Milano tra identità e decoro

Mentre il dibattito politico internazionale è focalizzato su quelli che sembrano essere i grandi temi del nostro tempo, o almeno gli unici in grado di connettere la società civile e le istituzioni, rendendo necessaria una qualche presa di posizione, ideologica o meno, quali il terrorismo, i flussi migratori e la sovranità nazionale, nelle città emergono dinamiche del tutto peculiari, che meritano di essere analizzate con altrettanto interesse.

Lo scorso novembre, ha destato particolare clamore la richiesta di intervento dell’esercito da parte del primo cittadino di Milano Beppe Sala, per far fronte all’emergenza criminalità nelle periferie del capoluogo lombardo, in particolare in Via Padova e nelle zone adiacenti; pochi mesi dopo, il fulcro del dibattito si è spostato, soprattutto in rete, ma con un riscontro importante anche nei media tradizionali (giornali e televisioni in testa) sull’assegnazione di un bando pubblico riguardante la riqualificazione delle aree verdi di piazza Duomo al colosso del caffè americano Starbucks, il quale ha pensato bene di sostituire le vecchie aiuole con palme e banani, in nome di un non meglio precisato ritorno all’aspetto ottocentesco della piazza.
Questi due avvenimenti apparentemente distanti e scollegati possono essere riletti ora, con il beneficio, se non proprio della storicizzazione, almeno di una certa distanza temporale, che ci permette di analizzarli alla luce di un clima di profondo rinnovamento sociale e culturale che la città sta attraversando.

Milano, Via Padova

Nella città di Expo e del fuori salone, che proprio in questi giorni anima le strade di Milano, dai vicoli di Brera fino ai quartieri un tempo periferici e ora epicentri del terremoto creativo che sembra inarrestabile; penso a Lambrate, distretto d’elezione per gallerie d’arte, studi fotografici, mercatini di oggetti vintage, a Tortona quest’anno potenziata dall’apertura della nuova passerella pedonale che eviterà la proverbiale congestione del ponte di ferro che attraversa i binari di Porta Genova, diventata quasi un must della settimana più frenetica dell’anno, un evento tra la miriade di eventi, via Padova sembra uscita da un’altra dimensione. Una linea retta di asfalto che si estende per quasi quattro chilometri, da piazzale Loreto fino alla tangenziale est. In mezzo il mondo, letteralmente. Passeggiare in quella che è stata facilmente etichettata come la strada più pericolosa di Milano, sull’onda dei recenti episodi di cronaca, può rivelarsi una delle esperienze più interessanti del panorama urbano: una linea ininterrotta di attività commerciali (pare che sia il quartiere con la più alta concentrazione di negozi della città), persone di ogni etnia e colore che vivono la giornata in strada. In via Padova si parla, ci si conosce, ci si incontra per strada (e dunque sì, si litiga anche e si delinque). Nulla di più lontano dall’atmosfera paludata dei quartieri residenziali o dalle sonnolente passeggiate in centro nei pomeriggi di primavera. Sembra veramente di essere catapultati in un altro tempo, o chissà, in un luogo in cui questo tempo non abbia svuotato le strade, la città, della funzione sociale di luogo di scambio: un enorme mercato multietnico in mezzo al cemento. Ci abitano circa 36mila persone a via Padova e nel quartiere che si sviluppa intorno, di cui un terzo stranieri: filippini, egiziani, cinesi, albanesi e marocchini. Per un totale di quasi 150 etnie diverse. Una varietà culturale pressoché infinita. Sono arrivati a Milano negli anni ’80, stabilendosi in case fatiscenti abbandonate da coloro che li avevano preceduti. Il quartiere è sempre stato meta di approdo per coloro che arrivano a Milano in cerca di migliori condizioni di vita, più semplicemente di un lavoro: negli anni ’50 erano italiani, provenienti dalle regioni del meridione. Poi sono arrivati gli stranieri. Una storia comune a tante periferie, tante città del nord Italia. Allora cos’è che rende via Padova degna di tanta attenzione, da parte dei media, dell’opinione pubblica, della classe politica?

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I fatti di cronaca non si limitano a quelli degli ultimi mesi: nel 2010, una lite sulla linea 56, pendolo che corre instancabilmente su e giù per la strada dello scandalo. Motivi futili, un giovane egiziano e un domenicano si pestano i piedi sull’autobus, scendono alla fermata successiva, il domenicano tira fuori un coltello e colpisce il rivale, che rimane ucciso sul marciapiede. Via Padova salta così agli “onori” delle cronache, si comincia a parlare di ghetto, banlieu milanese, ignorando forse il livello di conflitto sociale di certi luoghi, dove la rabbia e la frustrazione degli abitanti sfociano spesso in veri e propri episodi di guerriglia urbana. In un rapporto del 2003 della NATO, intitolato Urban Operations in the year 2020 si prevede catastroficamente che nell’orizzonte temporale di un ventennio le guerre si sarebbero combattute nelle città, tra chi è emarginato e chi detiene il potere politico e legale. Siamo quasi al 2020 e le previsioni della NATO non sembrano essersi avverate, almeno non nella misura in cui erano state formulate. Tuttavia è innegabile che temi quali la diseguaglianza sociale e la ghettizzazione delle periferie siano ben più attuali di vent’anni fa. Nulla a che vedere con via Padova in ogni caso. Tornando al 2010 e all’episodio dell’autobus, la risposta politica era stata durissima: coprifuoco nel quartiere, saracinesche abbassate prima del tramonto, strade presidiate dalle forze dell’ordine: uno scenario da anni di piombo ai tempi della sharing economy, uno spiegamento di forze quasi grottesco. Non si è più sentito parlare di via Padova fino allo scorso novembre. Questa volta una sparatoria in piazzale Loreto tra un gruppo di sudamericani ha causato un’altra vittima. L’amministrazione, diversa da quella in carica nel 2010, ha ritenuto di usare gli stessi mezzi: militarizzare il quartiere in nome dell’emergenza criminalità, uno slogan fatto e finito. In questo modo via Padova si trasforma veramente in un luogo pericoloso, perde quella vivacità che la caratterizza durante il giorno, finché la gente è in strada e i negozi sono aperti e si trasforma in deserto di asfalto, un cimitero urbano.

Se questa sia l’unica soluzione cominciano a chiederselo in tanti. Gli insegnanti della scuola per stranieri di villa Pallavicini, situata in via Meucci, alla fine di via Padova, hanno indirizzato una lettera al sindaco Sala, interrogandosi se il degrado e l’abbandono si combattano con le divise oppure con banchi e libri. Hanno chiesto aiuto per portare avanti il lavoro che svolgono da tanti anni in nome di una vera integrazione, di una vera lotta al degrado. Se via Padova non è una banlieu è soprattutto merito loro, come dei tanti cittadini del quartiere che si mobilitano in continue iniziative dal basso: negli ultimi anni hanno fondato comitati per la rigenerazione dell’area, oltre ad attirare l’attenzione di artisti e studenti, che incoraggiati dai prezzi bassi e dalla vivacità della zona hanno cominciato a trasferirsi nella strada del terrore. I registi Flavia Maestrella e Antonio Rezza hanno realizzato un docu-film intitolato Milano, via Padova nel quale raccontano la vita quotidiana del quartiere tramite le voci degli abitanti. Il degrado certo, la cultura anche, non possono che andare a braccetto, è sempre stato così e via Padova non fa eccezione: il diverso attira ed ispira gli artisti, mettere un tappo su una pentola piena di acqua che bolle sembra un palliativo, non certo una soluzione.

All’ombra delle palme in Duomo

Piazza Duomo ha una pianta scarna, un che di solenne e elegante allo stesso tempo. Sarà forse per contrasto con l’architettura merlettata della cattedrale, gigantesca nave gotica che si staglia imponente e bianchissima, al netto di cartelli pubblicitari e impalcature eterne, vista dall’altra parte della piazza, dal McDonald’s che affaccia anche su piazza Mercanti. Ora ci sono delle palme tra lo spettatore e la chiesa, la scena ha qualcosa di insolito.
Non te le aspetti le palme in piazza Duomo.
La mossa di marketing di Starbucks, in previsione di un imminente sbarco sul suolo meneghino e dunque italiano, sembra aver sortito gli effetti sperati. Tutto purché se ne parli. Persino un atto vandalico fa la sua parte se a bruciare è l’oggetto del contendere: identificato il colpevole, Starbucks non ci ha pensato troppo su, dalle ceneri delle palme sono risorti dei banani, quando si dice l’ironia.
Il dibattito riguardo alle palme si è da subito focalizzato sulla questione dell’identità culturale, ma ha perlopiù ignorato i risvolti più sottili della questione. Qualcuno ha parlato di tentativo di islamizzazione del paese (!), di scimmie e cammelli, altri hanno semplicemente fatto notare l’incoerenza estetica della scelta, tutti hanno espresso un’opinione. Il Corriere della Sera ha persino dedicato un long-form all’argomento, nel quale le opinioni di architetti, designer, stilisti (perchè?), si alternano fra bocciature ed esclamazioni d’entusiasmo: – I love them – che suonano squillanti e superflui come le voci di chi li pronuncia.
Non è in atto una crociata al contrario, sebbene un certo tipo di politica (e di giornalismo) non abbia perso l’occasione per strumentalizzare, né tantomeno si tratta di un problema estetico, le palme possono piacere o non piacere, semmai la questione è un’altra. Il centro storico di Milano sembra aver intrapreso un processo irreversibile di sfibramento del tessuto sociale, per trasformarsi in un enorme centro commerciale a cielo aperto. I cinema storici chiudono, come le librerie e le attività che caratterizzavano un tempo il cuore di Milano, solo i grandi gruppi stranieri (tanto quanto gli abitanti di via Padova) possono permettersi nuove aperture: inevitabile, forse, preoccupante sicuramente. Il centro storico si svuota la sera e si riempie solo in occasione di grandi eventi collettivi quali appunto design week o settimana della moda, mentre Milano diventa sempre più la parodia di se stessa: il design, la moda, il food, tutto vero ma a che prezzo?

La città vetrina

La lotta al degrado da una parte, l’appropriazione di spazi pubblici da parte di privati che agiscono nella tutela dei propri interessi economici dall’altra, questi sono i trend messi in luce dagli eventi che più hanno caratterizzato il dibattito pubblico sulla città di Milano negli ultimi mesi. L’obiettivo, dichiarato fin da Expo appare evidente: trasformare la città in una città vetrina, le trasformazioni urbane non possono che adeguarsi, così come le politiche riguardanti la sicurezza e il decoro. Via Padova e piazza Duomo sono due facce di una stessa medaglia luccicante. Le città stanno cambiando e Milano, come in molte altre dinamiche è alla guida del cambiamento: non si amministra in nome del decoro per rendere la città più vivibile, migliore, per coloro che già ci abitano, ma per renderla appetibile agli investitori stranieri e ai turisti che la consumano come un qualunque altro prodotto. In questo senso le città rischiano di perdere ciò che le caratterizza nel profondo, lo spirito della città, più banalmente la loro atmosfera, per trasformarsi in recinti perimetrati all’interno dei quali ogni elemento di disturbo è escluso a prescindere. Tutto ciò azzera gli spazi di dibattito pubblico e di inclusione sociale e anestetizza la società verso un’omologazione prima che culturale di consumo. Possiamo fare le stesse cose, ad esempio prendere un caffè da Starbucks, nel centro di Milano come nel centro di Amsterdam o di New York e questo evidentemente ci rassicura. Outlier come via Padova non sembrano rientrare nei piani, così si instaura la dicotomia degrado/decoro che guida inevitabilmente il discorso quando parliamo di questi temi. In realtà tale contrasto non è così immediato, basta consultare un qualunque dizionario per rendersi conto che il contrario di degrado (un processo in divenire) è miglioramento, non certo decoro (termine che racchiude forti implicazioni morali).
Milano, secondo le statistiche, è una delle città più sicure d’Europa, criminalità e tasso di omicidi stanno rapidamente scendendo negli ultimi anni e di ciò va dato indiscutibilmente merito alle amministrazioni che si sono avvicendate. Ciò che non è sceso è invece il livello di degrado e di abbandono delle periferie, dove anzi i provvedimenti istituzionali rischiano di radicalizzare situazioni già esistenti senza andare alla radice del problema. Periferie vivaci, luoghi di scambio di idee e esperienze gioverebbero alla città ben più di quartieri dormitorio dove recludere chi non può permettersi di vivere altrove, a maggior ragione ora che i centri storici stanno perdendo (non solo a Milano) questa funzione: leggere gli eventi del nostro tempo, anche quelli apparentemente più leggeri, ad un livello più profondo, che vada oltre l’immediatezza del dibattito è fondamentale, con buona pace degli esperti di botanica.

Davide Brocchi

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