Gli ECHOES di Eko Camp

23 marzo 2017, spazio Oberdan: per il Festival Cinema Africano, Asia e America Latina viene presentato in anteprima nazionale il film-documentario di Gabriele Cipolla, “Echoes”.

Nato in maniera del tutto spontanea da un’esperienza di attivismo dei ragazzi di Radio Noborder, il film riporta sullo schermo gli echi dei migranti che nel maggio 2016 vivevano a Eko camp, ex area di rifornimento nell’autostrada che porta a Salonicco.
Come spiega Gabriele allo Spazio Oberdan, l’idea di documentare quella realtà è stata la conseguenza di un  progetto sul campo: la creazione di una stazione radio pirata itinerante dove risuonano i racconti di bambini, giovani e adulti principalmente curdi e siriani,  dando voce alle loro esperienze più tragiche e richiamando l’empatia di un’Europa che chiude le porte.

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Gabriele e il suo gruppo di attivisti arrivano ad Eko nella primavera del 2016, quando il più esteso campo di Idomeni era stato sgomberato dalle autorità  greche e buona parte dei migranti si era trasferita qui, dove ancora si resisteva alle deportazioni in campi governativi. Attraverso la creazione della radio, i ragazzi sono riusciti fin da subito a instaurare un rapporto empatico con i migranti, ascoltando le loro storie e dandovi spazio e importanza hanno conquistato la loro fiducia. è qui che nasce il legame con Mohammad, ragazzo siriano che con la moglie ha attraversato il deserto e il mare in un viaggio durato mesi, la cui amarezza per un’accoglienza che non c’è stata è viva e profonda sia nei suoi racconti alla radio che nelle riprese del film.

La figura di Mohammad è centrale nella creazione di Echoes: è stato proprio lui a proporre l’idea a Gabriele e gli altri ragazzi e ne determina alcune scelte cinematografiche cruciali. Infatti, il film si apre con il buio, e le sole didascalie di un messaggio vocale mandato dallo stesso Mohammed dopo lo sgombero di Ekocamp a giugno 2016: dice che non ce la fa più, la moglie Slava ha perso il bambino, le condizioni nei campi governativi greci sono insostenibili, vogliono tornare a casa, qui non c’è più niente da fare o da sperare, a questo punto essere vivi o morti non fa nessuna differenza. Successivamente si aprono le riprese della vita nel campo in flashback, seguendo i movimenti e la routine di Mohammed, ma anche delle persone che ogni giorno si recano all’accampamento Noborder per dare sfogo a quello che provano. È così che gli attivisti, in una situazione disperata come quella, sono riusciti a creare un luogo di accoglienza e raccoglimento per la comunità, un punto di riferimento all’interno del campo, dove i migranti possono esprimersi.

Israa di Aleppo, 17 anni: “volevo raggiungere mio padre in Germania e continuare i miei studi per diventare pediatra. Ma sono rimasta bloccata qui, viviamo in condizioni disumane e umilianti, ogni mattina quando mi sveglio ed esco dalla tenda ci sono i bambini che fanno una coda di due ore per avere una ciotola di zuppa, che vita è questa? Perché l’Europa sa che siamo in guerra e non ci aiuta? Vivere qui è una morte lenta, un giorno mi sembra un anno, voglio tornare in Siria, almeno lì posso morire dignitosamente”.

I migranti di Eko vivono in un vero e proprio limbo: non possono più tornare indietro, anche se non rassegnati continuano a cercare vie traverse per farlo, ma non riescono neanche ad andare avanti, non trovano aiuti. Possono solo trascorrere passivamente la loro vita in quella tendopoli, aspettando, ma ormai senza speranza. Alla radio dicono che non sono venuti qua per SOPRAVVIVERE, non li interessa che gli vengano portati cibo e beni di prima necessità, potevano sopravvivere in condizioni difficili e disumane anche in Siria o Afghanistan, Iraq, Libia. Sono venuti qua per VIVERE, anche loro come tutti hanno sogni e aspirazioni, come studiare, lavorare, avere una famiglia, anche loro vogliono la normalità che hanno perso ormai da troppo tempo, una normalità che noi da questa parte diamo per scontata. Israa ha un messaggio per il mondo: ultimamente ha visto tanti uomini, ma non ha visto umanità.

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Echoes ci immerge per un’ora e un quarto in una realtà di cui abbiamo letto e sentito parlare, ma che probabilmente non avevamo mai visto con i nostri occhi. Le parole di questi uomini ci toccano profondamente, risuonano proprio come echi durante tutto il film, e fanno venir voglia di fare qualcosa, di attivarsi per aiutarli, per far valere i loro diritti umani che ormai sono profondamente violati.  Notiamo allo stesso tempo come sia viva la presenza di volontari, attivisti e piccole associazioni che in maniera indipendente da strutture di potere europeo offrono il loro contributo nella distribuzione di alimenti e organizzando attività creative ed educative: sopperiscono a quel senso di abbandono e precarietà che quelle persone sono costrette a vivere.

Il documentario si chiude con lo sgombero del campo avvenuto a giugno, quando la polizia greca deporta i rifugiati nei campi governativi, in quell’occasione tutti i gruppi di attivisti, tra cui i ragazzi di Noborder, vengono arrestati. È nel finale che ritorna il buio, è il momento in cui i ragazzi si separano da Mohammad, e la telecamera si spegne, esattamente come all’inizio. Questa volta le didascalie sono da parte dei registi che raccontano la giornata in cui Eko Camp è stato evacuato e la loro esperienza si chiude, anche se non è la fine di Radio Noborder in quanto si riaccenderà in altri campi. A settembre ricevono il messaggio vocale del loro caro amico a cui decidono di dedicare l’apertura del film.

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Gabriele non ha mai più saputo nulla di Mohammad, e ha deciso di dedicare a lui, che l’ha ideata, la produzione di Echoes: ciò che forse più colpisce, oltre che il realismo con cui la situazione viene rappresentata, è come in questo caso a prevalere non sia un puro assistenzialismo da parte dei ragazzi di Noborder, ma anzi siano i migranti a dar loro qualcosa, una profonda umanità, che dall’altra parte viene ampiamente accolta nella costruzione di un’ “opera” corale, frutto della piena condivisione di quella esperienza, nel dolore e nella quotidianità.

Cecilia Colombo

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