MOSUL: tra la disperazione dell’oggi e la paura del domani.

Mosul, seconda città irachena, terra sulla quale un tempo convivevano curdi, sunniti e cristiani e divenuta dal 2014 roccaforte del Califfato, siè trasformata nello scenario di una battaglia epocale, di efferatezze inaccettabili e di speranze ancora sfuocate.

Il 17 ottobre scorso, con la dichiarazione del primo ministro iracheno Haider Abadi, è stato annunciato “l’inizio di un’operazione eroica per la liberazione dal terrore e dall’oppressione di Daesh”, acronimo arabo dell’Isis, che dal luglio 2014 ha reso la città il suo ultimo importante baluardo in Iraq. Mosul ha per il sedicente Stato Islamico un valore tanto strategico quanto simbolico: da città in cui Abu Bakr al Baghdadi tenne nell’estate del 2014 il suo unico discorso pubblico, a centro di interesse mediatico da parte dell’Occidente per la serie di macabre azioni compiute dal di lì a poco autoproclamato “Califfato”.

Le forze in campo sono diverse e diversi sono i loro obiettivi, si parla di 30.000 soldati tra esercito iracheno, Golden Division (forze speciali irachene addestrate dagli Stati Uniti), milizie sciite, Peshmerga curdi e soldati iracheni addestrati dalla Turchia a cui si aggiunge la forza aerea statunitense. Il Califfato, dalla sua, conta 6000 miliziani e altrettanti orrori.

Per molti l’arrivo dell’Isis a Mosul ha rappresentato, almeno all’inizio, un’esistenza più dignitosa, ma i combattenti e le loro promesse di una vita migliore sono stati accolti fino a che le cose non sono cambiate, lo Stato Islamico ha aumentato le tasse, diminuito le retribuzioni, privato delle cure e delle medicine chiunque non fosse riconosciuto come un “fedele”, e il consenso ha cominciato a scemare, e più il consenso diminuiva, più le violenze si facevano efferate. Violenza corporale, violenza mentale, violenza contro l’uomo, violenza contro la cultura e l’arte, a partire dallo scempio di Ninive, mirato alla distruzione delle vestige del passato e degli idoli, fino alla privazione e all’incendio dei libri, alla negazione del lavoro, dello studio, del pensiero. Perché lo Stato Islamico non vuole cittadini. Vuole solo soldati disposti a morire.

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Il disastro umanitario che ne sarebbe derivato è stato chiaro fin dall’inizio e la mobilitazione da parte delle Organizzazioni internazionali immediata. Le Nazioni Unite si aspettavano centinaia di migliaia di profughi sul milione e mezzo di persone che vivono nella città e nelle zone circostanti. Da quando i soldati di Baghdad sono entrati a Mosul, l’1 novembre, i fuggiaschi sono sempre di più, il bilancio degli sfollati il 4 novembre era di 22.000, aggiornato il 12 novembre a circa 47.500, praticamente raddoppiato nell’ultima settimana secondo quanto denunciato dall’Alto commissario Onu per i Diritti umani (UNHCR) e il timore è che il numero sia destinato a intensificarsi.

Metà degli sfollati sono bambini, bambini senza un domani, bambini vittima di conflitti, povertà ed esclusione, scampati al cosiddetto “Corridoio di Mosul”, via di uscita per tutti coloro che scelgono di rischiare di “andare a morire” sotto il tiro dei cecchini o su una delle bombe lasciate dall’Isis per punire i civili in fuga, piuttosto che restare in casa, in ostaggio, nel migliore dei casi, o usati come scudo umano per le strade della città.

Un bivio atroce, una non scelta, in realtà, l’attendere di rimanere vittima del fuoco incrociato di una battaglia che non risparmia niente e nessuno, o lasciarsi alle spalle il cielo annerito dagli incendi dei pozzi di greggio,mirati ad annebbiare la vista degli aerei americani sulla città, scappando e rischiando di essere una delle 230 vittime di esecuzioni sommarie di civili in fuga.

Perché è proprio questo che accade agli abitati di un Paese martoriato, accade di essere in trappola. Mosul è diventata una trappola. Una trappola di armi chimiche, kamikaze, cecchini e ordigni artigianali disseminati ovunque. L’Isis sa non di poter vincere la guerra ma vuole che il prezzo da far pagare ai suoi oppositori sia molto alto. Le parole d’ordine tra i vivi che raccontano dei morti sono “violenza”, “punizione”, “andare a morire”, i racconti parlano di vendetta e follia omicida. Esecuzioni pubbliche, torture corporali, crocifissioni.

C’è chi racconta del reclutamento dello Stato Islamico, sempre più privo di uomini, tra i bambini, bambini che vengono privati dell’istruzione, quella vera, per frequentare le scuole di morte presso le abitazioni dei miliziani islamici, bambini ai quali si insegna a costruire bombe e ad avere come scopo di vita (e di morte) il scarificarsi per la causa del Califfato. Bambini corrotti. Bambini perduti. Bambini decapitati o impiccati ed esposti in piazza perché scappati dai soldati che volevano costringerli a frequentare le loro lezioni, come accaduto a dicembre di un anno fa, secondo le testimonianze di alcuni profughi.

Altri ragazzi parlano delle torture subite per ore con cavi elettrici e frustate perché sospettati di appartenere a una famiglia di “traditori” o di ex militanti dell’esercito iracheno. Le donne, vittime da due anni di segregazione e violenza, costrette a non uscire di casa (se non accompagnate da un parente di primo grado) non sanno più chi sono, private della dignità, private delle proprie case, spesso date alle fiamme o trasformate in postazioni militari, private dei propri mariti, private dei propri figli. Una donna è stata arrestataqualche mese fa perché sorpresa in possesso di un telefono (il cui uso, assieme a quello della tv e di altri dispositivi elettronici, è vietato). Le sono state strappate le unghie una ad una dalla polizia islamica, che poi l’ha uccisa.

Ma l’orrore non si ferma qui, si aggiungono le vicende dell’ultima ora.

Venti civili, tra cui diversi bambini, tenuti come scudo umano dai miliziani dell’Isis in un edificio di un villaggio nei pressi di Mosul, sarebbero caduti vittima del raid aereo della Coalizione internazionale. Circa 100 cadaveri decapitati sono stati trovati sepolti in una fossa comune nella città di HammamAlil, strappata nei giorni scorsi al controllo dell’Isis e a pochi chilometri a sud di Mosul. 295 ex soldati dell’esercito iracheno rapiti dagli jihadisti in ritirata e 1500 famiglie costrette a spostarsi con loro verso l’aeroporto, probabilmente destinate ad essere utilizzate come scudi umani o a morire in esecuzioni di massa con l’accusa di “tradimento, collaborazione” con le forze irachene, violazione dei divieti imposti e diserzione dall’Isis. Scatti di uomini crocifissi, di un ragazzino accusato di essere un ladro cui è stata tagliata la mano, di un uomo lasciato precipitare dalla cima di un silos, accusato di essere gay. 40 civili uccisi e impalati perché “traditori e agenti delle forze di sicurezza dell’Iraq”, come scritto sugli abiti posti sui loro corpi, lo scorso martedì.

Numeri terrificanti. Atti inspiegabili. Moniti alla popolazione da parte degli integralisti, che stanno macchiando di sangue e ancora più ferocia la strada della ritirata da Mosul, ormai capitale del terrore.schermata-2016-11-13-alle-11-18-21

Accanto ai racconti e alle immagini di orrore e sofferenza, ci sono quelli di ricongiungimento, istantanee di gioia e dolore, di speranze e timori di coloro che sono riusciti a giungere nei campi profughi e a ritrovare, nella devastazione della guerra, la propria famiglia, dopo anni di lontananza. Sì, timori, perché, per chi è riuscito a fuggire, la gioia della liberazione è ben presto offuscata dal timore che la vittoria possa cedere ben presto il passo a una nuova guerra civile.

Gli interessi e gli obiettivi in ballo da parte di chi è oggi a difesa di Mosul sono troppo diversi perché questa paura possa essere scongiurata.

I ricercatori di Amnesty International hanno denunciato alcune rappresaglie da parte dei miliziani della tribù Sab’awi nei confronti di abitanti di alcuni villaggi, sospettati di avere legami con lo Stato Islamico. Pestaggi, scariche elettriche, ingabbiamento. “Non è questo il modo di fare giustizia” ha dichiarato Lynn Maalouf, vicedirettrice per le ricerche dell’ufficio regionale di Amnesty International di Beirut, “radunare gli abitanti di un villaggio e costringerli a subire umiliazioni o violazioni dei diritti umani, inclusa la tortura, non è il modo per dare giustizia, verità e riparazione alle vittime dei crimini commessi dal cosiddetto Stato islamico”.Le autorità irachene non hanno fermato né punito simili azioni di rappresaglia, alimentando, di contro, una pericolosa cultura dell’impunità e un altrettanto pericoloso sentimento di diffidenza e timore da parte dei civili nei confronti dell’esercito e degli altri attori dell’offensiva a Mosul.

Il popolo di Mosul è giunto al punto in cui dietro il tripudio della folla banchettante per l’ingresso dei soldati iracheni nella città, si cela una reciproca diffidenza e il timore delle “infinite ritorsioni di tutti contro tutti” per cui vincere questa battaglia, forse, non basterà, non condurrà ad una riconciliazione nazionale, ma alla sostituzione di un vecchio dominatore con uno nuovo.

 

Beatrice Anna Maria Gallo

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One thought on “MOSUL: tra la disperazione dell’oggi e la paura del domani.

  1. La situazione a Mosul è sicuramente drammatica: sicuramente la violenza, sempre eccessiva e nelle mie idee sempre ingiustificabile, è il mezzo attraverso il quale lo stato islamico autoproclamato nel ’99 del secolo scorso si è fatto strada fisicamente e, soprattutto attraverso gli onnipotenti mass-media, nel più “emancipato” mondo occidentale. Probabilmente la presunzione sempre  occidentale di autodefinirci emancipati, slegati da pregiudizi e soprattutto tali da possedere libertà e idee proprie, è un concetto privo di validità perchè non adatto alla descrizione di tutti noi cittadini di un mondo che definiamo evoluto.
    Cioè che è ancora più evidente è il modo in cui alcuni uomini siano ancora oggi capaci di mescolare, confondere e addirittura legare indissolubilmente potere politico e potere spirituale creando così una situazione di giudizio, di potere ingiusto e di terrore: è proprio il concetto legato al terrore, scatenato dalla violenza oltre che dai principi che questi uomini hanno a cuore che favorisce lo sviluppo degli stessi, ma in tutto questo si può rispondere a violenza con violenza? Si può rispondere a giudizio con giudizio? Si può e si deve fermare qualcosa che è ingiusto, perchè nuoce alle anime ancor prima che ai corpi di chi non ha colpa: si deve investire, come in una famiglia, come in un attività commerciale, come nella vita, nel futuro. In quelle anime che hanno il diritto di abitare la casa del domani e che noi non abbiamo il diritto di formare ed educare in nessun settore prima che nella educazione e nel rispetto del prossimo.

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