La nascita di Abrahim e di nuove speranze.

Donare la vita è naturalezza, custodirla richiede sacrificio e ricorso a strumenti complessi. La ricerca scientifica, accompagnata da un’assidua sperimentazione e dall’applicazione tecnologica, ha dato luogo a metodi sempre più innovativi per concedere a giovani madri e padri la speranza di poter essere protagonisti dell’immenso spettacolo che è la fioritura di una nuova vita, e godere della gioia che questo evento può procurare alle loro esistenze.
La fecondazione artificiale, sebbene al centro del dibattito politico, etico e religioso di molti Paesi, risulta essere uno dei metodi per cui l’uomo si è posto l’obiettivo di “spingersi oltre” negli studi, ottenendo nel corso dei secoli successivi risultati altamente soddisfacenti.L’adozione di tali tecniche da parte dei privati ha registrato richieste sempre più frequenti.

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Un caso particolare si è verificato nell’Aprile scorso in Messico, dove un bambino di origini giordane, Abrahim Hassan, è venuto al mondo grazie all’aiuto dell’eccellente equipe del dottor John Zhang. La squadra medica ha utilizzato una tecnica, testata per la prima volta negli anni Novanta, che ha come fine quello di evitare la trasmissione di malattie genetiche rare. Si tratta del primo caso ben riuscito di fecondazione assistita a tre: Abrahim è un bimbo con tre genitori, il suo DNA infatti è il risultato del mix del patrimonio genetico di tre persone diverse, la madre, il padre e una terza donatrice.
Il dolore provato dai due sposi giordani a seguito di quattro aborti spontanei e la morte di due altri bimbi causata della sindrome di Leigh (malattia che compromette il sistema nervoso) di cui la donna risulta portatrice, ha spinto la coppia a lasciarsi sottoporre al trattamento genetico proposto dal dottor Zhang. Quest’ultimo opera normalmente la sua professione come specialista in infertilità presso il “New Hope Ferility Center” a New York City, e allora perché il Messico? Non essendovi una regolamentazione in materia negli USA, il medico e il suo team hanno scelto il Messico, in cui “non ci sono regole” a riguardo. Per John Zhang invece, la regola a cui sottostare è una sola: salvare vite che, come da lui affermato, “è l’unica cosa etica da fare”. Un pensiero che fa riflettere, che si adatta a chi in questo mondo, ha voglia di non arrendersi agli ostacoli che si pongono tra l’uomo e la propria felicità.

Focalizzandosi sulla tecnica vera e propria, la fecondazione assistita a tre genitori fa uso di una versione riveduta e corretta della fecondazione in vitro tradizionale per combinare il DNA dei due genitori con i mitocondri di una donatrice sana: la prole, dunque, erediterà lo 0,1%circa del proprio patrimonio genetico dalla seconda donna.Avviene che, quando una cellula uovo e uno spermatozoo si incontrano al momento della fecondazione, solo la prima fornisce allo zigote i mitocondri – cioè le “centrali elettriche” delle cellule – e con essi il loro patrimonio genetico, il cosiddetto DNA mitocondriale, che non influenza caratteristiche riguardo l’aspetto fisico, ma che in alcuni casi, porta con sé alcune malattie (diabete e sordità per esempio, oltre a disturbi gastrointestinali e neurologici).

Attualmente la metodologia è stata legalmente approvata (seppur a seguito di un acceso dibattito) solo dal Regno Unito, tuttavia quella implementata dal team statunitense prevede una variante rispetto a quest’ultima. Il metodo approvato in Inghilterra, il cosiddetto “Pronuclear Transfer” prevede la fecondazione sia di un ovocita materno che di una donatrice, con lo sperma del padre. Prima che gli ovuli fecondati inizino a dividersi in embrioni in fase iniziale, ne vengono rimossi i nuclei. Quello dell’ovulo donato viene scartato e sostituito da quello dell’ovulo della madre. Tuttavia, la famiglia Hassan, musulmana, si vede costretta a rifiutare tale procedura poiché la distruzione di embrioni risulta contraria ai valori su cui si fonda la propria religione. Così Zhang ha adottato un approccio diverso, chiamato “Spindle Nuclear Transfer:” è stato eliminato il nucleo di un ovocita materno, inserito poi in un ovulo donato, a sua volta privato del nucleo.

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Sebbene le tecniche sperimentate negli anni Novanta hanno comportato malformazioni genetiche dei piccoli pazienti, oggi Abrahim Hassan è ancora in vita e soprattutto, sano.
Nel campo della vita, ciò che la tecnica permette di fare è sempre accettabile? Purtroppo non vi è una risposta univoca alla ricorrente domanda che ci si pone ad ogni cambiamento scientifico/tecnologico. Come ogni opera dell’uomo infatti, i rischi legati all’uso di tecniche simili riguardo la fecondazione esistono, ma ciò non implica che questi non possano essere attenuati o eliminati del tutto. Il coraggio di osare, la ricerca di possibili soluzioni in sintonia con i principi religiosi della giovane coppia, sono il frutto di chi tra la vita e la morte, sceglie sempre la vita. E questa decisione permette di infondere speranza, gioia e novità non solo per i singoli, ma per il mondo. Per questo la nascita di Abrahim il giorno dopo era sulle riviste scientifiche, sui giornali e i social network: si tratta di un modo per poter riaccendere il desiderio di una nuova vita per chi ormai si era illuso di non poterne godere, e l’augurio ancora una volta a “spingersi oltre” le difficoltà per fare di più e bene a chi ne ha realmente bisogno.


Lucrezia Maltese

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