Il contro-golpe di Erdoğan: attacco alla democrazia turca

L’ultima notizia che ci giunge dalla Turchia è datata 11 novembre 2016. Akin Atalay, editore del quotidiano Cumhuriyet, (protagonista della cronaca pochi giorni prima, a seguito di una retata che ha causato l’arresto di una quindicina di persone) è stato arrestato non appena arrivato in patria, di ritorno dalla Germania. La notizia giunge appena pochi giorni dopo un altro eclatante arresto.

Il 4 novembre sono stati arrestati Demirtas e Yuksekdag, rispettivamente leader e co-leader del partito di opposizione Hdp, partito filo-curdo e terza forza politica a sedere in Parlamento, dopo che nel 2015 era riuscito per la prima volta  superare lo sbarramento del 10%. Insieme a loro, altri 10 membri del partito sono stati arrestati, con l’accusa di aver rifiutato di collaborare nelle indagini condotte dal governo turco sulle attività del Pkk, partito politico e organizzazione paramilitare sostenuto nel sud-est del paese (di etnia curda) e dichiarato illegale in Turchia, Europa e Stati Uniti.

L’evento rischia di allentare ulteriormente i rapporti con l’Unione Europea, come ribadito sia da Martin Schultz che da Federica Mogherini, i quali hanno messo in evidenza la difficoltà di intrattenere rapporti con un paese che mina le basi del pluralismo democratico. Il rischio che una tale iniziativa contro il partito filo-curdo potesse concretizzarsi, era divenuto evidente già sei mesi fa, con l’approvazione di una legge che prevede la sospensione dell’immunità parlamentare in caso di accusa di contatti con il terrorismo. Tuttavia, tutto è successo molto velocemente, a seguito dell’esplosione di un’autobomba nella citta di Diyarbakir – la più popolosa città di etnia curda – provocando la morte di due agenti di polizia e sei civili. Inizialmente si sospettava che fosse il Pkk il responsabile del gesto, ma i dubbi sono stati fugati dalla successiva rivendicazione dell’Isis. In seguito all’arresto, i due leader del partito Hdp, sono stati trasferiti in carceri di massima sicurezza, in zone diverse della Turchia, nel tentativo di evitare proteste nelle zone meno stabili.

Tutto ciò ha avuto luogo esattamente una settimana dopo che un altro evento ha sottolineato la precarietà della democrazia turca, quando in concomitanza con l’anniversario della fondazione della repubblica (nata il 29 ottobre 1923), le autorità hanno arrestato il direttore e altre 13 persone, tra dirigenti e giornalisti, del quotidiano Cumhuriyet, certamente non il più importante nel panorama giornalistico turco, ma comunque un giornale prestigioso, autore di diversi servizi di inchiesta, il più noto dei quali riguardava il passaggio di armi dirette ai jihadisti siriani su veicoli dei servizi segreti turchi.

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I provvedimenti sopracitati sono la conseguenza della usuale e generica accusa di “terrorismo”, e sono certamente uno strumento utile al presidente Tayyip Erdoğan, per eliminare ogni possibile minaccia al suo tentativo di modifica della Costituzione, che sancirebbe il passaggio ad una forma di governo simile a quella francese, con poteri molto più concentrati nelle mani del presidente. Infatti i deputati accusati non vengono sostituiti dai primi non eletti dello stesso schieramento, ma sarebbe necessario indire elezioni supplettive, difficilmente attuabili prima della data in cui sarà indetto il referendum.

Il deficit democratico turco diventa progressivamente più allarmante, a causa di retate, arresti mirati nei settori più difficilmente controllabili dall’attuale presidente: pubblica amministrazione, istruzione, media. Gli arresti nella pubblica amministrazione, in particolare, rappresentano il tentativo di Erdoğan di rimediare all’infiltrazione gulenista nell’apparato burocratico turco. Il presidente turco infatti, grazie al sostegno del suo ex alleato politico, Fethullah Gülen, ora esiliato negli Stati Uniti, era riuscito a creare una fitta rete di infiltrati in tutti i settori critici per il mantenimento del controllo politico del paese, magistratura ed esercito in primis, ma non solo. Chiunque operava all’interno delle istituzioni, dall’apparato burocratico ai corpi di polizia, dal settore dell’istruzione al catasto, era soggetto ad un inquadramento ideologico tale da rendere interi settori composti in larga misura da individui vicini all’Ak Parti (il partito guidato da Erdoğan, tuttora partito di maggioranza). Tali individui, inseriti in tutti i livelli delle gerarchie lavorative erano scelti in modo preciso e rappresentano lo strumento attraverso il quale Gülen ed Erdoğan hanno messo in atto la progressiva secolarizzazione di alcuni settori pubblici, allineandoli ideologicamente alla fazione politica dominante e rafforzando così le basi della legittimazione politica interna. La relazione tra i due protagonisti dei notiziari della passata estate era funzionale quindi al raggiungimento di due obiettivi: da un lato era necessario tenere le redini politiche del paese in seguito ai numerosi tentativi di colpi di stato, dall’altro la Turchia aveva bisogno di ottenere legittimazione internazionale, che venne ricercata tramite il progressivo avvicinamento all’Unione Europea.

Era prevedibile che un’alleanza di questo tipo non fosse stabile abbastanza da creare un progetto politico costruttivo nel lungo termine, tuttavia la Turchia è riuscita nel suo intento di avvicinarsi all’Unione Europea, tanto che è divenuta essenziale per la gestione di problemi molto sensibili per la conquista dell’elettorato europeo, tra cui spicca il problema dei migranti. La minaccia di Erdoğan di “aprire le porte dell’Europa a tre milioni di rifugiati” è una minaccia pericolosa per i leader europei e, a prescindere dalla credibilità della stessa, l’emergenza che deriverebbe da una tale decisione avrebbe un impatto enorme sui prossimi (cruciali) eventi dell’agenda politica del vecchio continente. Ed è proprio il potere negoziale di cui la Turchia dispone, a rendere la posizione europea poco convincente, non abbastanza netta. E’ certamente vero che c’è stata una condanna generale dei recenti sviluppi in Turchia, tuttavia l’Europa non è stata in grado, nel periodo di tempo immediatamente successivo al golpe del 15 luglio di arginare la deriva autoritaria di Erdoğan.

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“Il bilancio definitivo del golpe è di 279 morti”, è una frase che abbiamo letto ed ascoltato spesso durante la passata estate. Purtroppo però, il bilancio definitivo è molto più grave: si parla di 15000 arresti, 100000 licenziamenti. Erdoğan ha proposto la reintroduzione della pena capitale. L’ultimo decreto che ha approvato, dà a lui la possibilità di scegliere i rettori delle università, mentre dà ai giudici la possibilità di negare assistenza legale agli arrestati per tre mesi. In Turchia la democrazia trema pericolosamente, il calpestio dei diritti umani è istituzionalizzato; il paese che qualche anno fa era il più probabile candidato ad entrare nell’Unione Europea è oggi un paese lontano, chiuso, che vacilla economicamente e in cui aumenta giorno dopo giorno il rischio che le tensioni interne esplodano.

Le scelte politiche ed economiche di Recep Tayyip Erdoğan potrebbero condurre la democrazia turca ad un punto di non ritorno. L’Unione Europea, in tal caso, sarebbe solo la seconda nella lista dei danneggiati.

 

 

Robin Hendrix

 

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