economico di importanti enti privati (Volvo, Shell, Klabin e altri) hanno permesso al Progetto  di ampliare i propri orizzonti. Nato come una semplice – sia pur prestigiosa (vista la caratura degli istruttori) -scuola di vela, è diventato presto un vero e proprio laboratorio d’ingegneria sociale per contrastare la dispersione scolastica, l’emarginazione e la desocializzazione.

In questa prospettiva, l’home page del sito del “projetograel.org.br” offre un divertente esercizio linguistico capace però di individuare con precisione lo spirito dell’iniziativa e i principali obiettivi che i fratelli Grael intendono perseguire con il loro progetto: “svelare un mare di opportunità”, “promuovere onde di inclusione sociale”, “ispirare venti di cittadinanza” ed infine, secondo un perfetto climax ascendente, simile ad un’onda vigorosa sempre più alta, “sognare un mondo giusto e sostenibile”.

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Il modello attuale è costituito da una Rede Náutica Educativa fondata su tre grandi pilastri: gli sport acquatici, la formazione professionale in ambito nautico e il programma ambientale. Lo sport è la principale attività che impegna soprattutto i più giovani attraverso corsi di vela, nuoto e canottaggio. Il Progetto, inoltre, organizza ogni anno numerosi corsi di formazione, sia per quei ragazzi che intendono intraprendere la carriera sportiva da professionisti sia per quanti, invece, decidono di acquisire professionalità da spendere subito nel mondo del lavoro. Gli allievi dei Grael hanno così la possibilità di studiare e di ottenere licenze nel settore dell’elettronica e della meccanica nautica, della veleria e della carpenteria.

Non meno importante, il programma ambientale che prevede l’interazione tra le attività nautiche, l’uso della tecnologia e la promozione della cultura marittima. Le partnership con le università, le NGO, e alcuni enti privati permettono di sviluppare workshop, eventi e corsi di formazione sulle tematiche ambientali, dalla meteorologia all’oceanografia.

La metodologia prospettata dai Grael richiede l’assistenza ai vari team di lavoro di esperti psicopedagogici i quali hanno anche il compito di suggerire il percorso più appropriato per ciascuno all’intero del Progetto. Tutti i ragazzi sono tenuti, inoltre, a frequentare la biblioteca dell’Instituto Rumo Nàutico, sede logistica delle principali attività, e a prendere confidenza con i computer che si trovano sulle scrivanie delle aule.

Ambiziosamente da quelle parti dicono: Não queremos simplesmente formar campeões no mar e sim, na vida!”. E’ ancora presto per capire se i giovani allievi potranno fregiarsi di simili titoli, è certo però che le attività organizzate dai fratelli Grael permettono loro di gettare solide basi per un futuro professionale, in ambito sportivo e non solo, lontano dai circuiti della criminalità. Il che, considerata l’estrazione sociale della maggior parte di loro, è – già di per sé – una conquista pregevole.

Va altresì detto che il Progetto Grael è oggi riconosciuto come un punto di riferimento nazionale ed internazionale per lo sviluppo di programmi educativi: esso ha ispirato più di 80 centri creati, per iniziativa del Ministero dello Sport brasiliano, in tutto il territorio nazionale. Dal 2000, l’Instituto Rumo Nàutico, ha offerto più di 13 mila posti di lavoro ai giovani ragazzi delle Favelas, nell’ambito dei corsi sportivi e dei programmi educativi.

Per comprendere quanto siano concreti i risultati ottenuti dai fratelli Grael basta qui segnalare che quattro ragazzi del Progetto hanno vinto nel 2011 (nessun brasiliano era riuscito nell’impresa prima di loro) la prestigiosa regata Cape Town – Rio de Janeiro. Ed ancora, non sono solamente nel contesto sportivo: alcuni ex-studenti hanno trovato un impiego in società commerciali straniere, altri, la maggior parte, hanno deciso di rimanere in Brasile e di lavorare per grandi imprese nautiche e cantieri navali, sfruttando le professionalità acquisite grazie ai percorsi formativi.

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Di fronte ad una simile fortuna non potevano mancare i riconoscimenti ufficiali. E così nel 2003 il Progetto ha vinto un premio dell’UNICEF, nel 2005 il “Best Sailing Program”, nel 2006 e 2007 un premio dell’Unesco e nel 2010 il premio per miglior “Empreendedor social”.

Dal Progetto Grael si può raccogliere una testimonianza preziosa: anche nei contesti sociali più degradati, lo sport può costituire non solo un valido strumento di riscatto sociale ma anche (e soprattutto) la chiave per attivare efficaci percorsi di socializzazione e di formazione professionale.

Un insegnamento olimpico per la nostra classe dirigente e, in fondo, anche per tutti noi.

 

Stefano Bissaro

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