Alla ricerca della felicità

Immaginate di avere vent’anni e di prendere un treno, una mattina, e cambiare vita. È fondamentalmente quello che ognuno di noi, studente fuorisede, ha fatto, no? Qualche valigia piena di vestiti, sogni e speranze e… via: città nuova, casa nuova, gente nuova.

Ripensando a quel momento, ponetevi una domanda: in questo tripudio di lezioni, esami, serate e spritz, quanto vale il mio tempo? Un istante, direbbero alcuni. Una vita, direbbero altri. Io me lo son chiesta tante volte e tra le mille risposte ce n’era una che sembrava fare al caso mio: il mio tempo vale la felicità che riesco a provare. Ecco, questa è la parola chiave di tutto: felicità.

Quando hai il coraggio di cambiare tutto cominci a cercarla, la felicità, e scopri che è lì, ad un passo da te. È labile, è come il vento che ti sfiora un istante e poi va via, è come una goccia di pioggia che per un secondo ti bagna il viso e poi si asciuga. Ma c’è. Ed io l’ho trovata un giorno, inaspettatamente, al numero 19 di Viale Caterina da Forlì. Quello è stato il posto dove ho svolto, per fortuna e per la prima volta nella mia vita, alcuni giorni di volontariato. È stato il posto dove incrociando lo sguardo di persone che nella loro vita avevano sofferto ho capito qualcosa in più di me stessa. È stato il posto dove prendendo per mano donne indifese, ho provato qualcosa che sembrava proprio felicità. È stato il posto in cui le mie barriere sono cadute, lasciando nel mio cervello spazio a domande, forse, meno futili di quelle che prima ero solita pormi.

Sto parlando del Piccolo Cottolengo milanese di Don Orione, un centro polivalente per disabili, per lo più donne, ma anche bambini. Sono persone che per qualche disfunzione chimica o genetica nel cervello non hanno la possibilità di vivere, come noi, una vita che, nella maggioranza dei casi, definiremo “normale”. Ma il fatto che il loro modo di vivere sia diverso dal nostro non implica che non sia bello “come” il nostro. È diversamente bello, vero, ma pur sempre bello. È nel momento in cui riesci a metabolizzare questo concetto che riesci ad interpretare la realtà in modo diverso.

Al Piccolo Cottolengo queste persone vengono ospitate in una struttura che seppur piena di strumenti all’avanguardia per la loro cura, non potrebbe definirsi “casa” senza alcune persone che, giorno per giorno, dedicando parte del loro tempo a all’attività di volontariato, donano quel valore aggiunto che lo caratterizza. A comporre questa grande famiglia sono medici, infermieri, volontari laici ed una comunità religiosa di sacerdoti e suore. Tutti per uno scopo comune: donare amore e felicità a chi urla, in silenzio, aiuto.

Io ero una delle volontarie, una di quelle senza esperienza, che per la prima volta nella sua vita usciva dalla campana di vetro in cui viveva per affrontare qualcosa di più vero. Mi avevano assegnato al reparto femminile di portatrici di handicap fisici e/o mentali, minorate psichiche e disabili mentali. Il mio compito era semplice: trascorrere del tempo con loro, sorridere, fare lunghe passeggiate, ascoltarle, aiutarle. Ma fondamentalmente ero solo un’imbranata cronica che non sapeva cosa dire o fare. Come se ci fosse un libretto delle istruzioni, come se ci fosse un manuale per imparare a… capire.

Non vi dirò che è stato facile, mai. C’erano dei momenti in cui avevo paura di sfiorarle, altri in cui cominciavano ad urlare senza un motivo o si aggrappavano addosso perché volevano alzarsi dalla sedia ma no, non potevano. C’erano dei momenti in cui avevo paura di incrociare il loro sguardo e leggerci dentro la sofferenza, in ogni sfumatura, in ogni declinazione. C’erano dei momenti in cui mi vergognavo di essere così fortunata.

Poi c’è stato un istante, un attimo, in cui il mio sguardo si è posato su una tutina rosa che spiccava tra gli sciarponi di lana fatti a mano delle altre. Sembrava essere indossata da una bambina di massimo 10 anni. Una bambina? In quel reparto? Era seduta in silenzio su una sedia a dondolo e aveva gli occhi puntati a terra, sola.

È stato quello il momento in cui ho capito di aver scelto di usare il mio tempo nel modo più giusto. Ricordo perfettamente che, quasi come Molly Bloom per Joyce, mi sono sentita istinto puro: l’unica cosa che potevo fare era prenderla per mano. È bastato sfiorarla per farle alzare lo sguardo. È bastato trasferirle calore sulle sue gelide mani per strapparle un sorriso. È bastato poggiarle i piedi a terra e tirarle con forza le braccia quasi spaccandole, per farla camminare. È bastato percorrere esattamente 150 metri per sentirmi dire “GRAZIE”. Non aveva 10 anni. Ne aveva 40. Aveva quarant’anni ed era indifesa e sola. Aveva quarant’anni e in 10 minuti mi aveva fatto capire il valore del tempo.

Era lì, la felicità. Era nello sguardo di quelle donne che avevo paura di incrociare. Era nelle canzoni di Celentano che nei pomeriggi seguenti cantavano a squarciagola. Era nelle mani strette, sempre più forti. Era nell’umiltà di vivere nonostante tutto e tutti. Era nella semplicità di quegli istanti che sembravano eterni.

Io posso soltanto augurarvi di trovare i vostri piccoli momenti di felicità e di goderveli tutti, succhiandone tutta la polpa.

Posso solo augurarvi di decidere di prendere in mano il vostro tempo e regalarlo a pomeriggi così.

Posso solo augurarvi di trovare sguardi così ricchi d’amore da farvi riempire il cuore.

 

Vincenzina Piemonte

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