E’ tutta colpa del serpente

Non so neanche da dove iniziare. Da dove si inizia in queste situazioni? Cosa si dice a qualcuno che da un giorno all’altro si ritrova solo con un Paese da ricostruire? Intanto io sono qui in camera mia nel mio palazzo che è ancora in piedi nella mia città che è intera, e tutti i giorni cammino per strada senza neanche immaginare che il terreno potrebbe cedere sotto i miei piedi, che tutto potrebbe scomparire in un attimo, che potrei vedere crollare davanti ai miei occhi una città.

Il terremoto è devastante principalmente per due motivi. Prima di tutto perché al terremoto segue il crollo, crollo di edifici, ma anche di certezze. Certo, probabilmente un cittadino nepalese è consapevole di vivere nel paese con il più alto rischio sismico del mondo e quindi ha un po’ meno certezze di me sulla solidità del suolo. Ma  credo che sia inevitabile costruire un rapporto di fiducia, se così si può chiamare, con la terra su cui camminiamo. Una persona, ovunque viva, ogni giorno cammina per strada senza aspettarsi a ogni passo che una voragine si apra nel terreno. È come se fosse costretta a fidarsi della superficie su poggia un piede davanti all’altro; è come se le dicesse: “So che potresti tremare da un momento all’altro, ma confido nel fatto che oggi non lo farai, perché mia moglie è incinta, perché sto per fi109065-mdnire gli studi, perché oggi è il mio compleanno, perché ho ancora una vita da vivere davanti a me”. Chissà se qualcuno degli 8150 (numero naturalmente ancora approssimativo) morti  in Nepal il 25 aprile aveva questi  pensieri in mente mentre veniva sotterrato dalle macerie, ingoiato dalla terra .

Ma probabilmente il compito più arduo, la difficoltà più grande rimane ai sopravvissuti, a quei 17860 feriti, agli otto milioni di persone senza più una casa e a tutti gli altri, quelli che ne sono usciti incolumi, ma per modo di dire, perché quando vedi il tuo paese crollarti davanti è impossibile uscirne senza un graffio. Nemmeno dall’altra parte del mondo ne sono usciti indenni. Se si ha un minimo di coscienza da cittadino del mondo non è possibile rimanere indifferenti davanti a questa tragedia. E per una volta non c’è di mezzo la politica, la religione, la cultura. Non si può dire che se la sono cercata né che l’hanno voluto loro.  Non ci sono polemiche da fare né discussioni da intavolare. È tutto lì, nero su bianco. Un terremoto  di magnitudo 7.9 con epicentro a 81 chilometri dalla capitale Kathmandu ha colpito il Nepal nella mattina del 25 aprile, seguito da 45 scosse di assestamento, di cui la più potente di  magnitudo 6.7. La scossa si è sentita anche in India e in Cina e ha provocato una valanga sul monte Everest. Viene quasi raggiunto il numero di decessi del terremoto del 1934, 8500. I feriti sono17860. Ma questi sono numeri. E i numeri servono spesso per capire l’entità di una tragedia, ma ancora più spesso hanno l’effetto opposto, ovvero nascondono le facce aiutano a non pensare ai volti che ci sono dietro questi numeri e sminuiscono anche in un certo senso quello che è successo. Bisognerebbe contare fino a 8150 e immaginarsi un volto per ogni numero. Il volto di una donna, di un uomo o di un bambino.

Non ci sono vittime e carnefici, colpevoli e innocenti. Erano tutte persone. E sono persone vere, in carne ed ossa, quelle che adesso rimangono lì, senza avere nessuno con cui prendersela. Perché è questo il secondo aspetto terribile del terremoto. Ruba vite senza lasciare niente su cui sfogare il dolore, niente su cui scaricare la colpa. Una madre può dire che la guerra ha portato via suo figlio, può arrabbiarsi con le parti di un conflitto inutile, con persone che hanno nomi e volti,. Che hanno preso la decisione di bombardare una città. È quassi più facile quando qualcuno viene ucciso da un’altra persona, perché c’è un nome, un volto su cui scaricare tutta la rabbia, cosa che non porterà la persona a vivere, ma aiuterà comunque a superare il trauma.

Ma quando la lava di un vulcano sotterra una città con chi bisogna prendersela? Contro chi si punta il dito quando uno tsunami sommerge case e strade? E quando la terra trema chi si manda al banco  degli imputati?

Potremmo incolpare madre natura, la matrigna leopardiana che prima ci genera e poi ci abbandona al nostro crudele destino, la natura da cui nasciamo e che poi sembra rivendicare un diritto su di noi, quando fa tremare la terra.

Oppure potremmo affidarci alla nostra creatività e immaginazione, rifarci alle leggende e superstizioni di popoli antichi che, esattamente come oggi il popolo del Nepal, ma diciamo anche il popolo del mondo, cercavano una spiegazione, un ordine nel caos assurdo provocato dalle scosse sismiche. Allora incolpiamo il gigantesco serpente che, secondo un’antica storia indiana, è avvolto intorno alla Terra e la scuote a ogni suo piccolo movimento.

Probabilmente è tutto inutile. Ci sono cose che non si possono affrontare in modo razionale, davanti alle quali non ci si può chiedere “perché?” e sperare di trovare una risposta. Si va avanti, si tirano fuori i cadaveri dalle macerie, si inizia a ricostruire, si chiede aiuto al resto del mondo.

Quando però dopo soli diciassette giorni la terra ricomincia a tremare violentemente, allora sembra proprio che qualcuno o qualcosa ce l’abbia con te, e la rabbia monta e  prendere a calci e pugni tutto quello che incontri e vorresti urlare maledetto…maledetto chi? Maledetto cosa?

An earthquake victim carries her baby on her back as she stands outside her makeshift shelter on open ground in the early hours in Kathmandu, Nepal April 28, 2015. REUTERS/Adnan Abidi - RTX1AKAP
An earthquake victim carries her baby on her back as she stands outside her makeshift shelter on open ground in the early hours in Kathmandu, Nepal April 28, 2015. REUTERS/Adnan Abidi – RTX1AKAP

Forse maledetto l’uomo e la sua arroganza che lo porta a sfidare la natura potente e spietata, a costruire su territori ad altissimo rischio sismico, in questo caso nel luogo dove è avvenuta la collisione tra la placca indiana e la placca euroasiatica a cui è poi seguita la formazione della catena dell’Himalaya. Ma l’uomo è anche colui che può fare qualcosa per sfidare il serpente e cercare di addomesticarlo. Come? Magari trovando nuove architetture sostenibili e antisismiche che possano essere adottate anche nei Paesi più poveri. E poi, anche adesso che il peggio è successo, noi tutti dovremmo mantenere in movimento una catena di solidarietà che può essere davvero mondiale se sostenuta dalla volontà e anche da mezzi finanziari che devono essere trovati, ma che di sicuro non sono inesistenti.

Intanto, mentre il numero delle vittime del secondo terremoto arriva a 65, si può anche sperare che il serpente abbia trovato finalmente una posizione comoda e decida di non muoversi più.

Bianca Manacorda

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