Contro chi sotterra la coscienza nel cemento

 

E’ un giorno qualunque, un giorno come tanti, ci si presenta a ritirare i referti di ciò che si pensava fosse un banale controllo, ci si aspetta la prescrizione di qualche antidolorifico, il consiglio di una dieta, di un’aspirina. Magari si passa di fretta durante la pausa pranzo, oppure prima di andare a prendere i bimbi a scuola, in un momento qualunque di un giorno qualunque. Si attraversano dei corridoi bianchi e in fondo si incontra lo sguardo grave di un dottore con una cartella in mano, si incontrano le sue sopracciglia aggrottate, ci si saluta con voce bassa. Si entra nel suo studio, ci si accomoda, il dottore inizia a parlare, a spiegare il dettaglio di un valore alterato, una “macchia” in una zona che non dovrebbe averne; da quel momento tutto è destinato a cambiare, da quelle parole, brevi, concise, dette con la voce basa del dottore, tutto è destinato apparentemente a svanire. A quelle parole segue il panico, a quelle parole segue la forza, da lì iniziano i consulti, le giornate intere nei corridoi bianchi di quell’ospedale, inizia la paura, inizia la lotta.

Quasi 1000 persone al giorno, oltre 3 milioni all’anno, ricevono la notizia di essere affetti da questo brutto male, una buona percentuale di loro sopravvive, mentre un’altra, sebbene in decremento, non ce la fa. Se è vero però che la ricerca ha fatto grandi progressi e che la mortalità per cancro si è abbassata enormemente, è vero anche che al Sud si muore ancora in percentuale maggiore rispetto alle altre regioni italiane. Si inizia questa lotta, e per lottare molto spesso si parte per il Nord in cerca di cure, in cerca di una possibilità, di una speranza, speranza di poter riprendere in mano la propria vita.
Si risponde a questo fenomeno stilando statistiche in cui tutto viene tradotto in numeri, numeri che in realtà sono famiglie, che individuano madri, padri, figli, numeri che sono storie, sono nomi.

Il nome della morte di questi nomi la scienza lo ha voluto assegnare all’“arsenico”, l’“amianto” , il “cadmio” , il “piombo”, tutte sostanze che la criminalità organizzata negli anni ha sotterrato e fatto “svanire” senza pensare alle conseguenze, o forse pensandoci, ma non fermandosi. Queste sostanze costituiscono le fondamenta di città quali Crotone, provincia calabrese nella quale il sogno/incubo dell’industrializzazione risale a oltre ottanta anni fa. Le industrie del polo chimico (Montedison, Pertusola Sud) hanno determinato infatti, negli anni, un inquinamento sempre più pervasivo che ha colpito le persone, il suolo, l’aria, le falde acquifere, il mare. Gli scarti di quelle produzioni sono state utilizzate anche nella costruzione di edifici, scuole, strade a tal punto che nei capelli e nei liquidi organici dei bambini che hanno frequentato le scuole costruite usando quel materiale sono stati trovati quantità di metalli pesanti, sostanze tossico-cancerogene, statisticamente superiori alla norma.

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Lo ha stabilito una consulenza effettuata su richiesta della Magistratura, che per anni si è occupata della vicenda, vicenda che si è conclusa con il proscioglimento degli indagati. Un disastro ambientale e sanitario ancora una volta senza “colpevoli”, una strage senza un “assassino”. Si pensava che la malavita organizzata avesse già messo le mani su questi rifiuti, e li avesse inseriti sotto le strutture dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria ed invece la scioccante scoperta effettuata dalla Procura della Repubblica ha rilevato come questi materiali erano stati utilizzati nelle fondamenta di alcune opere pubbliche, tra cui anche queste scuole.
Ovviamente gli istituti sono stati subito chiusi, ma la tragedia non finisce qui. Sotto accusa è stato anche l’ospedale di Crotone nel quale i tecnici dell’Agenzia regionale dell’ambiente, sono stati chiamati a verificare le strutture ospedaliere. Il sospetto è che la pavimentazione, ma forse non solo quella, sia stata costruita con l’amianto, il che renderebbe ancora peggiore la situazione della città calabrese, dove non sarebbe più considerato sicuro nemmeno l’ospedale.
Passano i giorni e i risultati delle indagini si fanno sempre più preoccupanti. Sono stati 18 fino a questo momento i siti in cui sono stati rilevati alti tassi di rifiuti tossici, tutte opere pubbliche come parcheggi, strade ed anche alcune case, per un totale di 350 mila tonnellate di veleno (arsenico, zinco, piombo, germanio e mercurio, giusto per citare alcune delle sostanze rilevate dalle forze dell’ordine). E intanto la popolazione continua ad ammalarsi, intanto i cittadini continuano a morire, e i familiari non sanno mai trovare una motivazione, una spiegazione, una consolazione.

Il tentativo di industrializzazione, rivelatosi fallimentare, di questa terra bellissima, destinata a primeggiare in campi quali l’agricoltura e il turismo, è stato pagato a caro prezzo con la devastazione del suo territorio e del suo splendido mare e con un’aggressione irreversibile del diritto alla salute dei suoi abitanti, i cui deleteri effetti si protrarranno nel tempo. Il vero nome di queste morti è dunque “denaro”, “avidità”, il vero nome è “pazzia”, la pazzia di uomini che per denaro, per carta straccia hanno “ucciso” se stessi, la loro terra, la loro storia e quella dei loro figli.

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Ma di terreni che sputano dal loro interno veleni purtroppo il Sud Italia ne è pieno, nel cosiddetto “Triangolo della morte” facente amministrativamente parte della Campania, compreso tra i comuni di Acerra, Nola e Marigliano, la terra sembra voler rigettare le 800mila tonnellate di “schifezze” (ottocentomila tonnellate!) che, gente senza scrupoli ha pigiato nel suo ventre. Emergono chiazze di fango denso; sulla superficie bolle che, aprendosi, emanano miasmi. Fumi. Escono da ogni anfratto del terreno. Se ne avverte l’olezzo. La mortalità per alcune patologie raggiunge livelli molto più alti della media italiana. Nel triangolo abitano circa 550.000 persone e l’indice di mortalità (numero di morti l’anno per ogni 100 000 abitanti) per tumore al fegato sfiora il 38.4 per gli uomini e il 20.8 per le donne, dove la media nazionale è del 14. Ma questi miasmi, questi fumi non risparmiamo nessuno, nemmeno i bambini, nemmeno i neonati, piccole testoline che con gli occhioni accerchiati si lasciano intrattenere da un nasone rosso che gonfia palloncini e racconta fiabe cercando di distrarli dalla flebo che hanno attaccata al braccio. Piccoli cuoricini che a volte non ce la fanno e smettono di battere.

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Ospedale Santo Bono, ospedale Pausilipon. Ospedali per bambini. Solo nel mese di febbraio ne sono morti otto; il più piccolo aveva sette mesi, il più grande dieci anni. Sono morti per neoplasie “al sistema nervoso centrale”, cioè al cervello. Sono morti in una terra che non risparmia nessuno.
Dal ’91 al 2013 sono state più di 80 le inchieste per traffico illegale di rifiuti tossici, 2000 le denunce, 500 le aziende coinvolte, 95 gli imputati “a vario titolo” tra cui disastro ambientale e omicidio plurimo colposo. Prescrizione per tutti. Intanto nelle 55 province tra Caserta e Napoli, i decessi per tumori superano di gran lunga ogni media, nazionale e straniera. Lo Stato conosce da anni la situazione, l’Istituto Superiore della Sanità continua a inviare rapporti allarmanti: l’aumento dei tumori dipende da quei fumi velenosi, dalla falda acquifera inquinata. Lo Stato però, prima di affrontare la complicata e costosissima bonifica, vuol esser certo della correlazione inquinamento -malattia, con uno screening sanitario per la “mappatura dei tumori”, screening che quest’anno sarà interrotto. Le già scarse risorse destinate allo scopo sono state dimezzate. Fanno riflettere le parole di Carmine Schiavone, non un cittadino onesto che si ribella alle istituzioni poiché stanco dei soprusi, ma un camorrista, uno che ha ucciso e fatto uccidere per denaro:
“Il vostro diritto alla salute costa di più e vale di meno di quanti benefici possano avere le aziende del nord nell’inquinare le vostre terre. Meglio che morite di cancro in silenzio, lo Stato risparmia. E intanto voi morite e non vi ribellate; non andate a prendere le istituzioni per il collo”. Ma se queste cose le deve dire un assassino vuol dire che si è scesi in basso, sia come persone che come cultura e si ha il dovere di intervenire, si ha il dovere di far sentire la propria voce, il dovere di rendere visibili i nomi di quei numeri, rendere visibili le loro storie, vedere con quanta forza hanno affrontato ciò a cui gente infima, avida di denaro e potere li ha condannati, chi ce l’ha fatta deve urlarlo al mondo e chi non ce l’ha fatta ce la farà attraverso la voce di chi non li ha mai lasciati soli, di chi è stato la sua forza e il suo vero futuro.

Questo è rivolto a chi ha il dovere di intervenire affinché chi denuncia non si trovi da solo, solo di fronte a un’informazione mediata che protegge gli interessi dei più forti e punta il dito contro le responsabilità dei più deboli, solo contro chi prima ha inquinato e ora specula sull’emergenza dei rifiuti tossici, solo contro un’omertà fatta passare per incapacità d’agire o impossibilità di cambiare, contro chi vuole tagliare i fondi proprio agli ospedali, tagliarli alla salute, alla vita che ormai è una merce di scambio, solo a sconfiggere un male che va oltre la malattia, un male radicato e secolarizzato, un male chiamato “indifferenza”, non remissivo silenzio ma vera e sporca violenza.

Federica Versea

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