Siria: “dei ribelli e delle torture”. Di Baššār al-Asad.

“Caesar” è il nome in codice per un ex militare siriano che con 55mila foto racconta cosa significa morire nelle prigioni di Asad.

Sono passati  cinque anni dall’inizio del conflitto civile siriano: cinque anni di morte, distruzione, fame, dolore. Ma si chiama guerra. E la guerra solo questo può portare con sé. Ad oggi, molto sommariamente, Russia e Iran sostengono Asad, gli USA armano i ribelli mentre lo Stato Islamico col suo patrimonio monetario e mediatico è solo e potente. I siriani chiedevano la democrazia. La chiedevano pacificamente. Ciò che hanno ottenuto è la furia del loro pseudo-tiranno: Baššār al-Asad.

O con lui o contro di lui. E se sei contro di lui e glielo urli in faccia… crepi.

Crepi da civile con le bombe sulla testa. O muori da ribelle mentre lentamente ti estirpano l’anima dal petto.

Con le toccanti e strappalacrime riprese video dei bambini tra le macerie, i media, americani e non, hanno tentato di farci vedere quello che “normalmente” (se normalità possiamo definirla) accade per le strade siriane. Ma non è tutto, c’è di più. Quel di più lo ha raccontato Caesar, pseudonimo di un ex colonnello del dipartimento di medicina legale che, con l’inizio del conflitto, ha avuto il compito di fotografare e catalogare i corpi morti nelle carceri. Queste fotografie sono state esposte prima all’Onu e poi al Maxxi di Roma e le espressioni di chi le ha viste da vicino non sono state poi tanto diverse: mani davanti alla bocca, denti stretti, fronte aggrottata.

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“Questa mostra è atroce. È atroce e dimostra cosa può fare, impunemente, una tirannia moderna: può disfare, sfracellare, accartocciare, macellare corpi e vite umane.

Cosa possiamo fare noi? Guardare, conoscere. E poi marchiare con infamia il nome di Baššār al-Asad, boia e tiranno del suo popolo, del popolo siriano”.

Erri de Luca.

Caesar ha così cominciato, prima di vedersi costretto a fuggire, a conservare una copia delle fotografie che normalmente scattava: cinquantacinquemila.

Cinquantacinquemila sono le fotografie che ha scattato tra il 2011 e il 2013, anno della sua fuga.

Cinquantacinquemila prove delle sevizie e delle torture a cui erano sottoposti i prigionieri.

Il regime prevedeva l’obbligo di documentare per intero il processo di detenzione, tortura e uccisione dei carcerati, questo per evitare che membri dell’esercito potessero essere corrotti per liberarli. Le immagini venivano così spedite ad un tribunale che rilasciava un certificato falso in cui si dichiaravano come cause ufficiali di morte “arresto cardiaco” o “insufficienza respiratoria”.

Bruciature a fuoco vivo o con acqua bollente e sigarette, dita troncate, rimozione dei globi oculari, mutilazioni genitali. E ancora abrasioni, frattura di ossa, percosse e strangolamenti.

La pratica più comune, la più lenta e agonizzante, è invece quella della malnutrizione. L’assenza di cibo prolungata per mesi e mesi lascia i corpi magri e inermi. I muscoli scompaiono per lasciare il posto a pelle ed ossa, prima di lasciarlo a sua volta alla morte. Testimoni raccontano che le giornate erano scandite dalle fioche luci che penetravano dalle sbarre dei sottoscala e dai flash delle fotografie dei morti: due, cinque, undici nei giorni peggiori.

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“I just don’t remember how I survived” .

“There wasn’t a part of my body they didn’t hit. It was barbaric, there was no humanity to it”.

Imbarazzantemente vere e crude, nauseanti, tristi.

Sarebbe facile interpretare queste immagini come strumento di propaganda contro la politica di Asad: screditare il suo nome non è altro che l’ennesima mossa per fomentare l’odio verso la pseudo-tirannia siriana. Ma anche altri dati parlano a supporto: Amnesty International nel suo ultimo report conta 17.775 siriani morti sotto tortura dall’inizio delle rivolte e della guerra, mentre per il Centro di Documentazione delle Violazioni in Siria 65mila sono gli arresti per motivi politici.

Ma al di là degli schieramenti politici, dati e foto parlano chiaro: urge depoliticizzare la tortura, non può essere questo uno strumento per la verità, per la giustizia. La violenza è violenza. Nessuno è legittimato ad usarla. È scontato e banale, ma allora perché questa possibilità è così lontano dalla realtà?

Potere e violenza convivono e si nutrono l’una dell’altra: il potere, brama e desiderio del tiranno Asad (e non solo), e la violenza, mezzo per ottenerlo.  Uno scenario che ricorda vagamente quello narrato da Burgess in “Arancia Meccanica”, poi trasposto in immagini da Kubrick. Peccato che tra gli scatti di Caesar non risuoni la nona di Beethoven, ma solo i lamenti delle vittime, i pianti dei più piccoli e il rumore degli spari.

Vincenzina Piemonte

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