Spose bambine: Brides or Girls?

Ilhan Mahdi Shui al-Asi era una bambina yemenita che a 13 anni ha sposato un assassino. Un uomo che, al terzo giorno di matrimonio, abusando di lei, l’ha uccisa. Il suo era un corpo troppo piccolo, che non ha resistito alle gravissime lesioni riportate all’apparato genitale e alle emorragie fetali che l’hanno portata alla morte.

Ho 21 anni e, sinceramente, l’idea di indossare un abito bianco e camminare fino all’altare sulle note dell’Ave Maria, non mi ha (quasi) mai sfiorato, figurarsi a 13.

Eppure se su Google si digita “spose” uscirà come suggerimento “bambine”.

Lasciare che a 17, 15, 13 anni queste possano cadere nelle braccia di un uomo che non è il proprio padre, significa lasciar violare diritti umani che, nel terzo millennio, dovrebbero esser dati per scontati.

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Secondo l’UNICEF ad oggi nel mondo 18 milioni di ragazze hanno sposato un uomo di cui probabilmente conoscevano solo il nome, prima dei 18 anni di età. Sempre secondo le statistiche, nei paesi in via di sviluppo, 1 su 3 si sposano prima dei 18 anni, 1 su 9 addirittura prima dei 15. La percentuale fa riferimento per lo più a paesi in via di sviluppo, una realtà probabilmente così lontana dalla nostra che potrebbe renderci cinici di fronte ad una emergenza del genere. È un problema che troppo a lungo è stato ignorato, un’emergenza che dovrebbe diventare prioritaria nei piani di sviluppo sociali o scaturire l’ira dell’opinione pubblica. Eppure siamo cechi di fronte a tutto ciò, di fronte a bambine che potrebbero essere mie sorelle che perdono, strappata via dal petto, la più pura e casta innocenza.

A detenere il triste primato con la più alta percentuale di babymogli c’è la Nigeria, col 75% sul totale delle donne sposate , a seguire la Repubblica Sudafricana, col 68% e a chiudere il podio Ciad col 68%. Seguono Bangladesh (66%), Guinea (63%), Mozambico (56%), Mali (55%), Burkina Faso (52%), India (47%) ed Eritrea (47%). Percentuali spaventose, per non dire terrorizzanti.

Innumerevoli sono le conseguenze di questa emergenza. In primis la propensione a rimanere per il resto della vita in una situazione di grave povertà, favorite dall’impossibilità di ribellarsi al giogo dei mariti e di ricevere un’educazione che possa migliorare le loro già latenti condizioni di vita. L’abbandono degli studi comporta infatti una limitazione della loro libertà di essere cittadino, di contribuire al miglioramento della propria comunità, di garantire alla propria famiglia condizioni economiche e culturali agiate, di essere bambine, ragazze e solo dopo, spose.

In secundis sono gravissimi i rischi per la salute a cui queste bambine sono sottoposte. La percentuale di gravidanze pericolose, infatti, aumenta esponenzialmente portando, nel peggiore dei casi, alla morte del bambino e/o della madre. Nelle gravidanze tra i 10 e i 14 anni infatti la probabilità di morte è 5 volte superiore rispetto alla fascia 20-24 anni. I bambini che riescono muoiono dopo il primo anno di vita. Anche l’AIDS diventa una delle cause principali di morte.

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Ma nonostante siano così gravi e numerose le conseguenze di questi episodi di pseudo pedofilia legalizzata, c’è comunque la speranza di poter dare loro una possibilità: l’educazione può salvare queste bambine, permettendo loro di vivere un’infanzia degna di essere vissuta. Con i giochi, con gli scherzi e con i primi amori.

La cultura, il sapere, la scuola sono le chiavi per aprire quella cassaforte blindata in cui da troppo sono rinchiusi gli anni di gioventù di tutte quante hanno subito tutto ciò.

 

Vincenzina Piemonte

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