Zika: cos’è e perchè minaccia i diritti umani

Il virus si trasmette tramite puntura di zanzara del genere Aedes: una zanzara punge una persona infetta e quando ne punge un’altra inietta anche il virus. Si sospetta, tuttavia, che la malattia possa essere trasmessa anche tramite trasfusione di sangue e per via sessuale. È stato infatti recentemente segnalato un caso in Texas di una persona contagiata a seguito di un rapporto sessuale con un partner appena rientrato dall’America Latina.

Le persone colpite dalla malattia possono presentare febbre, eruzioni cutanee, dolori muscolari e articolari, congiuntivite. I sintomi durano pochi giorni, al massimo una settimana e non sono particolarmente significativi in termini di intensità.

A preoccupare, però, è il possibile legame tra la malattia da virus Zika e la microcefalia. Contemporaneamente all’epidemia di virus in Brasile, infatti, si è registrato un aumento dei casi di bambini nati con malformazioni del cranio: il sospetto è dunque che contrarre la malattia durante la gravidanza possa compromettere la salute del feto.

Una ricerca pubblicata il 4 marzo dai ricercatori del John Hopkins Medicine ha rivelato per la prima volta un potenziale legame significativo tra virus e microcefalia: Zika è in grado di infettare cellule simili a quelle coinvolte nello sviluppo del cervello e interromperne la crescita.

Una notizia tragica dato che in nessuno dei Paesi colpiti dal virus è possibile abortire per rilevate disabilità o malformazioni del feto.

La pratica dell’aborto è, infatti, limitata o fortemente limitata in Venezuela, Paraguay, Suriname, Argentina, Bolivia, Brasile, Cile e Repubblica Dominicana. Tra di essi, lo Stato meno restrittivo è l’Argentina dove è possibile abortire qualora la gravidanza costituisca rischio di vita per la madre o possa comprometterne lo stato di salute o derivi da stupro. Ma anche nei casi previsti dalla legge a volte singoli medici si rifiutano di terminare le gravidanze per motivi di natura personale.

Il rischio, dunque, è l’aumento esponenziale degli aborti clandestini, già largamente praticati. Basti pensare, ad esempio, che in Uruguay, uno dei Paesi più liberali per le politiche relative all’aborto, almeno un decesso materno su dieci deriva dalle complicazioni di un aborto “fai da te”.  Una situazione, quella degli stati Sud Americani in generale, che è e potrebbe ancora di più diventare insostenibile con l’ulteriore diffusione del virus: milioni di donne latino americane sono alla mercé di sistemi sanitari soggiogati dagli stereotipi e dalle dottrine religiose.

Il Brasile è alle corde a causa dei suoi poveri. Nel fango e nei barili e bacini d’acqua delle baraccopoli, nascoste negli ultimi anni dietro le promesse di un’economia in corsa verso lo sviluppo, nascono le larve della zanzara Aedes. Essa ha portato il virus Zika fino in città ed è più forte di una nazione intera. Due settimane fa il governo ha promosso un giorno di mobilitazione nazionale per contrastare l’Aedes aegypti impiegando 200,000 soldati, 71,000 dei quali solo a Rio dove si terranno le prossime Olimpiadi. La presidente è apparsa con una maglietta con su scritto “Una zanzara non è più forte di una nazione intera”.

Si sbagliava, la zanzara Aedes sta scoperchiando tutti i difetti strutturali di una delle dieci economie più grandi del mondo: un sistema sanitario inconsistente, una disuguaglianza critica all’interno della popolazione, più della metà della quale vive sotto la soglia di povertà senza avere accesso a un sistema fognario e di acqua potabile, e un forte conservatorismo religioso che frena l’emancipazione delle donne.

Il governo, irresponsabilmente, pensa di sconfiggere il virus incentivando le persone a usare gli insetticidi, a tenere chiuse porte e finestre e a usare capi d’abbigliamento lunghi. Evidentemente non ha ancora capito che il problema non è la zanzara ma il fango da dove è nata, le condizioni critiche in cui versa la maggioranza della popolazione, se non gradatamente migliorate, scaturiranno la diffusione di mille altri virus.

A El Salvador la situazione è, se possibile, ancora più tragica: lo Stato è assente, così come l’educazione sessuale. Le autorità salvadoregne, per la diffusione di Zika e il suo possibile legame con la microcefalia del feto, hanno semplicemente consigliato alle donne di non rimanere incinte per due anni. Una presa in giro.

Nel piccolo Paese centroamericano, infatti, la violenza è all’ordine del giorno: l’osservatorio Ormusa sulla violenza delle donne ha registrato 5 casi di crimini sessuali contro le donne sotto ai 18 anni di età per ogni giorno dello scorso anno.  È il Paese con il tasso più alto di gravidanze adolescenziali ma non consente in nessun caso l’aborto. Anche qualora la gravidanza costituisca un rischio per la salute della donna, a El Salvador, l’autorizzazione dell’aborto è tutt’altro che tempestiva.

A Beatriz, una ragazza di 22 anni incinta di un feto anencefalo, è stato negato l’aborto dalla Corte Suprema salvadoregna fino all’ultimo momento. Ora la donna soffre di problemi renali e respiratori che, se l’aborto fosse stato effettuato alla dodicesima settimana, quando era stata riscontrata l’anomalia nel feto, sarebbero nettamente ridotti.

Ma la follia delle autorità salvadoregne non si ferma qui: non distinguono l’aborto volontario da quello spontaneo, la morte del feto è sempre da ricondurre all’intenzione della donna. A El Salvador, la legge sull’aborto, da molti ritenuta la peggiore del mondo, prevede la presunzione di colpevolezza della donna. Sono tantissime le donne che hanno scontato anni di prigione per aver perso un bambino e le pene arrivano fino ai 40 anni.

Mirna Ramìrez è un caso ancora più eclatante: ha scontato 12 anni e mezzo di prigione per aver partorito con due mesi d’anticipo. Perdeva sangue e la vicina di casa l’ha soccorsa, ha partorito un bambino vivo e vegeto ma è stata accusata dalla vicina stessa di aver tentato di abortire. Mirna racconta di essere stata trasportata in un centro di detenzione ancora sanguinante e che solo per miracolo è ancora viva.

Sono molti i casi certificati di donne che poiché perdono sangue si recano in ospedale e che, dopo aver perso il bambino, vengono ammanettate direttamente al letto dalle forze dell’ordine per aborto o omicidio. È evidente come questa situazione incentivi gli aborti clandestini. Secondo Amnesty International sono stati 20,000 gli aborti spontanei a El Salvador tra il 2005 e il 2008, ma molti sono i casi che restano sommersi. La paura ora è che Zika potrebbe causare alcuni aborti spontanei e dunque far rischiare alle donne il carcere.

A El Salvador il test diagnostico per verificare la presenza del virus non è disponibile dunque la valutazione della presenza dello stesso è rimessa alla manifestazione di quei sintomi con i quali Zika si presenta di solito: febbre, eruzioni cutanee, dolori. Dunque ammettere l’aborto per il virus è impossibile in quanto si baserebbe la pratica sulla presenza di sintomi che potrebbero derivare da altre malattie e che in ogni caso durerebbero pochi giorni, dunque le cliniche non sarebbero in grado di distinguere i casi veri da quelli falsi. Questa è la spiegazione di un medico salvadoregno al divieto di aborto che El Salvador intende mantenere nonostante la diffusione del virus.

Queste politiche non solo le sole a creare problemi. Dietro ad esse c’è un radicato convincimento della popolazione che l’aborto rappresenti una barbarie anche se la gravidanza derivi da stupro o metta a rischio la salute della madre. “La vita è sacra. Non hai il diritto di uccidere qualcuno perché qualcun altro soffrirà,” dice Carla de la Cayo, Presidente della Fondazione “Sì alla vita” che cerca di dissuadere le donne dall’abortire. Convinzione è dovuta alla presenza di una forte morale cristiana.

L’ONU, le organizzazioni umanitarie e anche Papa Francesco hanno iniziato a fare pressione nella speranza di un cambiamento.

 

Giacomo D’Amario

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