Qual è il “peso” della felicità?

Cosa vi ricorda questa mela?

Il quadro di Magritte “Il figlio dell’uomo”, un dispositivo Apple, il profumo “Delicious” di DKNY, un dentifricio Mentadent, una tarte tatin?

Più di un nono della popolazione italiana attribuisce a questa un significato profondamente diverso. Mi sto riferendo a quei 3 milioni di persone che oggi sono affette da disturbi del comportamento alimentare. Anoressia, bulimia, binge eating disorder non si limitano ad essere malattie dell’appetito o patologie d’imitazione. Sono invece la manifestazione della profonda difficoltà di vivere la vita e la prima causa di morte delle persone tra i 12 e i 25 anni.

Nel 2014 il Ministero della Salute ha dichiarato lo stato di “epidemia”. Ma nessuno ne parla. O forse ne parlano tutti senza conoscere la questione come dovrebbero. Quello che è certo è che fin troppe persone conoscono questa realtà troppo da vicino.

Tante volte ci è capitato di passeggiare per strada e vedere camminare una ragazza molto magra, scheletrica, di definirla anoressica e di non riuscire a capacitarci di tanto deperimento. Quante di queste volte ci siamo soffermati sul suo sguardo? Cosa rappresenta il vuoto nei suoi occhi? Inadeguatezza, insoddisfazione, disagio ma soprattutto dolore. Un dolore apparentemente inesprimibile a parole, di cui corpo diventa il mezzo di espressione. Si va incontro ad una progressiva negazione di sé stessi, dei propri bisogni, degli affetti, dei sogni, dei sentimenti, dei desideri, del proprio corpo, di tutto quello che ci rende umani, nella ricerca della perfezione del nulla.

Cammina, cammina, cammina, e ancora cammina: i sensi di colpa sono troppi per concedersi di fermarsi anche solo un secondo per dare ascolto alla stanchezza. Il desiderio di controllo fa perdere il controllo di sé stessi. Assurdo, no? Si diventa meri esecutori di ordini imposti inconsciamente dalla propria mente che, a suon di privazioni e movimento, portano all’auto distruzione. Quante calorie (non) ho assunto, quante ne ho bruciate? Solo questo conta. Da domani mi impegnerò di più: meno cibo più movimento. Si è alla continua ricerca di un nuovo limite da superare, quello precedente non è mai abbastanza. Il valore della persona viene ridotto a un numero, un numero che non è mai troppo basso. E da domani niente acqua. Io non ne ho bisogno, solo io so cosa è giusto per me. Non ho mai fallito. Me l’hanno dimostrato i professori dicendomi che ero diligente, gli amici considerandomi un’amica premurosa e i genitori dipingendomi come la figlia perfetta. Mai nessun problema, è sempre andato tutto bene, forse tutto fin troppo bene. Bene, ma bene per chi? Il peso da (sop)portare è troppo grande, bisogna toglierne ancora un po’ almeno dal corpo.

Mentre questi meccanismi si insinuano nella tesa del malato, le persone attorno non si capacitano di cosa stia accadendo. Com’è possibile, proprio te? Perché tutto questo? Da dove viene questo dolore? Non sarebbe più facile provare a parlare?

Silenzio. Apatia. Isolamento. Sembra impossibile capire una malattia che va contro il senso stesso dell’esistenza. Ogni giorno tante persone, medici, parenti, amici, fidanzati cercano di trovare una crepa nel muro eretto dalle persone affette da disturbi del comportamento alimentare. Sembra un muro invalicabile. Eppure, poco alla volta, tra una crepa dopo l’altra, tra un pianto e l’altro, si inizia a intravedere la luce. Qualche sorriso inizia di nuovo a spuntare tra le labbra, e un sorriso tira l’altro, e a un tratto ricompare la voglia di vivere, diversamente da prima, meglio di prima, più di prima.

A volte si pensa che non ci sia più speranza, ma il privilegio di avere ancora un cuore che batte fa riporre fiducia nel fatto che il sole risorgerà.

Grazie a chi non smette di stare accanto alle persone che hanno questa malattia.

Grazie a chi non conosce le persone con questa malattia, ma le vede, le riconosce e regala loro un sorriso. Pensano di non aver bisogno di nulla, ma la verità è che hanno bisogno di tutto.

Grazie a chi ha deciso di andare oltre alla magrezza delle persone, e che cerca di capire cosa c’è dietro.

Grazie a voi, che avete dedicato un po’ del vostro tempo alla lettura di questo articolo e vi siete impegnati per conoscere un po’ di più questa realtà, che ci è sempre e pericolosamente più vicina.

Spesso sentiamo dire che la felicità non ha un prezzo. Chi soffre di disturbi del comportamento alimentare deve in realtà pagare un prezzo piuttosto alto per raggiungerla. Questo prezzo non è monetizzabile, ma costituito dalla difficoltà di affrontare i propri mostri e di imparare ad accettarsi. Ognuno percorre una strada diversa per il raggiungimento della propria felicità, la certezza è che alla fine del percorso ci si rende conto che la felicità non è un peso.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s