Emergenza migranti: l’asilo è una via di fuga o una vana speranza?

La disastrosa situazione umanitaria cui abbiamo assistito negli ultimi anni sembra non voler migliorare; a dir la verità, i dati indicano che sempre di più sono le persone che cercano asilo in Europa. Secondo i dati Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees), tra il 1 gennaio e il 31 ottobre 2016 sono sbarcate in Europa 331.016 persone, di cui 169.641 in Grecia e 158.974 in Italia.  Se in Italia nei primi dieci mesi del 2015 arrivarono 140.987 persone, nel 2016 il numero è aumentato del 13%, fino a raggiungere le 158.974 persone il 31 ottobre scorso.

Nonostante l’accordo tra Turchia ed Unione Europea del 18 marzo 2016 abbia (quasi) azzerato il flusso di migranti che approdava sulle isole greche dalle coste turche, l’Europa ha bloccato in questo modo una possibile via di fuga a gente proveniente da paesi come Siria, Afghanistan e Iran, lasciandole in quello che è stato falsamente dichiarato essere un rifugio sicuro, come hanno sottolineato attivisti di Amnesty International il 3 giugno scorso nel documento “Nessun rifugio sicuro: richiedenti asilo e rifugiati privati di protezione effettiva in Turchia”.

Le politiche europee in tema di migrazioni sono da allora quasi totalmente ferme. La relocation (la ripartizione) dei migranti fra i paesi europei procede a ritmi ridicoli: delle 160 mila persone che dovrebbero essere redistribuite da Grecia e Italia ad altri paesi europei, ne sono state rilocate cinquemila, il 3%.

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Dati dell’UNHCR, 16 Settembre 2016

Ad aggiungere benzina sul fuoco, nuovi muri vengono costruiti o annunciati, siano essi fisici, come quello che l’Ungheria intende ulteriormente rafforzare, o effettivi, come le crescenti difficoltà che i migranti stanno incontrando nello spostarsi in Europa, con effetti che vediamo da anni in luoghi come Calais in Francia, e più recentemente Ventimiglia e Como in Italia.

Como, in particolare, nonostante sia una cittadina di confine, ha sempre goduto della sua vicinanza alla Svizzera, la quale veniva considerata più come una barriera, una protezione, che una possibilità di passaggio di flussi migratori. È stata così presa alla sprovvista quando lo scorso luglio centinaia di migranti provenienti da paesi africani, con prevalenza di etiopi ed eritrei, hanno cominciato a radunarsi nei pressi della piccola stazione di San Giovanni, dalla quale è possibile raggiungere il Nord Europa passando attraverso il territorio elvetico, l’unico che era ritenuto avere ancora le frontiere aperte. In realtà, le guardie di confine elvetiche hanno schierato una mole di uomini e mezzi eccezionale per il controllo delle frontiere. I metodi utilizzati includono droni che sorvolano i confini nottetempo, i controlli ai valichi, il Centro aperto a Chiasso per pre-esaminare le domande d’asilo e riportare in Italia chi confessa di voler arrivare a Berlino.

Migranti: Como, accampati in 500, si cerca struttura

In questo modo, più di un migrante intercettato su due è stato rispedito in Italia, e spesso, nonostante le dichiarazioni delle guardie di confine, che sostengono di aver agito sempre nel massimo rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali, ciò è accaduto senza che venissero rispettate le modalità previste dalla legge.

Varie associazioni hanno mosso contestazioni pesanti contro il modo con cui i cosiddetti “braccialetti azzurri”, i migranti destinati al rimpatrio in Italia, vengono identificati subito, già nella sede di polizia. Il 31 agosto, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ha presentato un rapporto in cui raccoglie casi di giovani e minori riammessi senza giustificazione in Italia: avrebbero chiesto asilo in Svizzera, ma non sarebbero stati ascoltati. In base alle informazioni raccolte dalle associazioni, risulta che molte delle persone respinte avrebbero diritto, una volta presentata domanda di asilo, ad essere ricongiunte ai familiari che si trovano in Svizzera o in altri Stati europei, ai sensi del Regolamento Dublino III, o di chiedere la relocation.

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A gravare ulteriormente su questa già difficile situazione, a partire dal 19 settembre 2016 i migranti, che avevano creato una tendopoli nei pressi della stazione, sono stati messi davanti alla scelta di recarsi in un centro di accoglienza provvisorio, creato in via Regina Teodolinda, nei pressi del cimitero di Como, e gestito dalla Croce Rossa, facendo richiesta di asilo in Italia, o di rimanere senza un tetto. Molti migranti hanno infatti cercato di opporsi a questa soluzione, che avrebbe tolto loro qualsiasi possibilità di raggiungere i paesi del Nord Europa, e che è quello a cui aspirano quasi la totalità dei profughi, in particolare i minori, che si vedono negare in questo modo l’agognato ricongiungimento alle famiglie, spesso risiedenti in stati come la Germania o la Svezia.

Inizialmente, dei circa 300 soggiornanti nella tendopoli di San Giovanni, pochissimi hanno deciso di trasferirsi, all’incirca cinquanta. Con il freddo delle settimane successive, tuttavia, il numero è aumentato esponenzialmente, e ora il centro conta circa 200 unità.

centro-como

Questi sono solo pochi esempi di come pratiche burocratiche e questioni politiche lunghe ed onerose rimandino la ricerca di una soluzione definitiva al problema migranti. Se gli accordi e i trattati non bastano, bisognerebbe ricordarsi che ogni uomo ha bisogno e necessità di essere trattato come tale, di avere una seconda possibilità perchè la prima gli è stata negata. Bisognerebbe ricordarsi, prima di tutto, di cosa significhi vivere con umanità, di cosa significhi garantirla al prossimo, auspicandosi che questa non sia una vaga speranza, ma la realtà.

 

Annalisa Mora

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