L’omicidio Varani: quando la droga ti spinge oltre il limite.

“Requiem for a dream”, un film tratto dall’omonimo romanzo di Hubert Selby è la descrizione sadica e straziante dell’ascesa, del declino e della caduta di quattro tossicodipendenti. Anfetamine, cocaina ed eroina, prima esaltate e poi demonizzate, scorrevano nelle loro vene più di quanto il sangue stesso potesse fare. I 5 minuti finali sono emblematici del senso di impotenza e distruzione che la tossicodipendenza ha causato loro: ad uno ad uno i quattro finiscono rannicchiati in un letto, in posizione fetale, assuefatti dalla droga. Quasi come se volessero ritornare nel grembo materno o regredire all’infanzia. Quasi come se volessero costruire un guscio attorno a sé, toccando e sentendo il proprio corpo che avevano gettato in pasto agli stupefacenti.

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Non sto parlando dell’uso sporadico che diventa quasi un vezzo da concedersi qualche volta nella vita. Sto parlando di quando il limite sottile tra uso e abuso viene sorpassato. Sto parlando di quando la testa ti va in trip e non capisci più nulla.

Quella linea sottile è stata sorpassata non poche settimane fa, quando una mattina, al telegiornale, mezza Italia si è ritrovata ad ascoltare la storia di 3 ragazzi che per un weekend hanno fatto della droga la loro croce e la loro delizia. In rete e sui media circolano migliaia di articoli e racconti, a tratti forse anche enfatizzati per mettere in moto la macchina dello spettacolo mediatico, ma con un cruente e a tratti inimmaginabile fondo di verità. Si tratta della storia di Luca Varani, ventitreenne assassinato a colpi di martellate, ucciso dissanguato con un coltello incastratosi in un polmone ma che era intenzionalmente diretto al cuore, allungando in questo modo ancor di più lo strazio e il dolore. È la storia di Marco Prato, pr trentenne organizzatore di molti tra i festini della città eterna, e Manuel Foffo, trentaquattrenne pugile dilettante.

La loro è stata pura follia omicida, probabilmente premeditata, freddamente ideata e messa in atto, forse spinti da un mix di alcol, cocaina e crytal meth.

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Ma sarebbe inutile ricordare in maniera ridondante una barbarie che sembra quasi impossibile da immaginare. E sarebbe anche inutile dare giudizi su tutta questa storia. Nessuno può giudicare un fatto del genere. Ma ciò non toglie che si debba, quasi come se ci fosse insito un senso di obbligo, pensare e meditare sull’accaduto. Mai nessuno saprà la verità. I due non la racconteranno, probabilmente perché non la ricordano neppure. Siamo a conoscenza di racconti filtrati da giornalisti e avvocati e, come tutte le storie che ci raccontano, possiamo solo ergerci a giudici del nulla pronti a infangare, gettare veleno e sputare sentenze.

Ecco io dopo tutta questa storia ho attivato la testolina e ho riconnesso alcuni pensieri. Chiunque abbia aperto un libro di arte o abbia letto qualche biografia dei grandi geni della storia avrà sicuramente sentito parlare delle droghe di cui molti artisti e intellettuali facevano uso. Basti pensare agli impressionisti, ai pittori parigini di inizio ‘900 o agli aderenti all’arte psichedelica per avere un esempio tangibile di questo binomio. La droga e con essa qualsiasi forma di stupefacente e allucinogeno vengono usati come mezzo per allentare le inibizioni, per creare legami tra pensieri e idee lontane tra loro ma che hanno qualche nascosto punto di connessione, per soddisfare esigenze di trascendenza tesa a raggiungere una visione definita dell’irreale e tradurla in opera d’arte. In questo modo il genio artistico si libera dalle trappole del razionale per esprimere tutta la sua creatività.

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Questa potrebbe essere una visione quasi idealizzata della droga. Quasi come se il genio senza di essa non esistesse. Questo è l’errore di fondo. La droga non è il mezzo della creatività e neanche la sua giustificazione. Un artista fa arte anche senza di essa. Un artista è artista anche senza la droga. Sarebbe riduttivo e triste ridurre le più grandi opere e le più grandi invenzioni alla droga piuttosto che all’artista.

Probabilmente la sua funzione è semplicemente quella di enfatizzare una caratteristica o un tratto tipico e probabilmente nascosto della personalità di un soggetto. E probabilmente se nel caso degli artisti ha liberato il loro genio, forse nel caso dei 2 assassini ha liberato una cruda violenza regressa nelle loro menti.

 

Vincenzina Piemonte

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