Cina: tra progresso e peccato.

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”

Art I, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Parigi, 10 Dicembre 1948: come conseguenza delle innumerevoli atrocità susseguitesi durante il II conflitto mondiale, nasce la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, trenta articoli che sanciscono la realizzazione dell’ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le nazioni.
A quasi settant’anni di distanza dalla sua adozione, risulta quasi anacronistico che in uno degli stati fondatori delle Nazioni Unite, la Cina, si susseguano persistenti violazioni di quelli che sono i suoi stessi principi fondamentali.
L’efficace applicazione dei principi in essa elencati esige senza dubbio un dinamico processo di ridefinizione del concetto stesso di diritto umano riconosciuto, così come un piano di lungo termine per la sua implementazione e il suo rinforzo. La situazione che si viene però a delineare nella Repubblica Popolare Cinese si discosta non poco da questa strategia, nonostante l’universalità dei diritti umani venga spesso citata dal governo cinese, affermando categoricamente la sua applicazione in tutto il territorio.

A tal proposito ci si pone un interrogativo, un interrogativo alquanto ironico se così può essere definito. Che la Repubblica Popolare Cinese applichi alla Dichiarazione un campo semantico diverso da quello che si proponeva in principio? È infatti inevitabile che gli studiosi della materia abbiano proposto una nuova interpretazione dell’originario concetto di diritto umano. Questa interpretazione può essere sintetizzata attraverso tre linee guida fondamentali: in primis il concetto va reinterpretato ed analizzato sulla base della cultura e della tradizione cinese; in secundis, dovendo intervenire sulle specificità di ogni paese, dovrebbe essere il governo ad intervenire per la risoluzione delle problematiche che via via si susseguono, piuttosto che demandarlo ad enti sovranazionali culturalmente e fisicamente discostati da quella specifica realtà; infine c’è da sottolineare il fatto che i paesi asiatici si sono posti come obiettivo fondamentale quello dello sviluppo economico. Questo è infatti il nodo fondamentale della discussione che ormai da anni si è aperta nel panorama culturale e governativo mondiale: le strategie di fondo portate avanti dal governo cinese presuppongono la limitazione quasi totale dell’interesse verso altre tematiche, prima fra tutte l’equa ed effettiva applicazione dei diritti fondamentali a tutta la sua popolazione.

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Tra le innumerevoli inadempienze che si possono elencare, un arcobaleno di atrocità si staglia sulle nove migliaia e mezzo di km² di territorio cinese: pena di morte, limitazione alla libertà di espressione e di religione, violazione ai diritti delle donne, dei disabili, delle comunità LGBT e al diritto alla salute, solo per citarne alcune.

La Cina è il paese al mondo dove attualmente si esegue la maggioranza delle condanne a morte e, nonostante il numero ufficiale non si riesca a definire in maniera definitiva, resta comunque un dato raccapricciante. Quello che anni or sono Beccaria aveva denunciato, sembra non aver trovato riscontro nella Repubblica Popolare, proponendosi anzi come una delle principali pene applicate ai criminali. Nonostante infatti il governo assicuri di ricorrere a questa pena come ultima istanza e solo per i crimini più gravi, secondo una ricerca indipendente portata avanti da Amnesty International sono circa sessantotto i reati punibili con la pena di morte. Ancor più destabilizzante è la conseguente nascita di un mercato illegale parallelo di organi. Con elevatissime probabilità infatti la maggior parte degli organi commercializzati proverrebbe proprio dai detenuti, senza naturalmente il loro consenso alla pratica.

Per quanto concerne invece le innumerevoli limitazioni alla libertà di espressione e di religione sembra quasi paradossale per un popolo occidentalizzato sapere di un paese che nega ai propri cittadini, intellettuali e giornalisti la libertà di esprimere pareri su qualsiasi tipo di argomento, con la minaccia incombente di censura o di prigionia nel peggiore dei casi. Per non parlare della situazione paradossale che si profila tra i banchi di scuola, dove l’apprendimento viene inteso come metodo di costruzione di una forma mentis comune e standardizzata, eliminando a prescindere la conoscenza del “diverso”, in questo caso rappresentato dal pensiero e dal modus vivendi occidentali.
Così come i testi scolastici ed accademici vengono sottoposti ad uno stringente controllo da parte delle autorità, anche i testi religiosi non vengono esulati dallo stesso trattamento.

Preoccupante è la situazione che invece si profila per la questione relativa ai diritti riservati al gentil sesso: tra le varie problematiche, quella che risulta più aspra, è quella collegata a tutte le conseguenze che la legge del figlio unico ha portato con sé. Nei piani quinquennali stabiliti dal governo infatti è emerso come fondamentale un ridimensionamento del numero delle nascite. Da ciò deriva un aumento del numero degli aborti, che, oltre ad aprire un complesso dibattito etico-religioso, sono scientificamente pericolosi per le donne che ne fanno eccessivo uso. A ciò si aggiungono lo scandalo dei presunti omicidi dei nascituri di sesso femminile, pericolose sterilizzazioni obbligate, discriminazioni sociali piuttosto che la totale mancanza di protezione contro reati domestici, stupri e molestie.

Ancor più scandalosa ed inquietante, in questo già vergognoso quadro, è la situazione concernente il diritto alla salute: con il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione si sperava infatti in un conseguente miglioramento delle condizioni sanitarie, che, però, non è avvenuto. Purtroppo aldilà delle normali pratiche mediche, infatti, pochi sanno delle condizioni riservate a malati mentali e disabili. Partendo dal presupposto che tali malattie sono spesso accompagnate da una erronea concezione da parte della stragrande maggioranza della popolazione, al governo cinese sembra non interressi sdoganare tali pregiudizi, anzi, sembrerebbe molto più facile sopprimerli. Oltre 100 milioni sono i malati mentali nel vasto territorio cinese e solo per il 20 per cento circa sembrano esserci adeguate cure mediche. Schizofrenia, depressione, bipolarismo, nevrosi e paranoie sono marchiate come disfunzioni del “qi”, il flusso energetico che secondo l’antica filosofia cinese “prende una direzione sbagliata e lascia entrare il demone”. Isolati, incatenati, targati come “disturbatori della quiete pubblica”: questi sono i trattamenti riservati a persone affette da malattie troppo poco ortodosse per essere universalmente giustificate ed accettate.

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Questa è la Cina oltre i templi, oltre Pechino e oltre Shanghai.

Questa è la Cina dove nel corso degli ultimi trent’anni la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è aumentata di più della ricchezza totale prodotta.

Questa è la Cina dove un sistema legale corrotto ed arbitrario rende possibile tutto ciò.

Equità e giustizia sono sentimenti troppo difficili per essere effettivamente ed efficacemente messi in atto. Le disparità culturali, reddituali e di status ci sono state, ci sono e ci saranno: il coefficiente di Gini non sarà mai pari a 0. La condanna nasce quando la ricerca del “progresso“ diventa sfrenata e il conseguente vantaggio di alcuni a discapito di altri supera il sopportabile: quando le disuguaglianze, in altre parole, da fisiologiche diventano patologiche.

E quindi benvenuti: benvenuti nel paese dove le assenze pesano più delle presenze, dove alla vita si preferisce il denaro, dove il progresso va di pari passo col peccato.

 

Vincenzina Piemonte

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