Be a voice not a echo.

“Essere una donna è così affascinante. E’ un’avventura che richiede tale
coraggio, una sfida che non annoia mai. Avrai tante cose da intraprendere se
nascerai donna. Per incominciare avrai da batterti per sostenere che se Dio
esiste potrebbe anche essere una vecchia coi capelli bianchi o una bella
ragazza.”
Oriana Fallaci
Mi chiamo Reem Hassan, ero Generale dell’esercito siriano. Mi sono arruolata
volontaria nel corpo, e oltre a me, altre donne siriane, costituiscono i
contingenti dell’esercito e ancora altre formano il battaglione meccanizzato
“Leonesse”, della Guardia Repubblicana. Era una calda giornata d’agosto
quando, mentre con la mia unità d’assalto partecipavo all’offensiva contro le
formazioni terroriste, caddi in combattimento. Mi chiamo Reem e ho lottato per
la pace, ho lottato per la patria, la mia. Mi chiamo Reem ma il mio nome non
trova spazio nell’opinione pubblica mondiale, l’impegno, il sacrificio delle donne
siriane come me, è visto piuttosto come una censura politica.

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Il mio nome è Ruqia Hassan ma mi conoscerete tutti come Nissan Ibrahim, lo
pseudonimo che utilizzavo per scrivere e denunciare le condizioni di vita nella
roccaforte dei miliziani islamici. Ho trent’anni e scrivo, scrivo per comunicare,
per non dimenticare, scrivo per urlare, urlare al mondo la verità. “Sono a Raqqa
e ho ricevuto minacce di morte, ma quando l’Isis mi arresterà e ucciderà sarà
tutto ok, perché loro mi taglieranno la testa ma io avrò mantenuto la mia
dignità.” Scrivo per giustiziare l’oblio, scrivo per rinnegarlo, per riempire di
parole di carta e non solo di aria questo silenzio opprimente che non fa muovere alcun vento. Ho scritto fino in fondo e sono stata giustiziata, “una spia” mi hanno considerata, ho scritto e ho detto, ho scritto e pagato, ma non tutto è svanito. Sono una donna e sono orgogliosa, sono una donna, una donna che osa.
Fra queste poche righe abbiamo potuto evidenziare la figura della donna come una figura forte, apparentemente fragile ma in realtà fonte di grandi vittorie, una donna che lotta, che crede, che agisce e non cede. Ma dall’altra parte della medaglia è’ facile associare al concetto “donna” l’essere fragile, l’essere piccola e in qualche modo tangibile, l’essere scaltra ma allo stesso tempo volubile. E’ facile credere la si possa sovrastare, la si possa
piegare facendosi persino amare. Si parla di donna e non si usa il rispetto, si
parla di donna, ci si dimentica il senso.
Guardava le nuvole in cielo, soffiava al vento e sperava…bolla di sapone. Fragile, preziosa, incredibilmente forte e decisa, coraggio, timore, sempre e soltanto per amore, Donna, un po’ come bolla, spesso adulata, cercata, ma poi sempre dimenticata, donna è il suo nome, colei che osa e lo fa con passione”.
Piange un bambino e nasce la storia, nasce una madre, la natura è in gioia. Madre è donna, donna è terra, il principio di tutto, donna infinita, la fine è apparente, donna è madre, il mondo in un grembo, Terra è madre, madre è tutto. Poi buio…la luce si spense, il sorriso svanì, la bolla scoppiò.
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“Avevo 18 anni, o forse 17, o forse 15, non so bene quando sia iniziata la mia storia, non so nemmeno come sia finita, so che festeggiai il mio diciannovesimo compleanno in un ospedale psichiatrico, quell’anno avevo provato tre volte a togliermi la vita, tre quanto le  volte che lui mi picchiò a sangue, mi pestò.”
“Diceva sempre che non sapeva parlare con la bocca ma con le mani, non riuscivo più a difendermi, non riuscivo più a muovermi, non potevo più respirare.”
“Tutto è cominciato dalla violenza psicologica, mi faceva sentire inadatta, sbagliata, con il tempo le offese sono diventate sempre più veementi, mi diceva che gli facevo schifo, è arrivato anche a sputarmi in faccia e intanto lentamente mi creava il vuoto intorno, fino a che un giorno è passato alle mani. Ho iniziato ad avere paura, paura di addormentarmi,  errore di non risvegliarmi, poi speranza, speranza di finirla una volta per tutte”.
“Ero stata in biblioteca fino a tardi per studiare, stavo rientrando a casa, camminavo, la solita routine, a un certo punto mi accerchiarono… A un certo punto era buio, erano tanti, era buio, non posso neanche raccontarlo”.
Mi chiamo Laura, Maria, Simona, Cristina, questa è la mia storia, la tua, la storia di chiunque sia qui a leggerla o anche solo a pensarla. La storia di chi si sente addosso un “dolore speciale” quando una donna viene uccisa o maltrattata o picchiata o stuprata, di chi dice “ no” ma anche di chi non dice, di chi si oppone e di chi si astiene, di chi ha il coraggio e di chi non lo trova. “Mi chiamo Carla, sono stata aggredita con l’acido dal mio ex fidanzato, sono viva per miracolo”. “Sono Sara, mi hanno bruciata viva, prima mi hanno assalita, violata, poi bruciata, uccisa”. “Sono Lucia Perez, stuprata, derisa, torturata da tre uomini e poi lasciata morire in mezzo alla strada”. “Mi chiamo Katie, sono una modella, lavoro nel mondo dello spettacolo ma il mio volto è sfigurato, il mio volto porta i segni di 111 interventi chirurgici atti a migliorare ciò che il mio ex fidanzato mi ha obbligata a subire, sono orgogliosa di ciò che ora sono, quando mi guardo allo specchio le mie cicatrici non mi spaventano più, sono orgogliosa di essere una sopravvissuta”.
“Sono io, non so il mio nome, non lo sapete neanche voi, sono io e non so nient’altro, mi hanno privata di tutto, mi hanno torturata e seppellita viva, sono una sopravvissuta, sono viva, non so chi fossi prima, so chi sono ora… vivevo in un villaggio, Hassi Messaoud, un giorno una folla inferocita di uomini accorse e fummo tutte vittime di uno stupro di
massa, di una follia disumana che il mondo non fu in grado di punire, fermare,
capire, vivevo in quel villaggio, ora non esiste più”.
E’ la mia storia ma è la storia di tutti ed è per questo che non accetto il silenzio, l’oblio, Antonio Gramsci direbbe:
“Odio gli indifferenti, Li odio per il loro piagnisteo da anime innocenti, Odio gli indifferenti perché sono loro a devastare il mondo, l’indifferenza è un demone, un demone subdolo, un demone viscido e oltraggioso che impedisce l’innovazione nel mondo e la
promozione della libertà e della giustizia, è un demone perfido, infimo, è
quell’apatia che sfocia in un fatalismo scomodo e smobilitante, è
quell’attenuante, quell’ignavia che rende possibile la statica ma incessante e
ineffabile rovina del mondo, il piagnisteo di chi sta fermo a guardare e osserva
il mondo sparire, e così si lamenta e lo guarda, ma lo lascia morire”.
La violenza sulle donne è una piaga che attanaglia la società e la macchia, la scuote e la tormenta sin da quando la donna divenne donna e l’uomo riconoscendosi uomo decise di rinnegarsi. In quasi tutte le storie di violenza domestica si scopre un percorso comune, che parte dalla conoscenza e dagli entusiasmi iniziali, per arrivare, attraverso una serie di presenze minacciose, all’incubo più profondo, a quello che si rivela essere stato, l’incontro peggiore della propria vita e cosa peggiore ancora, l’errore più grande da cui si è incapaci di scappare, e chi si ha paura persino di denunciare.
Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa dal partner, dall’ex o da un familiare, in un anno più di un milione di donne finisce nella rete dei soprusi maschili, raggiungendo la quota di 14 milioni di atti di violenza in 365 giorni, dallo schiaffo allo stupro. Secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità il 13% degli omicidi di donne nel mondo è stato commesso tra le mura di casa e l’International violence against women survey, che si è svolto in cinque paesi europei, Italia compresa, sottolinea che quasi una fidanzata o una moglie su quattro ha subito violenza dal proprio partner. Secondo i dati dell’Istat una
donna su tre, tra i 16 e i 70 anni è stata vittima nella sua vita, dell’aggressività di un uomo, per un totale di 6 milioni 743 mila. Il silenzio è sempre stata la risposta maggioritaria, il 53% delle donne ha infatti dichiarato di non averne mai parlato con nessuno.
E’ un fenomeno che ha le sue radici negli arbori della società, è un’idea, un imperativo che che nasce insieme agli uomini, Aristotele stesso nella “politica” si pronunciò dicendo:
“nelle relazioni del maschio verso la femmina, l’uno è per
natura superiore, l’altra inferiore, l’uno comanda, l’altra è comandata”.
E si può fare anche riferimento a un mito che va dritto al cuore e lo confonde, che sfuma i suoi contorni in un alone di bellezza e di terrore che fa percepire freneticamente la corsa di un amore presuntuoso verso un corpo spaventato difeso da un padre premuroso, la storia di Apollo e Dafne, dalle Metamorfosi d’Ovidio. L’esempio di ciò che per secoli è stato visto come uno stereotipo di amore ma che in realtà rappresenta il primo tentativo di violenza carnale su una donna, esempio della prepotenza di un uomo che non ha accettato un
rifiuto, e non si è fermato. L’uomo che si pone al di sopra del mondo, al di sopra del sano e dell’umano e violenta e sfrutta e vende sporcando il nome di chi dovrebbe solo amare. Ed è
donna e non merce, ed è donna e non straccio. E per rispondere al mondo, per rispondere al silenzio, per rispondere alle storie di tutte coloro che portano in sé il nome “donna”, coloro che credono e lottano e muoiono credendoci, ma anche coloro che cedono, crollano, acconsentono e muoiono temendosi citiamo l’invito di alcune donne pakistane, alcune donne che si sono ribellate contro la nuova legge che concedeva ai mariti di picchiarle leggermente e si sono fatte sentire con l’arte, posando per un servizio fotografico e associando a ogni istantanea una descrizione e diffondendo la loro campagna, la loro lotta politica con l’hashtag “Try beating me lightly”.
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Mi chiamo Rabya Ahmed e ti dico che “ Io sono il sole, toccami e ti brucerai come il fuoco. Io sono la luce. Potrai provare ma non riuscirai a fermarmi, non potrai mai contenermi, io sono il tipo di donna che dà vita agli uragani. Mi sfidi? Contraccambio, ora prova a picchiarmi!”
“Be a voice, not a echo” è l’invito da porgere a tutte le donne che in questo preciso istante o in qualunque altro momento giustificano uno schiaffo o perdonano un insulto, o coprono un vero e proprio assalto, lo chiamano “amore”, ricordate che questo è solo e soltanto “orrore”.
Federica Versea
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