Il 25 aprile e le radici di un nuovo umanitarismo

Le polemiche legate alla celebrazione dell’ultimo 25 aprile, con la Brigata Ebraica che ha deciso di sfilare a Roma in un corteo separato da quello tradizionale dell’ANPI, ci restituiscono l’immagine di un’Italia divisa nella Memoria, di una Memoria Divisa. La divisione nasce spesso dall’uso pubblico che si fa della Storia, da appropriazioni politiche successive e da strumentalizzazioni dei fatti. E proprio allo studio dei fatti 2 che dobbiamo tornare per trovare un messaggio universalmente riconosciuto che ci aiuti a riscoprire e rifondare le radici della nostra Memoria Condivisa.

Guardando ai protagonisti silenziosi della Resistenza italiana scopriamo donne e uomini semplici che hanno rischiato la loro vita e quella delle loro famiglie per dare ospitalità a persone a loro sconosciute.
Dove ci troviamo? Di chi stiamo parlando?
Siamo sulla linea Gustav[1], fronte che divise le forze alleate da quelle nazifasciste dall’ottobre del 1943 al giugno del 1944. Stiamo parlando di umili famiglie, spesso di contadini e pastori, che abitavano quei luoghi.Ad essere accolti erano prigionieri, fuggiaschi, disertori, renitenti ai bandi di leva o di lavoro, antifascisti attivi, soldati inglesi, americani e appartenenti a tutte le etnie del Commonwealth britannico. A tutti loro, indistintamente, queste famiglie offrivano ospitalità.

Ospitalità era offrire il proprio letto. Era condividere il tetto e il poco cibo che c’era. Era dare assistenza, vestiti civili, mostrare loro sentieri e vie di fuga, indicare grotte dove potersi nascondere. Era, soprattutto, rischiare la vita e gli affetti per farlo. Emblematica è la storia di Michele Del Greco, un pastore abruzzese che accolse nella sua stalla fino a cinquanta fuggiaschi e fu per questo fucilato dai tedeschi. Al prete che andava a dargli conforti religiosi il pastore ricordò che le sue azioni erano il frutto della Parola ascoltata: aveva semplicemente dato da mangiare agli affamati[2].

Per capire il valore universale della solidarietà dei civili nei confronti dei prigionieri italiani e stranieri bisogna ricordare che tutto ciò avvenne durante l’efferata occupazione nazista, dove il valore della vita era stato svalutato. Come ha scritto su La Stampa del 6 aprile 2017 Giuseppe Filippetta, il territorio attraversato dall’occupazione nazifascista

[è] una terra di nessuno giuridica nella quale, come nello stato di natura di Hobbes, non c’è ordine, non c’è legalità, c’è solo paura della morte. Paura che nasce sia dalla violenza predatrice e terroristica esercitata in modo organizzato dai nazifascisti, sia dall’arbitrio sregolato e illimitato dei singoli militi e poliziotti tedeschi e repubblichini.

Nemmeno le ricompense offerte dai nazisti ai delatori arginarono questo fenomeno di ospitalità.  E infatti di fronte alla disponibilità e alla solidarietà degli abruzzesi e degli italiani in genere non mancò lo stupore degli stessi fuggiaschi stranieri, che ritenevano incomprensibile il loro comportamento.

Non c’era niente da guadagnare. Tutto da perdere[3].

Tra i fuggitivi che vennero accolti dalla popolazione abruzzese c’era anche l’ex Presidente  della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, attraversò le montagne abruzzesi per raggiungere gli alleati. Così anni dopo lo stesso Ciampi ricordò quell’esperienza:

Una popolazione povera, provata da anni di guerra, semplice ma ricca di profonda umanità, accolse con animo fraterno ogni fuggiasco, italiano o straniero; vide in loro gli oppressi, i bisognosi, spartì con loro “il pane che non c’era”; visse quei mesi duri, di retrovia del fronte di guerra con vero spirito di resistenza, la resistenza alle barbarie.

Il riconoscimento dell’importante compito svolto dai civili italiani non venne soltanto celebrato dai connazionali. Persino Winston Churchill attribuì alla “Resistenza italiana e alla semplice gente di campagna” il merito di aver salvato almeno diecimila prigionieri di guerra alleati.

Queste storie di accoglienza, di solidarietà e di sacrificio ci restituiscono una lezione ancora valida per il presente. Rappresentano pagine di una storia nella quale dobbiamo riconoscerci, pagine che contribuiscono a comporre la nostra Memoria condivisa, fondamento della nostra identità collettiva.

Ieri come oggi all’Italia viene riconosciuta questa civiltà di fronte all’Altro, allo straniero. Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker al The State of the Union ha affermato:

 L’Italia fin dal primo giorno fa tutto ciò che può fare sulla crisi migratoria. L’Italia ha salvato e salva l’onore dell’Europa.

In questo senso è significativo che l’ANPI abbia invitato a parlare sul palco del 25 aprile a Milano proprio una migrante, la signora Awa Kane, come a tessere quel filo rosso tra persone che hanno risposto all’orrore della guerra con l’umanitarismo.

[1] La Linea Gustav partiva da Ortona, in Abruzzo, arrivando fino alla foce del Fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania.

[2] Le storie e le testimonianze sono tratte dal libro Terra di libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, Pescara, Tracce, 2014.

[3] Come ha emblematicamente scritto John Verney nel libro Un pranzo di erbe, per le persone che si presero cura di loro.

Francesca Serafini

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