Indonesia: paradiso e inferno terrestre

La meta vacanziera più ambita del momento conta 20.000 prigionieri.

“Era diventata ingestibile, aveva estirpato le piante di grano dei vicini e l’ha mangiato crudo. Mi vergognavo e temevo lo facesse di nuovo.  All’inizio le ho legato mani e piedi con della corda, ma si è riuscita a liberare, allora ho deciso di rinchiuderla”.

Queste sono le parole del padre che dopo quell’episodio ha rinchiuso sua figlia per 15 anni, costringendola a mangiare, dormire, defecare e urinare nella sua stanza senza che le fosse mai concesso di lavarsi o di avere il minimo contatto con l’esterno, se non dalla piccola fessura dalla quale le passava i pasti.

Se inseriamo la parola Indonesia nella barra di ricerca di Google i suggerimenti sono Bali, viaggi, agosto. Niente di cui stupirsi, d’altronde Indonesia evoca un solo pensiero in tutti noi: vacanza. Ma l’idillio dei paesaggi mozzafiato e del mare cristallino nasconde una macabra realtà. Sono 57.000, infatti, gli indonesiani e le indonesiane che per disabilità psicosociali, reali o presunte, hanno subito il pasung, e cioè sono stati incatenati o rinchiusi in spazi minimi, almeno una volta nella loro vita. Ad oggi, secondo le stime governative, sono 18.800 le persone che vivono in tale condizione.

Il problema è alimentato dalla credenza diffusa che le persone affette da disturbi mentali siano possedute da demoni o che avrebbero peccato, assumendo comportamenti immorali. Ciò induce le famiglie a rivolgersi a guaritori spirituali e non, e a considerare una consulenza medica solo in ultima istanza. Ma anche nei casi in cui ci si volesse rivolgere a personale qualificato, le strade effettivamente percorribili sono poche o addirittura assenti. I dati del Ministero della Salute mostrano come, nel 90% dei casi, coloro che potrebbero aver bisogno di un parere medico non vi hanno accesso. Su 250 milioni di abitanti, infatti, il Paese ha solo 48 ospedali psichiatrici, la maggioranza dei quali locata in sole 4 delle 34 provincie del Paese, 8 delle quali sono totalmente sprovviste di strutture per malati mentali. Gli psichiatri sono uno ogni 300.000/400.000 abitanti. Dunque in migliaia di casi rivolgersi a un medico specializzato non può essere neanche considerata come opzione.

Inoltre, laddove fosse possibile rivolgersi a una struttura medica idonea, si registrano enormi problematiche. Secondo la legge indonesiana basta il giudizio di un famigliare o di un tutore perché un bambino o anche un adulto vengano considerati meritevoli di essere accolti in una struttura psichiatrica e conseguentemente essere sottoposti ad un trattamento specifico. Dunque è chiaro come in una situazione in cui la discrezionalità incontrastata di una persona basta per determinare la segregazione di un’altra, i danni sono inestimabili. Come se non bastasse, sono stati riscontrati casi nei quali i parenti del presunto malato hanno lasciato recapiti telefonici falsi o addirittura si sono trasferiti facendo così perdere le loro tracce, di fatto abbandonando il paziente nelle strutture senza che queste avessero modo di ricontattarli. Si registrano, così, casi record di permanenza di pazienti nelle strutture, i più eclatanti sono stati di 7 anni in un centro di assistenza sociale e di 30 in un ospedale.

Nei centri di cura non governativi, religiosi o meno, la situazione è peggiore: non è previsto nessun trattamento medico e l’accoglienza o la dimissione di ciascun paziente sono discrezionalmente stabilite dai “guaritori” che gestiscono le strutture. Il Human Rights Watch ha rinvenuto che in sette tra gli istituti privati, i centri di cura e i pantis, i centri assistenziali governativi, visitati, gli ospiti con problemi psicologici vivevano in condizioni di sovraffollamento e di scarsissima igiene.                                                                                                                                                    

2016_indonesia_02

In Panti Laras 2, un istituto situato nella periferia di Jakarta, circa 90 donne vivono in una stanza che, in condizioni normali, non potrebbe ospitarne più di 30. In centri come questo, diffusissimi dato che spesso le strutture riabilitative private sono allestite nelle case dei guaritori stessi, il severo sovraffollamento comporta un’ampia presenza di pidocchi e scabbia. Da considerare, poi, è il fatto che le persone sono permanentemente incatenate e non hanno accesso ai servizi igienici minimi e dunque sono costretti a urinare, defecare, dormire e mangiare in uno spazio di uno o due metri.

In 13 delle strutture che Human Rights Watch ha visitato, i pazienti, bambini inclusi, erano ripetutamente costretti a sottoporsi a cure e trattamenti di dubbia efficacia, quali l’assunzione di erbe “magiche”, massaggi vigorosi da parte dei guaritori e bagni.

“Mi chiamano, mi mettono una medicina in mano e mi chiedono di prenderla…
ma non mi consentono di rifiutare, me la fanno ingoiare e se non lo faccio 
mi mettono in isolamento”, ha riferito Wuri, una donna che è tenuta in 
centro di riabilitazione.

Nonostante la pratica del pasung sia stata proibita dal governo già nel 1977, le famiglie e i guaritori spirituali continuano a incatenare le persone che presentano disturbi. La carenza di iniziative a livello locale e l’arretratezza della popolazione rurale rendono infatti inefficaci le iniziative governative contro tale pratica come quella lanciata nel 2014, “Indonesia Free from Pasung”, e nonostante il  Ministro della Salute indonesiano definisca il trattamento “inumano” e “discriminatorio” l’impegno del governo non è mai stato tanto significativo da portare a dei risultati.

Giacomo D’Amario

Per approfondimenti:Articolo originale di HRW

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