Verità per Ilaria, Verità per la Somalia, Verità per Noi

Io so. Io so i nomi dei responsabili, i responsabili della strage di Milano, di quella di Brescia e di Bologna. Io so i nomi del gruppo dei potenti, io so tutti questi nomi e i fatti di cui si sono resi colpevoli. Ma non ho le prove, non ho nemmeno indizi. Io so perché sono uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa, o che si tace. Io so perché sono uno che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro, ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia, il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere, dell’istinto del mio mestiere.

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[testo tratto dal film Ilaria Alpi, Il più crudele dei giorni (2003) e ispirato all’articolo Cos’è questo golpe? Io so, pubblicato sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, firmato da Pier Paolo Pasolini]

Da sedici anni in carcere per l’assassinio della giornalista del TG3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin c’è un innocente. Il testimone chiave che aveva incastrato Hashi Omar Hassan, infatti, ha ritrattato le sue dichiarazioni, sostenendo che Hassan è innocente. Il 13 gennaio 2016 la Corte di Perugia avvia il processo di revisione della sentenza della corte d’Assise d’Appello di Roma che lo condannò a 26 anni di reclusione.

Ad oggi sono 9 le procure e 4 le commissioni parlamentari che si sono occupate, direttamente o indirettamente, del caso Alpi-Hrovatin. Nonostante siano passati 22 anni, si continua a indagare, si continua a cercare una verità che renda giustizia a Miran e Ilaria, alla Somalia, e a noi, cittadini italiani, che troppe volte abbiamo permesso che vite umane fossero barattate per ottenere favori economici e politici. Una verità che renda giustizia a un uomo che ha trascorso quasi la metà della sua vita in carcere da innocente, che dica a una madre di 83 anni perché sua figlia è morta a Mogadiscio quel 20 Marzo 1994, che finalmente ci riveli chi ha voluto mettere a tacere una voce libera, critica e tenace, come quella di Ilaria Alpi.

 

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Una via di Mogadiscio, nel 1993

Nel 1991 in Somalia scoppia il caos: una guerra civile che cova da anni, e che aveva già mietuto la cifra impressionante di 50.000 morti, esplode definitivamente con la deposizione del dittatore Siad Barre. Le regioni del nord si riconoscono nella Repubblica del Somaliland, mai riconosciuta internazionalmente, mentre a Mogadiscio si insedia come presidente Ali Mahdi. Ma interi quartieri della capitale sono nelle mani di Farah Aidid, un altro signore della guerra, che non riconosce l’autorità di Ali Mahdi. La Somalia è uno stato a forte impronta tribale, per cui spesso la fedeltà verso l’uno o l’altro signore era stabilita da legami di parentela e affiliazione molto forti, che rendevano le prospettiva di una eventuale riconciliazione delle fazioni e una ricostituzione dello stato originale praticamente nulla. Per questa ragione l’ONU si convinse della necessità di un intervento internazionale in Somalia, che però finì solo a peggiorare i disordini nella regione. Inizialmente, nell’aprile 1992, prende il via la missione di pace UNOSOM I, che presto però viene sostituita nel dicembre dello stesso anno da una missione a comando statunitense chiamata Restore Hope (formalmente UNITAF). A tale missione di pace partecipa attivamente anche l’Italia, che nel paese continua ad avere interessi economici strategici. E’ proprio nel dicembre 1992 che Ilaria Alpi viene mandata come reporter a Mogadiscio dalla redazione del TG3. Ci sarebbe ritornata sei volte, per un totale di più di 200 giorni trascorsi in terra somala.

Traffici illeciti, complotti e omicidi sono lo scenario quotidiano in cui i reporter di guerra si muovono in Somalia. Ilaria, seppur cosciente del pericolo che corre, vuole conoscere la gente del posto, non si accontenta della diretta dall’Hotel Sahafi, dove venivano ospitati i giornalisti, e scende in strada. Così il suo primo servizio sarà dedicato alle donne somale, le intervista, dà loro visibilità, denuncia la pratica disumana dell’infibulazione (che continua a essere drammaticamente attuale in un paese dove il 95% delle donne tuttora continua a subire mutilazioni genitali). Vuole dare voce alle persone, alle loro storie, intuisce che l’unico modo per capire la Somalia e l’anarchia in cui è precipitata è indagarne il tessuto sociale. E sarà proprio il suo interesse per il sociale che l’avvicinerà a inchieste scottanti che poi le sarebbero purtroppo costate la vita.

Senza titolo3Ilaria Alpi in diretta da Mogadiscio. Di spalle, l’operatore Alberto Calvi

Pochi chilometri a nord della capitale scopre, grazie ai suoi contatti con i locali, cave abbandonate destinate a raccogliere l’immondizia cittadina che in teoria le organizzazioni internazionali presenti si sarebbero dovute occupare di smaltire. Ma questa scoperta è solo l’inizio: nei mesi in cui si ferma nel paese africano, Ilaria porta alla luce i veri interessi nascosti sotto la facciata della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. L’Italia stessa sembra giocare un ruolo primario nella partita somala: grazie alle denunce di Franco Oliva, funzionario del ministero degli affari esteri a Mogadiscio che aveva il compito di vigliare sui progetti di cooperazione, si scopre che nessun progetto umanitario ha avuto risultati positivi, i pozzi non pescano acqua, i silos per le riserve agricole sono inadeguati, le strade vengono costruite solo a scopi militari. Oliva viene gravemente ferito cinque mesi prima della morte di Ilaria, non è mai stato rintracciato il colpevole, né scoperto il mandante dell’attentato. Il segnale è chiaro, eppure Ilaria continua per la sua strada, ricerca la verità, sente che è suo dovere andare a fondo, deve restituire la dignità a un paese e a una popolazione stremata, sfruttata e umiliata dai potenti. Deve dire la verità agli italiani, devono sapere di quali crimini le istituzioni si stanno macchiando a loro nome.

Nell’estate del 1993 imperversa una terribile carestia, mentre il conflitto peggiora perché gli USA, già schierati apertamente a favore del presidente fantoccio Ali Mahdi, esigono che anche il comando italiano si adegui alle politiche militari statunitensi e abbandoni la sua condizione di (apparente) neutralità. I camion che venivano mandati in Somalia per trasportare medicinali vengono passati ai militari, mentre i farmaci vengono stoccati in depositi non schermati dal sole, che ne causa il rapido deperimento. Infine le navi da pesca Shifco (Somali High Seas Fishing Company) pagate dalla cooperazione italiana, arrivano in Somalia senza celle frigorifere. I marinai che ci lavoravano sostengono che in realtà trasportavano armi e altre commodities illegali, come ad esempio rifiuti tossici.

Nel documentario dedicato a Ilaria girato da Rai 3 e mandato in onda l’11 aprile 2015, la giornalista Lisa Iotti intervista anche un uomo legato a Gladio, un’organizzazione segreta legata ai servizi di sicurezza italiani e statunitensi durante la guerra fredda, che conferma come in Somalia avvenissero operazioni militari di copertura, finalizzate a portare a termine operazioni commerciali illecite. Il paese era in default da anni, nessun fornitore avrebbe voluto vendere armi legalmente a un paese che non può pagarle. Ma le armi arrivano ugualmente, perché in cambio i signori della guerra permettono che vengano riversati sul territorio rifiuti tossici e pericolosi. Ilaria capisce, dunque, che l’Italia preferisce vendere armi ai vari clan somali, utilizzando la flotta Shifco, in cambio della possibilità di sversare rifiuti tossici a basso costo aggirando difficili e costosi iter legali. Ci sono foto e documenti desecretati che in effetti dimostrano tali traffici illeciti: aeromobili e navi scaricano in mare rifiuti nucleari mischiati a sabbia per centinaia di migliaia di tonnellate, rifiuti tossici vengono stoccati nei letti dei fiumi in secca.

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Un’oasi inquinata in Somalia

A Ilaria a questo punto mancano solo le prove: lei sa. Tornerà in Somalia un’ultima volta, il 12 marzo 1994, accompagnata dall’operatore triestino Miran Hrovatin, proprio perché è convinta di poter smascherare questo terribile inganno internazionale. Dopo essere stata nel nord della Somalia per pochi giorni, a Bosasa, dove raccoglie informazioni preziose che avrebbero potuto dare probabilmente la svolta alla sua inchiesta, torna a Mogadiscio.

Il 20 marzo viene uccisa insieme a Miran in un agguato tesole nei pressi dell’Hotel Amana, nella zona della città controllata proprio da Ali Mahdi, quel presidente che Ilaria sapeva essere un fantoccio nelle mani dei poteri forti. Gli aggressori avevano avuto tutto il tempo di organizzare l’agguato, l’assassinio è premeditato. Da questo momento iniziano i depistaggi, si cerca di uccidere Ilaria e Miran una seconda volta. Sul luogo del delitto non arriva nessuna autorità, né italiana né somala, benché l’ambasciatore italiano fosse stato avvisato dell’avvenuto omicidio e nonostante la sede della polizia di Mogadiscio sia a poca distanza dall’Hotel Amana. Nei giorni successivi, durante il rientro delle salme a Roma, vengono trafugati alcuni taccuini di Ilaria, e diverse cassette videoregistrate; solo dieci anni dopo ne saranno rinvenute alcune negli archivi RAI e immediatamente acquisite dalla Commissione parlamentare d’inchiesta della XIV legislatura.

Senza titolo5Miran e Ilaria a Mogadiscio, marzo 1994

L’autopsia verrà disposta solo due anni dopo, l’auto dove muoiono non viene sequestrata, perizie e controperizie sembrano solo confondere le acque. I primi a soccorrere l’operatore e la giornalista parlano di un’esecuzione, ma poi un depistaggio sistematico e a più livelli ha avvallato l’ipotesi della tentata rapina. Se gli investigatori della procura di Udine, grazie al contributo di un testimone anonimo, sembrano credere al fatto che si sia trattato di un assassinio premeditato ordito dal presidente Ali Mahdi e dal proprietario della Shifco, tale Mugne, ed eseguito da poliziotti somali collusi con la CIA, la procura di Roma, invece, preferisce imboccare la direzione della rapina. La delega all’indagine viene tolta alla Digos di Udine dunque, ma per quale motivo?

E questo è uno dei tanti quesiti senza risposta in una vicenda torbida e infamante, che non ha solo mietuto due vittime innocenti alla ricerca della verità, ma ha anche incarcerato un cittadino somalo innocente per sedici anni in base a due testimonianze pilotate, quelle dell’autista di Ilaria e Miran e quelle di un altro somalo di nome Gelle, che più volte negli ultimi anni ha dichiarato di essere stato pagato per incastrare Hashi Omar Hassan. I genitori di Ilaria non hanno mai creduto a questa verità di comodo, ne hanno sempre sostenuto l’innocenza con coraggio e determinazione. Nel 2015 Hassan è stato liberato e il processo di revisione, voluto fortemente dalla mamma di Ilaria, Luciana, riaccende la speranza che finalmente venga fatta luce su questo terribile scandalo giudiziario, e che finalmente si possa scoprire la verità sul caso Alpi-Hrovatin.

Il 19 marzo 2016 la Presidente della Camera Laura Boldrini ha annunciato la desecretazione dei documenti prodotti dalla commissione parlamentare d’inchiesta sull’assassinio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin a Mogadiscio, e ad oggi quasi 120.000 pagine di documenti sono liberamente consultabili al sito https://archivioalpihrovatin.camera.it/.

Il documentario girato dalla RAI sulla vicenda di Ilaria Alpi, intitolato “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio” (2015) è disponibile in streaming al seguente link: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-77f45782-2361-40cd-a00a-1ede256a8794.html.

Ilaria e Giulio sono la stessa persona. Siamo noi. Siamo la verità. La sete di conoscenza, lo spirito critico, occhi romantici, teste pensanti.

Giustizia è verità.

 

Stefano Grassini

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