La mia Africa.

La Tanzania, il Ruanda, l’Uganda e il Kenya. Questi gli stati Africani che ho avuto la fortuna di vivere, conoscere e amare negli ultimi tre anni.

L’Africa ti prende, ti cambia, ti travolge completamente.

Il mal d’Africa è quella strana sensazione che ti cresce dentroe che non si manifesta nell’esatto momento in cui torni a casa, in una casa troppo lontana da quei tramonti mozzafiato e da quei cieli stellati.

Il mal d’Africa è un sentimento che nasce lentamente, con il passare delle settimane, dei mesi, quando i ricordi di quei giorni spensierati iniziano a perdere nitidezza e si mischiano l’uno all’altro.

Il mal d’Africa èla paura che quei momenti vissuti forse non torneranno più, l’irrequietezza nell’attendere il momento in cui ritornerai, la nostalgia dei sorrisi dei bambini, la gioia delle loro urla mentre corrono verso di te, la consapevolezza di aver conosciuto la vera felicità.

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E’ per questo che ho aspettato un paio di mesi dal mio ultimo viaggio prima di raccontare questa storia. Avevobisogno, in un certo senso,  di ricadere nel mondo frenetico e veloce a cui Milano ci ha abituato, di riprendere le mie vecchie abitudini, di riflettere su quello che è stato e di lasciare che il mal d’Africa riaffiorasse e mi guidasse nella stesura di questo articolo.

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Erano passati solamente tre giorni dal mio arrivo a Kigali, quando mi è stato comunicato che il mio primo giorno di lavoro sarebbe stato un field-trip in una provincia del nord-est, in un piccolo villaggio nel distretto di Nyagihanga, in Ruanda. Questo villaggio, come moltissimi altri appena un paio d’ore distanti dalla capitale, ha dei gravissimi problemi relativi alla scarsità dell’acqua. Il nostro compito sarebbe stato quello di consegnare ad una scuola dei filtri per depurare l’acqua e riparare due pozzi. Dopo circa cinque ore di viaggio siamo arrivati a destinazione e abbiamo trascorso le prime due ore sotto il sole dell’equatore, osservando gli operai che riparavano il pozzo, aiutati e supportati da tutti gli uomini più forti del villaggio. Successivamente saremmo andati nella scuola primaria per la consegna dei tredici filtri e per una dimostrazione su come andassero utilizzati.Ero circondata da decine di bambini che con i loro occhioni grandi e timidi sono rimasti lì ad osservarmi: il colore della mia pelle e i capelli lisci mi rendevano l’attrazione principale della giornata.

Stavo giocando con dei bambini e mangiando della canna da zucchero insieme a Christelle, la titolare dell’azienda per cui facevo lo stage, quando ha iniziato a raccontarmi una storia.

Fino a circa due anni prima, quando ancora non erano stati costruiti i pozzi nella zona, era abitudine degli abitanti del villaggio andare a prendere l’acqua in una “pozza” non troppo lontana. In Africa una pozza di acqua può essere definita come qualcosa a metà tra una grandissima pozzanghera e un piccolo lago. Gli abitanti del villaggio, impegnati in varie attività di agricoltura o di generale sussistenza, delegavano i bambini per andare a prendere l’acqua alla pozza. Bambini di cinque o sei anni muniti di taniche da cinque litri l’una avevano l’importantissimo compito di andare a prendere l’acqua per le rispettive famiglie quasi giornalmente. Per riuscire a riempire la loro tanica erano costretti ad entrare in acqua e magari fare anche qualche metro in più e giocare tra di loro, schizzandosi e divertendosi. Non ci è voluto molto perché uno di loro, quel maledetto giorno, senza rendersene conto, si allontanasse un po’ troppo fin dove non si toccava più. In un attimo era annegato. Non c’era più.

Come è possibile che un bambino di sei anni, il cui unico compito dovrebbe essere quello di giocare, andare a scuola e crescere serenamente, sia morto per andare a prendere dell’acqua?

Quel mio primo giorno di lavoro mi resterà impresso nella memoria per il resto della mia vita. Quel bambino sarebbe potuto essere uno dei tanti con cui avevo giocato per le passate due ore, curioso di quella ragazza con la pelle diversa, con i capelli lunghi e con la faccia rosso peperone bruciata dal sole che parlava in una lingua sconosciuta.

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Il Ruanda è un Paese piccolissimo, circondato da altri giganteschi stati africani tra cui la Repubblica Democratica del Congo e la Tanzania, non ha sbocchi sul mare e lo scorrere del tempo è scandito da due sole stagioni: la stagione secca e quella delle piogge. L’unico motivo per cui il resto del mondo, forse, sa dell’esistenza del Ruanda è a causa del genocidio degli anni novanta che ha causato la morte di quasi un milione di persone, principalemte dell’etnia Tutsi. Un evento brutale, agghiacciante che ha segnato fortemente la vita della popolazione Ruandese.

Nelle zone rurali del Ruanda e soprattutto in alcune province, meno della metà della popolazione ha accesso all’acqua potabile, problema che causa svariate malattie che riducono drasticamente l’aspettativa di vita. Fortunatamente grazie a numerose organizzazioni locali e internazionali e al contributo del governo si stanno facendo grandissimi passi in avanti per lo sviluppo del Paese e la sua crescita.

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Ho trascorso tre mesi nella terra dalle mille colline e, dopo aver speso così tanto tempo a stretto contatto con la popolazione, ho imparato a comprenderla e ad apprezzare il grande coraggio e la forte determinazione con cui affronta le continue lotte e difficoltà per rendere il suo piccolo Paese grande: ricordare il Ruanda non soltanto per storie tragiche, dal genocidio a quanto appena raccontato, ma anche e soprattutto per la forza e la capacità di superare le difficoltà e di combattere per risollevarsi.

 

Giulia Alessandra Melfi

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