Nobel senza pace

Ad un mese dall’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente colombiano Santos, la fine del conflitto è lontana. Resoconto di un Paese lacerato da oltre 50 anni di guerra civile.

“Al popolo colombiano che sogna la pace, diciamo che può contare su di noi, ne siamo sicuri, la pace trionferà.”

Timoleòn Jimenez, leader delle FARC

Il 7 ottobre scorso, l’accademia di Svezia ha annunciato l’assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente colombiano Juan Manuel Santos, 65 anni, da sei alla guida del Paese. Le polemiche dovute a questa scelta non si sono fatte attendere, come era prevedibile: la motivazione sottostante al premio è tuttavia ineccepibile, nella nota che accompagna la proclamazione del vincitore si legge infatti  che Santos ha ricevuto il premio “per i suoi sforzi risoluti nel portare a termine una lunga guerra civile che dura da più di 50 anni”. Il processo di pace tra le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) e il governo ha subito una accelerata decisiva proprio sotto la presidenza di Santos, con l’avvio dei trattati di pace de L’Avana, nel 2012, conclusisi fra incomprensioni e opposizioni interne soltanto quattro anni dopo, con la firma del trattato di Cartagena de las Indias, avvenuta lo scorso 26 settembre. Tuttavia, un referendum popolare, promosso dallo stesso Santos, nell’intento di legittimare i risultati delle trattative di pace agli occhi dell’elettorato colombiano ha avuto esito negativo (seppur di pochissimo e con un affluenza inferiore al 40%), gettando il paese in una rinnovata incertezza. I motivi di questo fallimento sono profondi e vanno ricercati nei significati politico-economici che questo conflitto pluridecennale ha assunto nel corso degli anni, perdendo completamente il carattere ideologico e di rivendicazione sociale che aveva in origine.

Negli anni ’60 le FARC sono nate come gruppo armato di ispirazione marxista, nel tentativo condotto dallo storico leader Tirofijo di fondare uno stato nello Stato, nel contesto più ampio di una diffusione del modello Castrista-Chavista presente in altri paesi sudamericani. In questo ambito di contrapposizione ideologica, il governo colombiano ha potuto contare sull’appoggio statunitense, fin dalla prima amministrazione Bush, che si è protratto per tutti gli anni ’90 sotto la presidenza Clinton e oltre. Dal punto di vista americano, la guerra civile colombiana costituiva la quintessenza di un certo tipo di politica estera “interventista”: lotta al terrorismo e al narcotraffico, opposizione all’avanzata di movimenti populisti di sinistra (il Venezuela di Chavez), sfruttamento delle risorse agricole ed energetiche, tanto che sotto la presidenza di George W. Bush la mobilitazione di uomini in aiuto al governo colombiano ha raggiunto una dimensione inferiore soltanto a quella di Israele e Iraq.

In un clima di costante violazione dei diritti umani, lo Stato colombiano si è reso artefice delle violenze più disparate: tra queste l’eliminazione di militanti ed esponenti di spicco della guerriglia, deportazione di migliaia di contadini dalle zone coinvolte nel conflitto, esecuzioni sommarie di giornalisti, giudici e politici oppositori. Dal canto loro, le FARC, duramente colpite da queste azioni repressive hanno gradualmente messo da parte la lotta politica per dedicarsi ad attentati, sequestri e soprattutto al narcotraffico, trasformando una guerra di ideali in un inestricabile groviglio di interessi, ritorsioni e colpe reciproche. La fine dell’Unione Sovietica, l’indebolimento di Cuba e la crisi di Chavez in Venezuela hanno fatto il resto. Se già nel 1996, con l’attentato alla base militare di Las Delicias, nel quale sono rimasti uccisi 27 soldati dell’esercito colombiano, questo passaggio era pressoché completato, la situazione è peggiorata negli anni seguenti, almeno fino all’inizio dei trattati di pace del 2012.

“L’attività più redditizia [delle FARC] è ormai quella del traffico di droga.”

Dictionnaire des mondes rebelles, 1999

A far le spese di questo inasprimento del conflitto è stata ovviamente la popolazione colombiana: si calcola che 52 anni di guerriglia abbiano prodotto l’uccisone di  circa 260mila persone, di cui oltre 170mila civili, 45mila desaparecidos e l’incredibile cifra di quasi sette milioni di sfollati. Numeri spaventosi, ma che non rendono minimamente la dimensione di un paese che da oltre mezzo secolo si racconta di combattere contro sé stesso e i suoi fantasmi, senza rendersi  conto di quanto il conflitto abbia superato la dimensione della guerra civile, per trasformarsi in una sorta di perenne status quo, che soltanto in apparenza danneggia tutti quanti. Come fanno notare Alessandro Guida e Raffaele Nocera in un illuminante articolo apparso su limes alcuni settori economici hanno beneficiato della guerra civile: in particolare le industrie di armamenti, i latifondisti locali e le multinazionali dei prodotti agricoli (massicciamente presenti in Colombia e storicamente influenti dal punto di vista politico).

124825202-454cff6e-b67f-4bc7-a49a-b08b2da31721Il referendum del 2 ottobre a Yesca Grande

Cosa ci aspetta

In una situazione così stagnante e carica di substrati di varia natura, che ho cercato di delineare pur in maniera molto sintetica, ogni passo può rivelarsi un vero e proprio salto nel buio. La buona notizia a cui la comunità internazionale e soprattutto il popolo colombiano possono aggrapparsi nel clima surreale del post-referendum è l’intenzione, più volte dichiarata da entrambi gli schieramenti, di proseguire con la linea del cessate il fuoco. Subito dopo l’annuncio della sconfitta referendaria, il leader delle FARC Timoleòn Jimenez, meglio noto come Timochenko, si è espresso con parole di forte apertura, che non possono che infondere speranza circa le intenzioni delle forze in campo. Questa linea è ovviamente condivisa dal presidente Santos, che ha rilasciato una dichiarazione altrettanto ferma in seguito all’assegnazione del Nobel:

“L’unico premio al quale aspiriamo è quello della pace con giustizia sociale, senza paramilitarismo, senza rappresaglie, senza menzogne.”

Le condizioni per proseguire nelle trattative sembrano dunque restare in piedi, gli scenari possibili sono sostanzialmente due. Santos e Timoshenko potrebbero rinegoziare l’accordo, continuando in tutto e per tutto la strada intrapresa con i negoziati de L’Avana. Questa soluzione garantirebbe una sorta di personalizzazione della pace, con i due leader che caricando su di sé tutto il peso e la responsabilità degli accordi, fungerebbero da parafulmine per la vita politica e sociale del propio Paese (dal 29 agosto, data di inizio del cessate il fuoco, non si registrano morti dovute al conflitto). D’altro canto i due interlocutori gioverebbero di una maggior legittimazione, dovuta al riconoscimento da parte della comunità internazionale dei loro meriti nel processo di pace, non ultimo il Nobel a Santos. A questo proposito vale la pena interrogarsi sulla mancanza di coraggio e di lungimiranza politica degli accademici svedesi, che hanno trascurato completamente il ruolo delle FARC e del loro leader in un processo che è necessariamente bilaterale. L’assegnazione del premio Nobel per la pace alle FARC, per quanto contestabile da un punto di vista etico, sarebbe stata un micidiale colpo a coloro che a vario titolo si oppongono alla pace, a cominciare dall’ex presidente colombiano Uribe, ora a capo dell’opposizione, che ha avuto un ruolo fondamentale nella campagna elettorale che sosteneva il no al referendum.

“Anche le FARC meritano il premio Nobel per la pace? ”

“Sì, credo di sì…”

Ingrid Betancourt, ostaggio dei ribelli per sette anni

Il secondo possibile scenario prevede la creazione di un’assemblea che riunisca rappresentanti delle FARC, del governo, dell’opposizione e della società civile nel tentativo di trovare quell’accordo che è mancato per cinquant’anni. Bisogna però capire se esista davvero la volontà di tutte le forze in gioco di giungere ad una soluzione. Lo stesso Uribe si è espresso in merito al fallimento del referendum, assicurando che l’opposizione si batterà per il raggiungimento della pace, a patto che questo non comporti la concessione di privilegi e libertà a coloro che si sono macchiati dei crimini commessi nel corso del conflitto. Questa presa di posizione nasconde un sottile artificio politico: molti dei (pochi) colombiani che si sono recati alle urne per esprimersi sui trattati di Cartagena hanno fatto propria questa retorica della giustizia ad ogni costo, dimenticando che crimini ed efferatezze sono stati commessi da entrambi le parti (Stato e guerriglia) per un tempo estremamente dilatato, a tal punto che stabilire colpe e punizioni non pare un compito adatto alla giustizia di questo mondo. Come scrive Pierre Haski su l’Obs il popolo colombiano in questo modo rischia di ritrovarsi senza pace né giustizia, favorendo ancora una volta gli interessi di trafficanti di droga, politici corrotti e paesi stranieri che non traggono alcun vantaggio dalla stabilizzazione di quella parte del mondo.

Nel frattempo, tra le molteplici pieghe di un conflitto che sta lacerando la Colombia oltre ogni possibile immaginazione, emergono storie di confine, trame tanto surreali da non meritare neppure l’attenzione dei media più attenti. In un paese in cui un quinto della popolazione ha vissuto sulla propria pelle gli effetti della guerra, esistono degli sfortunati tra gli sfortunati: un intero popolo, quello indigeno dei Nasa, 180mila individui che vivono dispersi in piccoli villaggi sulle Ande, sono vittime da oltre due decenni di quella che Daniele Castellani su l’Espresso ha definito una guerra strisciante. La zona andina nel sud-ovest del paese è infatti un’area strategica della guerra che dagli anni sessanta insanguina la Colombia. Per questo motivo i Nasa, hanno subito nel corso degli anni attacchi, repressioni e deportazioni da parte di entrambi gli schieramenti. Agricoltori, non violenti (si difendono soltanto con bastoni, non potendo usare per cultura armi da fuoco), quando non direttamente vessati dallo Stato colombiano sono stati lasciati al loro destino, esposti senza alcuna tutela alla crudezza di un conflitto che non li riguarda.

image-1

Per loro e per tutti i cittadini colombiani, la pace deve essere più di una speranza, più di un’intenzione. Mettere fine a una guerra è decisamente più difficile che darle il via, ma questo il popolo colombiano lo ha imparato meglio di tutti, ora bisogna soltanto capire se l’esperienza sarà sufficiente a non ricadere negli errori del passato.

 

Davide Brocchi

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s