I migranti e l’Italia: violazioni dei diritti umani e solidarietà dannosa

Il 2 maggio, in collaborazione con NextPA, la nostra associazione ha chiuso il ciclo di incontri sull’immigrazione con il terzo evento: “A casa nostra – l’accoglienza oltre gli slogan”. L’Italia infatti, così come l’intero continente Europeo, è teatro di flussi migratori sempre più consistenti e si trova quindi a dover reagire a tale scenario – con difficoltà note a tutti noi. Questa è la ragione per cui si è deciso di incentrare l’evento sul nostro Paese: è necessario analizzare ciò che sta accadendo a livello di immigrazione qui, sul nostro territorio, per poter agire con efficacia e consapevolezza.

Nel corso del dibattito, moderato dal professor Devillanova, sono intervenute Milena Gabanelli, giornalista RAI, e Ilaria Masinara, campaigner per Amnesty International. Dopo una prima introduzione del docente, prende la parola Ilaria Masinara, che si sofferma su una tematica abbastanza specifica: l’approccio hotspot. Amnesty International ha pubblicato, verso la fine del 2016, il rapporto “Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti”. Durante la ricerca, durata otto mesi, Amnesty International ha visitato due centri hotspot, quello di Taranto e quello di Lampedusa, e diversi centri di accoglienza a Ventimiglia e in Lazio, Sicilia, Puglia e Lombardia. Le 174 interviste ottenute vedono protagonisti i migranti, le forze dell’ordine, i rappresentanti delle associazioni, avvocati e medici, in modo tale da ottenere un quadro il più completo possibile. La ricerca mira a trovare la risposta ad una domanda ben precisa: l’approccio hotspot svilisce o migliora i diritti umani delle persone che viaggiano?

L’approccio hotspot nasce nel 2015 su indicazione della Commissione Europea e si basa su un’agenda condivisa da tutti i Paesi che aderiscono all’Unione Europea: essi devono farsi carico dell’onere che prima spettava soltanto ai Paesi di arrivo dei barconi, impegnati nelle prime fasi dell’accoglienza e anche in quelle successive. Nonostante tale approccio sia risultato efficace per quanto riguarda la fase di controllo, lo stesso non si può dire della fase di riallocazione. L’approccio hotspot, innanzitutto, serve per controllare il flusso migratorio in arrivo sulle nostre coste e si sviluppa secondo tre direttrici principali.

In prima linea c’è il riconoscimento: l’obiettivo è quello di riconoscere la totalità dei migranti. L’Unione Europea, infatti, ha rimproverato il nostro Paese per i tassi molto ridotti di riconoscimento, perciò a partire dal 2015 è necessario compilare una scheda per ogni nuovo arrivato, raccogliendo i suoi dati personali, fotografandolo e prendendo le sue impronte digitali. Queste azioni vengono svolte all’arrivo dei migranti, subito dopo averli condotti nei centri hotspot o nei commissariati di polizia. Non tutti, però, sono disposti a fornire le proprie impronte digitali, “perché sanno che nel momento in cui lasciano le impronte in Italia poi non possono spostarsi in altri Paesi”. Ilaria Masinara, infatti, sottolinea che molti, dopo essere sbarcati sulle nostre coste, desiderano spostarsi in altri Paesi per questioni linguistiche, di migliori opportunità o di protezione. Nel caso in cui un migrante si rifiuti di fornire le proprie impronte digitali, le forze dell’ordine sfruttano l’uso della forza: è in questo momento che Amnesty International ha rilevato gravi violazioni dei diritti umani. Sebbene nessuna direttiva consenta esplicitamente l’uso della forza, la Commissione Europea ha consigliato alle forze dell’ordine di ricorrere alla violenza, soltanto dopo aver tentato ogni altra via; gli stessi intervistati confermano di aver somministrato (o, nel caso dei migranti, subito) abusi fisici.

La seconda fase si basa sullo screening, cioè l’analisi della situazione dei singoli migranti per distinguere quelli che hanno diritto a restare in Italia da coloro che sono immigrati irregolari. Poiché la procedura avviene molto velocemente e all’arrivo dei barconi, molti migranti ammettono di non ricordare di aver firmato un foglio in cui richiedono lo status di rifugiati. Questo è il momento della seconda fase in cui Amnesty International ha rilevato ulteriori violazioni dei diritti umani: non solo le informazioni vengono fornite in modo parziale e in un momento troppo delicato, ma spesso il modo in cui vengono poste fa sì che non esista una risposta chiara e univoca.

Nel momento in cui viene fatto lo screening, subentra la terza fase, quella dell’espulsione. La persona viene inserita nel percorso di richiesta di asilo se ritenuta regolare, oppure viene espulsa se considerata irregolare. Dopo la notifica di espulsione, l’immigrato clandestino ha sette giorni per abbandonare autonomamente il Paese. Sono presenti anche casi di escursioni collettive: l’Italia, ad esempio, ha negoziato un accordo con il Sudan ed altri Paesi specifici per il rimpatrio di gruppi di persone. Anche in quest’ultima fase le informazioni sono risultate particolarmente lacunose; inoltre, davanti al Giudice di Pace sono state presentate spesso schede di persone identiche tra loro, facendo pensare alla possibilità che alcuni dei questionari abbiano un form prestampato.

Proprio in opposizione alle diverse violazioni dei diritti umani, Amnesty International lavora costantemente per cercare di arginare il problema. Una possibile soluzione è rappresentata dall’apertura di canali d’arrivo sicuri, che diano la possibilità di evitare la traversata con i barconi ma anche il passaggio nel deserto o attraverso Paesi pericolosi, come la Libia. Interessante è anche l’idea di assumere osservatori indipendenti che verifichino l’intero processo registrando tutti i passaggi. A tutto questo, naturalmente, non deve mancare l’introduzione di procedure chiare e univoche, da non effettuare mai durante lo sbarco.

bianca 2

Milena Gabanelli, invece, entra subito nel vivo della questione: “la raccolta della miseria umana fine a se stessa non è più interessante, bensì è molto più interessante sforzarsi di trovare una soluzione”. Riallacciandosi all’osservazione della sua collega, sottolinea che c’è un motivo per cui l’Italia ha riscontrato bassi tassi di riconoscimento: l’accordo di Dublino, che il nostro Paese aveva firmato, prevede che il primo Paese in cui viene identificato il migrante deve provvedere alla richiesta di asilo. Per questa ragione, poiché molti migranti sbarcavano in Italia solamente per raggiungere altri Stati, le forze dell’ordine li lasciavano passare senza identificarli. Nel 2015, si sono chiuse le rotte balcaniche; a questo punto, per noi è diventato essenziale cominciare ad identificare in modo rigoroso ciascun migrante. In caso contrario, subentrano problemi di sicurezza, di gestione e di integrazione; è impossibile sapere, senza previo riconoscimento, quante persone prive di identificazione si aggirano all’interno del nostro Paese dopo essere state respinte dalle frontiere straniere.

La giornalista invita tutti ad assumere una prospettiva più fredda e razionale sul tema: la più grande violazione dei diritti umani è quella di accoglierli con solidarietà, e con altrettanta solidarietà lasciare che le loro vite si sgretolino o vengano corrotte mentre noi continuiamo con le nostre. Il fenomeno dei flussi migratori non è un’emergenza, perché dura da anni e continuerà ancora per molto tempo; per il nostro Paese, però, il futuro si prospetta sempre più incerto. Mentre gli altri Paesi hanno delle frontiere che possono chiudere, la posizione geografica italiana rende questa possibilità un’utopia: l’Italia è diventata l’hotspot d’Europa. Una volta appurato il problema, subentra la fase di ricerca di possibili soluzioni. La giornalista precisa che, considerata l’entità di questo fenomeno, è essenziale che la situazione sia gestita dal settore pubblico e che il settore terziario cominci a svolgere un semplice ruolo di sostegno.

L’ultimo argomento che viene approfondito da Milena Gabanelli riguarda i rimpatri. La questione è molto più complessa di quanto si creda: il migrante deve lasciare autonomamente il Paese, ma poiché è privo di soldi vaga di città in città fin quando non viene inserito in un centro di espulsione; tuttavia, poiché non può restare a lungo nel centro, gli viene consegnata un’altra notifica di espulsione, ma lo scenario si ripresenta identico al precedente. Il migrante, spesso, rifiuta il denaro previsto dall’espulsione volontaria e rimane in Italia, nonostante non abbia diritto al lavoro. Esiste anche un altro tipo di espulsione, quella forzosa: i soggetti che hanno violato le leggi vengono scortati e rimpatriati. Naturalmente, è necessario un accordo molto dispendioso con i Paesi di provenienza dei migranti, perché talvolta sono proprio questi ultimi a non voler accettare il rimpatrio dei propri cittadini.

bianca 3

È fondamentale, in conclusione, che i migranti siano accolti in luoghi organizzati (che il nostro Paese possiede ma non è ancora in grado di sfruttare) e che il personale sia altamente qualificato e preparato. Tutto questo deve essere una priorità, affinché non si impieghino più due anni per verificare la veridicità dei dati forniti dai migranti e altri due anni per valutare i ricorsi di coloro che sono stati rimpatriati ingiustamente. Il sistema deve iniziare a lavorare in maniera più rapida ed efficiente, per permettere a queste persone di acquisire delle prospettive di vita degne di essere definite tali. La questione dei flussi migratori non si risolve tra “razzisti” e “buonisti”, ma facendo affidamento al buon senso: in mezzo ai due estremi, solo lo Stato può fare la differenza, mettendo in atto politiche e strutture affinché l’Italia non venga considerata un semplice hotspot europeo, ma il Paese professionista di accoglienza.

Bianca Marmo

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s