Una lettera a chi nega la cultura dello stupro

La storia di Sara Roebuck somiglia a quelle di tante altre ragazze. Sei mesi dopo essersi trasferita dal Regno Unito in Francia per un tirocinio, è stata aggredita in una discoteca della capitale da uno sconosciuto che ha tentato di violentarla. Come ha dichiarato alla stampa del suo paese, Sara ha cercato a lungo di reprimere emozioni e pensieri legati all’accaduto. Tuttavia, quasi un anno dopo quella sera in discoteca, ha ricevuto una lettera da parte del tribunale nel quale il suo aggressore sarebbe stato giudicato e che l’invitava a prendere parte al processo.
Allora Sara ha deciso di mettere nero su bianco il vortice di sensazioni che hanno ricominciato a tormentarla dopo un così lungo periodo in cui lei aveva provato a metterle a tacere. Ha pubblicato una lettera (inizialmente pubblicata qui) che esorto tutti, uomini e donne indistintamente, a leggere, nella speranza che parole tanto potenti, sincere e drammatiche al tempo stesso possano portare a una riflessione profonda e consapevole. La stessa Sara scrive: “Scrivo questo perché sono stanca, sono esausta di storie del genere. Voglio capire e voglio che gli altri capiscano come e perché la nostra società ancora debba lottare contro la velenosa e violenta realtà dello stupro, la gravità della violenza sessuale, la complessità della misoginia, il peso del patriarcato che continua a minimizzare il ruolo dello stupratore e incolpare le donne i cui corpi sono strappati via dalla loro stessa pelle.”
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La lettera è  apparentemente indirizzata all’uomo responsabile dell’aggressione in discoteca (che per inciso ha definito quanto successo “stupidità giovanile”, in uno sconvolgente tentativo di sminuire la gravità del suo gesto).
In verità, sebbene la lettera cominci con un “Caro individuo”, è indirizzata a tutte le donne che hanno subito violenza, e Roebuck fa un resoconto preciso e mai disonesto delle varie forme in cui tale violenza si manifesta. Da ciò appare chiaro che sostanzialmente l’intero genere femminile è vittima, in un modo o nell’altro di violenza a sfondo sessuale. E per quanto i racconti di vita quotidiana di Sara Roebuck possano sorprendere molti lettori, suonano certo terribilmente familiari alle sue lettrici.
Vale la pena sottolineare che l’obiettivo dell’autrice non è demonizzare il sesso maschile, additandolo come responsabile di tutti i possibili mali della vita di una donna, ma portare la complessità della violenza sessuale all’attenzione di chi la ignora. Come lei stessa scrive “È così importante capire questa mentalità. Perché quello che è successo a me è estremo, ma non insolito. E come ho scritto prima, questa lettera esiste come espressione della schiacciante esistenza di diluite forme di misoginia, abuso, violazione ed intimidazione, che coinvolgono ogni singolo giorno il 100% delle donne…”

Nella parte della lettera in cui racconta del momento in cui ha prestato testimonianza in aula, Roebuck scrive:
“In quel momento, rappresentavo e parlavo per ogni donna nel mondo che ha sofferto sotto le mani di un uomo come te. Rappresentavo ogni donna che cammina verso casa con le chiavi strette tra le dita, ogni donna che ha cambiato vagone del treno a causa di quell’uomo che non smetteva di fissarla, ogni donna i cui genitori insistono perché lei mandi loro un messaggio quando torna a casa dopo una serata fuori, anche a ventiquattro anni, preoccupati per la sua sicurezza poiché è una donna e non un uomo.
Rappresento ogni donna che ha sentito la sua sessualità messa in mostra passando davanti a un gruppo di uomini, ogni donna che ricorda la prima volta in cui il proprio corpo da bambina non è stato più così innocente agli occhi di qualche uomo orribile, ogni donna che sa cosa si prova ad avere l’appiccicosa pesante sensazione di un indesiderato sguardo fisso che le avvolge il corpo, impregnando la sua pelle di uno sguardo malaticcio che non si può tradurre in parole ma voi donne conoscete così bene.
Rappresento ogni donna che è stata chiamata troia, puttana o stronza per aver rifiutato delle proposte indesiderate, ogni donna che si è sentita priva di valore, usata e giudicata per aver fatto sesso, quando un uomo si è sentito più potente, libero e forte per aver fatto esattamente la stessa cosa.
Rappresento ogni donna che conosce la rabbia bollente nel sentirsi dire che il più spudorato e palese sessismo è solo uno scherzo, e che “dovresti davvero imparare a rilassarti e a farti due risate”. Rappresento ogni donna che ha pensato due volte al proprio abbigliamento, nel caso fosse “troppo da troia” o “attirasse troppo l’attenzione”. Rappresento ogni donna che è passata per il solitario, autodistruttivo “se non avessi, fatto, detto, respirato, questo o quell’altro, allora nulla mi sarebbe successo”. Rappresento ogni donna che ha sentito quella vergogna pungente nel sentire altre donne, amiche, colleghe [..] giudicarla col senno di poi per il modo in ci hai reagito e sofferto, dicendole che “sono cose che capitano” e “non ci sono scuse” perché “tu non avresti dovuto uscire, avresti dovuto fare più attenzione, non sai che gli uomini vogliono solo una cosa, non avresti dovuto metterti in quella situazione”, “t’as complètement déconné” (hai fatto davvero un casino), detto da donne che dichiarano di essere femministe.”

Proprio per la chiarezza con cui mette a nudo come uomini e donne di fatto, per molti versi, non vivano ancora in una situazione di parità, questa lettera è da considerarsi un manifesto dell’ideologia femminista e anti-stupro.
Precisamente per il fatto che denunciano con lucida esattezza la cultura dello stupro (che non può essere ridotta al semplice tentativo di abuso) in tutte le sue diverse manifestazioni, le parole della giovane inglese costituiscono la miglior risposta a chiunque neghi l’esistenza di tale cultura.
Generalmente, un simile rifiuto prende due forme. La prima è quella di chi sostiene che gli atti più brutali commessi da un uomo su una donna derivino unicamente dalla natura bestiale del soggetto in questione, e non che invece siano, come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, frutto di una società nella quale ancora troppi individui di sesso maschile considerano le donne come oggetti messi al mondo per soddisfare i propri desideri, si tratti pure del desiderio di osservarle a proprio piacimento.
La seconda forma di rifiuto, poi, è quella di chi giustifica lo stupro, per tutte quelle ragioni elencate da Sara e che essenzialmente si possono riassumere nell’idea che una donna possa meritare di ricevere violenza. È il rifiuto di chi crede che l’unica soluzione al problema sia limitare dalla parte delle donne il godimento di quei diritti che vengono etichettati in fin dei conti come superflui, ma di cui di fatto nessun uomo (quanto meno nelle società civili in cui viviamo noi, e da cui proviene Sara Roebuck) deve privarsi. In altre parole, è la visione di quelle persone che con superficialità e sufficienza sminuiscono ogni reclamo che una donna fa di godere del diritto di tornare a casa da sola di notte o di indossare quello che le piace, facendole notare che sono sciocchezze a cui può senza problemi rinunciare in nome della propria sicurezza, senza considerare che la chiave del problema sta negli individui e nell’ideologia che costituiscono la minaccia a quella sicurezza. E anche adesso che scrivo queste parole, sono certa che la maggior parte delle persone che le leggeranno le troveranno inconsistenti, e si rifugeranno nella convinzione ormai troppo fortemente radicata, che le brave ragazze, quelle che non se la cercano, non vengono violentate. Che dal momento che l’unica cosa che davvero funziona è fare un passo indietro quando la situazione lo richiede, forse è anche la cosa giusta da fare.
Al contrario, nella sua lettera, Roebuck sottolinea come nessuna donna meriti di essere violentata, a prescindere da ciò che fa della sua vita. E rivendica il diritto di vivere senza che la propria femminilità venga usata come una scusa da parte degli uomini per approfittarsi di lei. Rivendica il diritto di uscire, muoversi da sola, indossare quello che le pare, godere della propria sessualità e dire di no.

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Prima di proseguire, vorrei fare due precisazioni.
La prima è che quanto da me scritto in questo articolo non pretende di riassumere in maniera esaustiva la varietà di trattamenti discriminatori di cui sono oggetto le donne al giorno d’oggi. Molti altri ne potrebbero essere elencati: l’esclusione da alcune sfere della vita pubblica e privata, l’ingiustizia di alcune politiche economiche, l’impiego di una retorica umiliante e misogina. Tuttavia, mi sono limitata a considerare gli esempi citati da Roebuck, particolarmente rilevanti nella discussione sulla violenza sessuale.
La seconda puntualizzazione, invece, riguarda il termine femminismo. Questo indica in senso generico l’ideologia che sostiene l’uguaglianza tra i generi, non la presunta superiorità delle donne sugli uomini. L’unica ragione per cui al suo posto non vengono utilizzate espressioni come “egualitarismo” (o che si riferiscono a parole come “parità” o “equità”) è perché storicamente e fin troppo ovviamente, un genere, quello femminile, si è trovato in una posizione di subordinazione rispetto all’altro. Sarebbe inutile negare che le donne hanno da sempre vissuto, e vivono ancora, situazioni di svantaggio, repressione, sfruttamento. Al contrario il maschilismo è l’ideologia che giustifica la disuguaglianza e da luogo ai fenomeni che di questa si nutrono.
Detto ciò, risulta chiaro che il maschilismo non è specularmente l’opposto del femminismo. Rappresenta invece ciò che separa, sta in mezzo tra la violenza più efferata e una sostanziale uguaglianza. Il maschilismo si articola in uno spettro di comportamenti ben più vario del solo atto dello stupro.
Ed è per questo che abbiamo un bisogno così urgente di femminismo. Non (o meglio, non solo) per fermare, condannare e punire i responsabili di atti scellerati come l’omicidio la violenza carnale. Abbiamo bisogno di femminismo per denunciare e sanare la cultura della violenza, che, come detto, si esprime in numerose forme, più o meno gravi per intensità e frequenza. Non è sufficiente che esistano leggi volte a sanzionare chi stupra o uccide una donna. È necessario lo sviluppo di una società in cui i gesti che per qualche motivo non possono essere legalmente puniti (e basta leggere le parole di Roebuck per capire a cosa mi riferisco) vengano deplorati dai membri stessi della comunità. Una società nel quale venga stigmatizzato chi esercita una qualsiasi forma di abuso su una donna, e non la vittima. In sostanza, una società in cui sia chiara la responsabilità degli atti di più comune e quasi discreta violenza e con altrettanta chiarezza venga respinto chiunque li ponga in atto.
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Sono consapevole di quanto poco concreto questo progetto possa apparire e che l’idea di cambiare il modo in cui oggi milioni di persone in tutto il mondo percepiscono ruoli e rapporti tra i generi suona piuttosto utopica. Così come è chiaro che non è possibile costruire una realtà in cui i diritti delle donne vengano totalmente e unanimemente riconosciuti e rispettati: la disuguaglianza è un male troppo difficile da estirpare, come dimostra il fatto che esistano ancora il razzismo, la povertà, l’omofobia. Tuttavia, la complessità dell’impresa non deve essere una ragione per abbandonarla e arrendersi semplicemente allo status quo. Donne e uomini di tutto il mondo devono sentire il dovere di contribuire a un processo di maturazione delle proprie comunità, con ogni mezzo in loro possesso: il dibattito, l’informazione, l’associazione, ma anche la protesta e soprattutto il voto. Devono comprendere che tale processo non può cominciare che con un’analisi della realtà che sia onesta e responsabile, svincolata da retaggi culturali del passato, da pregiudizi. Prendere coscienza non è che il primo passo, ma è essenziale che venga fatto.

Vittoria Baglieri

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