Il viaggio dei migranti: dove ci siamo interrotti e da dove ricominceremo il 2 marzo.

Nel libro La Frontiera, l’autore Alessandro Leogrande giunge alla conclusione che i viaggi dei migranti non sono destinati a interrompersi. L’autore del libro afferma infatti: “se continuano a scappare in massa, è perché stanno fuggendo da una violenza ancora più efferata. Dalla certezza della morte, o da quella di una vita non vissuta”. Ed è proprio questo pensiero conclusivo a fungere da trampolino di lancio per la conferenza del 21 novembre 2016 organizzata dalla nostra associazione, Students for Humanity, sul tema dei migranti e del loro disperato viaggio verso il miraggio di una nuova vita.

I protagonisti della conferenza sono stati: Paolo Magri (vicepresidente dell’ISPI), Gianni Ruffini (direttore generale di Amnesty International Italia) e Ilario Piagnerelli (giornalista della RAI), i quali hanno trattato il tema con tre approcci diversi, frutto delle loro diverse esperienze personali e lavorative, facendo sì che a una precisa e ben delineata analisi geopolitica si affiancassero delle testimonianze dirette di questo dramma umanitario.

Il primo intervento è quello di Paolo Magri, che si focalizza sulle cause e le conseguenze geopolitiche dei movimenti migratori più recenti, fornendoci dei dati per comprendere gli elementi strutturali del fenomeno e per poter delineare delle ipotesi sui suoi futuri sviluppi.

Il primo punto sottolineato nell’intervento è che non è corretto parlare di emergenza migranti, dato che, dati alla mano, quello a cui assistiamo è un trend di crescita costante, dal 1960 ad oggi. Un altro importante mito da sfatare è quello della migrazione come fenomeno puramente europeo: infatti i 243 milioni di migranti nel mondo sono diretti – nell’ordine – in Nord America, Europa e Asia. Di questi 243 milioni di migranti totali, 21,3 milioni sono rifugiati. Il trend dei movimenti migratori segue diversi corsi per le due categorie: i migranti sono protagonisti, come evidenziato, di un trend in costante crescita, mentre per i rifugiati il trend non ha un andamento stabile e definito. Ulteriore categoria da definire – e meno conosciuta – è quella dei displaced, circa 65 milioni di individui che sono costretti ad abbandonare la propria casa, ma che si muovono all’interno dei confini nazionali. Il fenomeno interessa soprattutto: Giordania, Etiopia, Libano.

I flussi migratori portano instabilità non in quanto tali, ma quando soggetti a forti variazioni improvvise: in Europa la crisi dei migranti e la conseguente incapacità di gestirne l’arrivo e l’inserimento nella società dipende dalla variazione repentina che ha fatto sì che si passasse in poco tempo da circa 200 000 a 1,5 milioni. Questo grande mutamento è la conseguenza della destabilizzazione della situazione libica, che ha portato tanti individui in condizioni di povertà a tentare di fuggire verso le coste italiane. Tuttavia, la maggioranza dei rifugiati siriani non viene accolta dall’Europa, ma da paesi più prossimi: Giordania, Libano e Turchia.

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Ma cosa spinge i migranti a partire? Ci sono diversi fattori, sia demografici (costante crescita della popolazione africana), che ambientali (desertificazione come trend strutturale nel lungo periodo). Questo insieme di elementi inasprisce le già marcate disuguaglianze del continente africano, spingendo molti individui a tentare la sorte con un viaggio che parte dal deserto per arrivare alle coste libiche e al Mediterraneo. Ovviamente tutto questo ha delle conseguenze pesanti sia sulle relazioni con i paesi di partenza, sia per l’economia Europea e per i rapporti tra paesi membri

L’intervento di Ruffini si collega quasi immediatamente a quello di Paolo Magri. Il direttore generale di Amnesty International Italia, comincia con il sottolineare che dobbiamo partire da un’assunzione fondamentale: il migrante è un soggetto debole, che paga il prezzo del progressivo aumento della disuguaglianza a livello mondiale. Il coefficiente di Gini negli ultimi 30 anni ha continuato ad aumentare, nonostante alcuni eclatanti casi di crescita di alcuni paesi del sud del mondo: Cina, India, Etiopia, per fare degli esempi. La migrazione è allora una delle possibili soluzioni per chi si trova in regioni estremamente povere e sottosviluppate al livello economico. Tuttavia il tradizionale migrante economico è una figura sempre meno comune: è raro oggi il fenomeno della migrazione stagionale. Oggi chi parte, parte per sempre, con una prospettiva di vita migliore sia in termini economici che di salute (in Africa l’aspettativa di vita è ferma a 45 anni).

A questo si aggiungono tutta una serie di fattori ambientali, che vanno dal cambiamento climatico alle catastrofi naturali e che mettono a rischio milioni di persone: Ruffini riporta che il 20% della popolazione africana è concentrata in zone che si prevede saranno sommerse nel giro di qualche decennio. A tutto ciò si aggiunge l’inadeguatezza delle organizzazioni internazionali e dei governi in generale a fronteggiare il problema con strategie di lungo periodo, determinando l’involuzione di cambiamenti positivi. Due esempi concreti su tutti: il ritorno delle crisi alimentari e l’incapacità di proteggere i civili dal conflitto siriano. Senza l’introduzione di politiche concrete, di soluzioni convincenti, la migrazione continuerà ad essere l’unica via percorribile per le fasce più deboli e questo nonostante i pericoli a cui si va incontro, che vanno da quello di perdere la vita in mare a quello di essere picchiati, violentati, rapinati, chiusi in campi di concentramento libici o uccisi se non in grado di pagare le organizzazioni internazionali che tengono le fila di questo commercio di esseri umani.

Il giornalista Ilario Piagnerelli continua sul filone del dramma umanitario rappresentato dal viaggio affrontato dai migranti. Il giornalista ha percorso la rotta balcanica, creando un reportage che rappresenta il viaggio di chi sceglie la rotta alternativa a quella mediterranea, trascorrendo mesi nell’Europa dell’Est per arrivare a raggiungere l’Austria e poi continuare verso mete ancora più a nord, come il Regno Unito. La rotta balcanica si è chiusa nel 2015, con la creazione di muri e recinzioni di filo spinato. Ora il flusso di migranti è severamente controllato, anche all’accesso austriaco e al Brennero. Rendendo la via continentale impraticabile, aumenterà l’afflusso di migranti via mare, seppure anche via mare sono stati costruiti dei “muri”, fatti di vedette della guardia costiera, per disincentivare la partenza dal Mar Egeo. Alla chiusura europea è seguito l’accordo con la Turchia, che impedisce ai migranti di intraprendere il viaggio verso l’Europa, costringendoli a cercare vie alternative, spesso più pericolose. Anche i migranti già presenti in Europa sono alla ricerca di vie alternative: il caso più eclatante è quello del campo profughi di Calais in Francia, che era stato circondato da u muro di cemento armato e filo spinato per evitare ai migranti di intrufolarsi nei tir diretti oltremanica. Ciò ha spinto i migranti a usare rotte diverse, meno controllate e meno sicure: l’attraversamento di tunnel ferroviari a piedi per citare un esempio.

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La conferenza si chiude con la proiezione del video creato da Piagnerelli, ma lascia molti interrogativi. La questione è complessa e richiede l’individuazione di un delicato equilibrio tra diritti umani e fenomeni geopolitici, tra richieste politiche dei cittadini dei paesi che accolgono e soluzioni per risolvere i trend negativi nei paesi di partenza. Le soluzioni adottate finora non bastano: sono aride, incentrate sul breve periodo e sostanzialmente vogliono ignorare il problema. La chiusura delle frontiere, la costruzione di muri esasperano una situazione già molto critica. E allora cosa possiamo fare? Quali dovrebbero essere i nostri obiettivi nel lungo periodo? La conferenza del 21 novembre ci ha fornito la preziosa esperienza di chi il dramma dei migranti lo ha visto e studiato direttamente, permettendoci di conoscere e valutare il problema.

Il 2 marzo, con la seconda conferenza sul tema, vogliamo approfondire quanto già discusso e andare oltre, per capire il funzionamento del sistema di gestione dei migranti sia dal punto di vista giuridico che da quello pratico. Stavolta i protagonisti saranno Domenico Quirico, Chiara Garri e Laura Cecchini, i quali affronteranno la questione con un approccio diverso, per cercare un punto di incontro tra i regolamenti astratti che prescrivono il sistema di gestione dei migranti e il dramma quotidiano di chi rischia la vita per arrivare in Europa, tenendo conto di tutti quei fattori che impattano la gestione concreta del problema: le richieste di chiusura di alcuni segmenti della popolazione, il rispetto dei diritti umani, l’accordo con la Turchia..

Le porte possono anche essere sbarrate, ma il problema non si risolverà, per quanto massicci possano essere i lucchetti. Lucchetti e catenacci non possono certo domare o indebolire le forze che causano l’emigrazione; possono contribuire a occultare i problemi alla vista e alla mente, ma non a farli scomparire”. (Zygmunt Bauman, la società sotto assedio)

Robin Hendrix

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