Quando il pragmatismo vince sulla morale: immigrazione a Singapore

Inutile ripetere ciò che tutti sanno: Singapore è il gioiello asiatico, una città-stato che a cinquant’anni dalla sua indipendenza ha raggiunto un livello di sviluppo pari solo alle grandi capitali della finanza occidentale. Naturalmente un simile risultato non si ottiene se non a certi compromessi: una democrazia a partito (di fatto) unico e una politica di controllo orwelliano nelle vite dei propri cittadini. Per rendere efficacemente l’idea, basti citare una frase di Lee Kuan Yew, politico fondatore della moderna Singapore e primo ministro dal 1959 al 1990, stampata a parete intera all’ingresso di una mostra celebrativa della città: “Posso dire, senza il minimo rimorso, che non saremmo qui, non avremmo avuto un vero progresso economico, se non fossimo intervenuti su questioni estremamente personali: chi è il tuo vicino, come vivi, quanto rumore fai, come sputi, che tipo di linguaggio usi”.

Il pragmatismo è la regola d’oro su cui è modellato ogni aspetto della vita della città: se funziona, va bene, al costo di ignorare gli scrupoli morali.
L’esempio più estremo in questo senso è probabilmente rappresentato dalle politiche immigratorie singaporeane, improntate ad una discriminazione apertamente dichiarata tra lavoratori qualificati e non, quindi inevitabilmente basata sul reddito del migrante, nonché sul suo Paese di provenienza. I cosiddetti “talenti stranieri”, cioè coloro che entrano a Singapore come lavoratori altamente qualificati, ricevono un trattamento decisamente favorevole, frutto di una strategia precisa di una città che ha tutta l’intenzione di diventare (o rimanere) uno dei centri più importanti dell’economia mondiale.
La maggior parte degli appartenenti a questa categoria proviene da Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Australia, Giappone, Corea del Sud e, da circa un decennio, da Cina e India. Essi possiedono permessi di soggiorno che conferiscono loro una serie notevole di benefici: possono fare richiesta per diventare residenti permanenti o cittadini, vivere a Singapore con la propria famiglia, cercare un impiego diverso da quello grazie a cui hanno ottenuto il permesso e rimanere nella città fino a sei mesi se disoccupati tra un impiego e un altro.

Diametralmente opposta è la condizione dei lavoratori non qualificati: questi, provenienti soprattutto da Cina, Indonesia, Bangladesh, India, Pakistan, Filippine e Birmania, sono autorizzati a lavorare solamente per il datore di lavoro e nello specifico impiego indicati nel permesso di soggiorno e il termine del contratto significa l’immediato rimpatrio nel Paese di origine. Essi, oltre a non poter portare con sé alcun membro della propria famiglia, sono sottoposti a controlli medici periodici, tra cui una radiografia toracica e il test dell’HIV e vivono in condizioni ai limiti dell’accettabile. Inoltre, per poter trovare un lavoro a Singapore, i lavoratori migranti devono far affidamento a delle agenzie (solitamente situate nel Paese di provenienza), i cui costi sono talmente elevati che lo stipendio di almeno i primi anni di lavoro è sufficiente solo per ripagare i debiti.

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All’interno della categoria dei lavoratori non specializzati, ne esiste un’altra particolarmente svantaggiata: quella delle lavoratrici domestiche straniere. Esse sono le cosiddette “donne di servizio”, che vivono e lavorano in casa del proprio datore di lavoro. Nonostante sia grazie a loro che la quasi totalità delle cittadine singaporeane ha potuto accedere al mercato del lavoro in una posizione praticamente equivalente a quellamaschile, queste donne rappresentano la figura meno tutelata della città-stato. Oltre a non poter fare richiesta per la residenza permanente né tantomeno per la cittadinanza, nonostante alcune di loro trascorrano decenni lavorando a Singapore, e oltre a non poter portare familiari con sé, esse non hanno un salario minimo né un contratto standard e sono ulteriormente penalizzate dalla natura atipica di un lavoro che si svolge all’interno delle mura domestiche; per via di questa peculiarità, infatti, le lavoratrici domestiche sono escluse dalla copertura dalle principali leggi che tutelano tutti gli altri lavoratori, come quella sulla Sicurezza e Salute sul posto di lavoro e quella sull’indennità in caso di incidente. Non esiste inoltre un giorno libero obbligatorio e il loro orario di lavoro dipende in tutto e per tutto dalla discrezionalità del datore di lavoro.Ma non basta: esistono delle restrizioni di natura molto più personale; le lavoratrici domestiche non possono sposare un cittadino di Singapore, neanche dopo la fine del loro contratto (se non con un permesso governativo) e vengono sottoposte a test di gravidanza ogni sei mesi. Se il test è positivo, ne segue l’inevitabile risoluzione del contratto e l’immediato rimpatrio della donna (la ragione peraltro non è del tutto chiara, dal momento che, anche se partorisse a Singapore, il figlio non otterrebbe la cittadinanza).

Infine, oltre alla palese discriminazione che le lavoratrici domestiche straniere subiscono a livello legislativo, esse sono particolarmente esposte a ogni genere di abuso da parte dei propri datori di lavoro. Sono numerosissimi i casi di violenza (più volte tale da portare alla morte) ai loro danni, tanto che nel 1998 si è sentita l’esigenza di introdurre nel Codice Penale un inasprimento delle pene per tutti i reati compiuti contro queste donne. La ragione di ciò è anche l’estrema difficoltà nell’individuare i casi di abuso, che quasi mai sono le vittime a denunciare.

Nonostante esistano alcune organizzazioni che offrono sostegno ai lavoratori migranti meno tutelati, rimane sconcertante la naturalezza con cui vengono sistematicamente discriminati coloro che non sono considerati “degni” di diventare cittadini di Singapore. I lavoratori migranti non specializzati sono necessari ed insostituibili in una città in cui nessuno dei qualificatissimi cittadini si abbasserebbe a lavorare come operaio edile o donna delle pulizie, ma tuttavia la loro permanenza in città rimane strettamente limitata al loro specifico impiego, senza possibilità che questo porti a ulteriori benefici o ad un legame più duraturo con il luogo in cui vivono e lavorano per anni.
Un simile approccio raggiunge l’assurdo se si pensa che, per contro, Singapore prevede uno “Schema per i talenti sportivi stranieri”, introdotto nel 1993 dall’associazione di Tennis da tavolo per facilitare l’ottenimento della cittadinanza per gli atleti stranieri (con una particolare predilezione per i giocatori di tennis da tavolo).

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Singapore è senza dubbio una città che funziona, ma viene spontaneo chiedersi se il prezzo da pagare non sia troppo alto; se, oltre certi limiti, il pragmatismo non dovrebbe lasciare il passo a degli imperativi morali che, per quanto scomodi, dovrebbero essere imprescindibili perché una società possa essere considerata democratica.

 

Marta Giuffré

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