Una Famiglia Birmana

Khin Kyi nell’aprile del 1988 ha settantasei anni, ed è gravemente malata. Da anni vive nella casa che poi sarà la prigione della figlia per quindici lunghi anni, una villa elegante affacciata sull’Inya Lake. A dieci chilometri, nel centro di Yangon, si sta consumando la rivolta studentesca contro la feroce dittatura militare al potere in Birmania dal 1962. Khin Kyi, moglie di Aung San, il padre dell’indipendenza birmana, assassinato nel 1947 a pochi mesi dalla fine del dominio britannico da un commando paramilitare affiliato al rivale politico U Saw, è una donna dal carattere forte, che ha affrontato molte sfide e si è fatta carico di grandi responsabilità durante la sua vita. Membro dell’assemblea costituente e del parlamento fino al 1952, ministro delle politiche sociali dal 1953, leader della Women’s Association of Burma e ambasciatrice in India dal 1960, ha educato la figlia a onorare il sacrificio del padre per il bene comune, le ha insegnato a comprenderne l’importanza sociale. Con fermezza e dignità le ha trasmesso gli ideali di Aung San, il valore inestimabile della libertà, della democrazia, dell’onestà. Ma soprattutto, la tenacia e l’integrità sono le virtù che più di ogni altre ha instillato giorno per giorno nel cuore della figlia, e che più serviranno a questa ad affrontare le battaglie a cui sarà chiamata un giorno.

La villa della famiglia di Aung San Suu Kyi a Yangon, Birmania

Khin Kyi ha avuto un infarto, e la figlia, dal Regno Unito dove vive con il marito e i due figli, la raggiunge al suo capezzale. Khin Kyi è la madre di Aung San Suu Kyi.

Quando Aung San Suu Kyi arriva in Birmania, il paese è in rivolta: la giunta militare al potere da ventisei anni sta tentando di contenere l’insurrezione popolare organizzata dagli studenti e presto diffusasi a macchia d’olio per tutto il paese, coinvolgendo tutti gli strati della popolazione. Nonostante le innumerevoli morti, centinaia di migliaia di monaci, giovani, professionisti e uomini di tutte le età ed estrazione sociale continuano a sfilare per le strade di Yangon richiedendo la caduta del regime, democrazia, migliori condizioni economiche. La rivolta 8888, così chiamata perché ha avuto inizio con lo sciopero generale dell’8 Agosto 1988, ha però bisogno di un leader, che sappia convogliarne l’energia, che le dia una direzione e che ne sia simbolo.

L’ospedale dove è stata trasferita Khin Kyi è in centro città. Aung San Suu Kyi osserva da una finestra i manifestanti sfilare. Alcuni li vede anche entrare nella struttura, feriti. Pare che la malattia della madre l’abbia riportata a casa non casualmente: molte altre volte era tornata in Birmania, a riposarsi sulle sponde dell’aristocratico Inya Lake, ma proprio quando l’ultimo legame con la sua terra stava per sciogliersi, quando le sembrava che ormai ci sarebbe stato spazio solo per la memoria di un padre eroico e di una madre tenace, una memoria privata e intima, qualcosa in lei maturò. Proprio da quella dimensione familiare era germogliata la vocazione atavica ad aiutare il suo popolo, era pronta a sacrificarsi, a offrire la sua libertà per la libertà della sua gente, senza distinzioni. Quei valori appresi in gioventù si sposavano perfettamente con la causa dei manifestanti, di colpo le sembrò necessario e naturale schierarsi dalla parte di chi chiedeva diritti e democrazia. La benedizione materna non tarda ad arrivare, e il 26 Agosto è alla pagoda Shwedagon, la più sacra per i birmani, a parlare davanti a mezzo milione di persone chiedendo loro di continuare a protestare con determinazione, ma secondo la dottrina della non violenza. Aung San Suu Kyi in un solo giorno è diventata l’icona del movimento del pavone danzante, simbolo di chi lotta da decenni per la democrazia. I suoi occhi accesi e sinceri catturano l’attenzione del mondo.

Aung San Suu Kyi parla ai manifestanti della Rivolta 8888
Aung San Suu Kyi parla ai manifestanti

Da quel 26 Agosto 1988 molte cose sono cambiate nella vita di Amay Suu (Madre Suu, come viene chiamata dai suoi sostenitori). L’avvicinarsi della fine della stagione dei monsoni coincise con l’aggravarsi dello stato di salute della madre, che sarebbe poi morta il 27 dicembre 1988. Benché un nuovo colpo di stato militare il 18 settembre dello stesso anno avesse arginato con le armi la sollevazione popolare, il funerale di Khin Kyi fu seguitissimo, sintomo del largo appoggio di cui godeva l’appena nato National League for Democracy Party (NLD) guidato da Aung San Suu Kyi. Il nuovo dittatore, il generale Saw Maung, indisse nuove elezioni parlamentari, che si tennero nel maggio 1990 e che videro il trionfo dell’NLD sugli altri partiti, con il 52,5% dei voti. Ma la giunta militare annullò i risultati elettorali, e pose la donna agli arresti domiciliari, nella residenza di famiglia.

Aung San Suu Kyi ebbe, in realtà, la possibilità di scegliere la via dell’esilio, che avrebbe significato il ricongiungimento con suo marito Michael e i suoi due figli Alexander e Kim.  Eppure, proprio in virtù di quel senso di integrità mutuato dai genitori, seppe fin da subito che per lei non ci sarebbe mai stato ritorno: tornare dalla sua famiglia, in Inghilterra, avrebbe significato rinunciare a costruire un mondo migliore per milioni di altre famiglie in Birmania. Rinunciare alla propria libertà per tentare di donarla al proprio popolo, a chi in lei ha riposto la propria fiducia e le proprie speranze. Dal 1990 a novembre 2010 Aung San Suu Kyi ha passato più di quindici anni in arresto, nella casa, ormai fatiscente, al 54 di University Avenue, a Yangon. Non ha potuto ritirare il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, assegnatole nel 1990, né il premio Nobel per la pace conferitole nel 1991. Non ha potuto vedere i suoi figli crescere, diventare uomini, né ha potuto assistere il marito malato di cancro, che poi sarebbe morto nel 1999.
Ma non ha mai ceduto: dal giorno in cui venne spronata dalla madre a prendersi cura del pavone danzante in cerca di libertà, la sua famiglia è diventata la Birmania, e ha continuato a lottare con forza per questa al di qua delle sbarre. E’ grazie alla tenacia se la sua storia ha commosso il mondo, se nel 2012 è riuscita a ottenere un seggio in parlamento e se alle elezioni parlamentari dell’8 novembre 2015 l’NLD si è imposto come primo partito con un incredibile 90% dei voti. La famiglia birmana è ormai pronta a raccogliere il frutto dei sacrifici di Amay Suu.

Aung San Suu Kyi in parlamento
Aung San Suu Kyi in parlamento

Stefano Grassini

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