Perché la lotta al cambiamento climatico è una lotta alle disuguaglianze sociali.

Il cambiamento climatico è senza dubbio una delle minacce più serie del nostro tempo. Sfortunatamente, però, non viene ancora percepito come tale.
La storia del rapporto tra le comunità umane e l’ambiente negli ultimi due secoli è stata sostanzialmente una storia di ignoranza prima e indifferenza poi. Infatti, anche dopo che la magnitudo del problema è stata chiara, questo ha continuato a essere sottovaluto o, più semplicemente, ignorato con incredibile leggerezza.Il motivo è che per parte della popolazione mondiale -ahimè, quella più ricca e potente- le conseguenze più spaventose sono state finora a medio termine. Sono sembrate lontane abbastanza perché si potesse tralasciare la questione ambientale e rivolgere tutta l’attenzione a minacce a breve termine: le crisi economiche, politiche, le guerre, e così via. Ancora oggi,i nostri governi si rifiutano di prendere i provvedimenti necessari, perché qualsiasi soluzione effettiva imporrebbe un costo -in termini di investimenti e rallentamento dell’economia-che non sono disposti a pagare.

art-4
Per un’altra grande parte degli abitanti del pianeta, il cambiamento del clima è invece una realtà tangibile e minacciosa come una guerra in atto. Quindi, mentre i paesi più sviluppati riescono ancora a far fronte alle mutazioni che stanno avvenendo grazie a tecnologie più avanzate e ovviamente a una disponibilità economica maggiore, stati più poveri come quelli dell’Africa, del Sud America o del Pacifico si trovano disarmati di fronte all’innalzamento del livello dei mari che cancella un po’ alla volta interi villaggi, uragani e tsunami che uccidono migliaia di persone in pochissimo tempo, alluvioni o ondate di siccità che sconvolgono economie già di per sé vacillanti. In altre parole, esiste un rapporto inverso tra chi ha contribuito al sorgere e all’aggravarsi del problema e chi finora ne ha pagato le conseguenze.

Prendiamo ad esempio il Malawi, paese colpito lo scorso anno da un’inondazione che ha devastato circa un terzo del paese, uccidendo centinaia di persone e privando migliaia di un’abitazione o mezzo alcuno di sostentamento. Un cittadino del Malawi, che non guida la macchina e non ha accesso alla corrente elettrica, è responsabile annualmente dell’emissione di circa ottanta kg di diossido di carbonio, mentre questa cifra si aggira intorno ai milleottocento kg per uno statunitense. Questa non vuole essere un’apologia della vita allo stato primitivo o un rifiuto del progresso, ma al contrario una prova a sostegno del fatto che la ricchezza di conoscenza scientifica che possediamo oggi deve essere utilizzata per fermare la più grande ingiustizia sociale che sia mai avvenuta: la crisi ambientale e le sue conseguenze inique e sproporzionate.
E in particolare, due dei -molteplici- fenomeni attraverso i quali si esprime tale ingiustizia sono il verificarsi di calamità naturali come quelle citate e le migrazioni che ne conseguono.

A tal proposito, Naomi Klein scrive sul London Review of Books, “questo atteggiamento incosciente sarebbe stato impossibile senza un razzismo istituzionale, anche solo latente. Sarebbe stato impossibile senza [..] tutti gli strumenti che i potenti hanno a disposizione per sminuire l’importanza della vita dei meno potenti. Sono questi strumenti – la possibilità di stabilire il valore relativo degli esseri umani – a consentire la cancellazione di interi popoli e di antiche culture”. Riferendosi all’estrazione e all’uso di combustibili fossili -principale causa del riscaldamento globale- aggiunge “I combustibili fossili impongono il sacrificio di alcune zone del mondo, è sempre stato così. E non si può avere un sistema costruito su luoghi e vittime sacrificali a meno che non esistano teorie che giustificano il loro sacrificio”.
In altri termini, Klein fornisce al fenomeno della disuguaglianza sociale una spiegazione che, in una prospettiva storica e politica, si basa sull’idea di un razzismo elevato a teoria e quasi legittimato.

art-2
Torniamo invece al secondo dei due fenomeni prima menzionati, i flussi migratori. Recenti analisi hanno dimostrato che i disastri naturali fanno più sfollati delle guerre (generalmente si tratta di sfollati interni, ovvero persone costrette a spostarsi all’interno dei confini dei loro paesi). Un dato del genere è particolarmente allarmante -e difficile da credere- se si pensa che il mondo sta vivendo la più grave crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.
Eppure, le persone in fuga all’interno dei loro paesi, soprattutto in Africa, sono più di 40 milioni: il doppio dei 21 milioni di profughi registrati dall’Onu nel 2015 in tutto il mondo, secondo l’ultimo rapporto dell’Internaldisplacement monitoring centre. Nel 2015, in tutto il mondo, disastri, conflitti e violenze hanno fatto 27,8 milioni di nuovi sfollati interni, e di questi oltre 19 milioni fuggivano da disastri ambientali: più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti.
Vale la pena evidenziare che, secondo un rapporto dell’ufficio dell’ONU per la riduzione del rischio dei disastri, il 90 per cento delle catastrofi registrate nel mondo negli ultimi vent’anni è causato da fenomeni legati al clima: inondazioni, cicloni, ondate di caldo, siccità. Disastri naturali, ma strettamente legati alle attività umane.

Anche il rapporto del 2014 del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite allo scopo di studiare il riscaldamento globale) afferma che il riscaldamento globale avrà effetti devastanti a livello sociale e politico. Come scrive Michael Klare su The Nation, all’aggravarsi delle condizioni dell’ambiente “il numero di stati falliti aumenterà notevolmente, provocando violenza e guerre per quel che resta del cibo e delle terre coltivabili. In altre parole, ampie regioni del pianeta saranno nelle condizioni in cui si trovano oggi la Libia, la Siria e lo Yemen. Una parte della popolazione rimarrà e lotterà per sopravvivere, altri migreranno e molto probabilmente incontreranno una versione ancora più violenta dell’ostilità che devono subire oggi i migranti e i rifugiati nei paesi in cui approdano. L’inevitabile risultato sarà un’epidemia di guerre civili per le risorse e di violenze di ogni tipo.”
In sintesi, è fondamentale mettere da parte l’idea che il riscaldamento climatico (insieme ovviamente alle altre forme di sfruttamento e deterioramento dell’ecosistema) sia una questione secondaria, senza vere vittime e anche un po’ frivola. Che possa aspettare in un momento storico già travagliato da sconvolgimenti più gravi. E capire invece che discutere di ecologia significa impegnarsi per un futuro di pace, uguaglianza e per il rispetto dei diritti umani.

 

Vittoria Baglieri

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s