Terra rossa nelle ossa

Partita con YearOut per l’Uganda, Bianca Manacorda riflette sull’Africa, sulla sua terra rossa, e su quell’insieme di emozioni di paura, terrore e allo stesso tempo amore, che questo territorio le ha lasciato.

La prima cosa che mi viene in mente quando penso all’Uganda è la terra rossa, quella terra che si infila dappertutto, nelle scarpe, tra i vestiti, nei capelli, negli occhi; quella terra che quando piove, come è successo spesso in agosto, quando ero là, all’inizio della stagione delle piogge, diventa fango che si attacca sotto le suole delle scarpe e rende ogni passo molto più pesante: quella terra che ti fa scivolare in continuazione e impedisce di usare i boda boda – il mezzo di trasporto più popolare tra noi volontari, una semplice moto che ospitava tre passeggeri a volta, rigorosamente senza casco – senza rompersi l’osso del collo. Quella terra che ritrovi quando disfai la valigia, in camera tua, nella tua città, che ormai ha colorato di rosso le tue magliette e non importa quanti lavaggi fai, il colore non torna più quello di prima.

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La terra rossa africana è come un odore, l’odore della tua casa, che ti rimane sempre addosso e che solo gli altri sentono perché tu ormai non ci fai più caso. Ma la terra rossa africana è anche l’essenza dell’Africa. L’Africa ti rimane addosso come la sua terra: non riesci più a liberartene. E quando un giorno te ne sei dimenticato, quella rispunta con una maglietta che ha ancora i bordi rosati.

È strano parlare di Africa in modo così generale, visto che ne ho visitata una minima parte ed è risaputo quante differenze ci siano all’interno di questo enorme continente. Eppure, pur avendo visitato solo qualche piccolo villaggio africano in Uganda, non trovo altro modo per esprimere tutto ciò che mi è rimasto attaccato addosso, se non Africa. L’Africa mi si è incollata alla pelle giorno dopo giorno, senza che io me ne accorgessi, proprio come la terra rossa che piano piano invadeva il mio spazio, diventava il mio colore.

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Ammetto che mi ci è voluto un po’ per abituarmi ai ritmi rilassati e lenti dell’Africa; dopo una settimana, ancora non sopportavo i continui ritardi o la leggerezza con cui si affrontava la divisione dei compiti durante le riunioni, e avrei spaccato la faccia a chiunque mi avesse ripetuto per l’ennesima volta “This is Africa”. Ma piano piano sono diventata africana grazie ai sorrisi dei bambini che mi correvano incontro per strada e ai bagni nel Nilo, grazie agli sguardi curiosi e a quelli diffidenti, grazie ai giri in boda boda e alle zanzariere sul letto.

Ma non solo: l’Africa mi ha schiaffeggiata, mi ha versato un secchio d’acqua gelata in testa; quando una mattina mi sono svegliata e mi sono accorta che la mia macchina fotografica era sparita insieme alla valigia di un’altra volontaria mi è sembrato di vederla lì, l’Africa, che rideva tenendosi la pancia e dicendomi quanto ero stata scema e illusa a credere che africano fosse sinonimo di buono, a credere di arrivare in un posto dove tutti si volevano bene, dove la porta di casa si poteva lasciare aperta. Che stupida mi sono sentita in quel momento. La mia fiducia era sfociata nell’ingenuità senza che io me ne accorgessi.

Ma a dir la verità non me ne pento.

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Certo, avere la mia macchina fotografica indietro sarebbe bello, ma a volte penso che ne sia valsa la pena. Chiariamo subito che mentre avevo a che fare con la polizia ugandese per la denuncia non la pensavo esattamente così. Ma, riflettendoci a posteriori, mi rendo conto che se non fosse successo anche questo sarei meno africana: sarei ancora una cieca occidentale che pensa di poter arrivare in Africa ed essere amata da tutti.

Il bagaglio che ho portato a casa, quello di emozioni, non di terra rossa, è molto più consistente grazie a questa esperienza. Ho sempre sostenuto che i viaggi, quelli veri, ti trasformano: si parte in un modo e si torna molto più grandi molto più pieni. È proprio l’espressione giusta. Io sono tornata dall’Uganda piena. Piena di esperienze, piena di dubbi, piena di nuove scoperte, piena di voglia di tornarci, piena di sorrisi, piena di consapevolezza.

Quante volte mi sono sentita minuscola mentre ero lì. Mi sono sentita una formichina davanti a bambini di cinque anni che mi arrivavano alle ginocchia, ma che per me erano giganti perché aiutavano la mamma nei campi o tenevano in braccio il loro fratellino di pochi mesi perché mamma e papà non c’erano più. Mi sono sentita una nullità davanti alla culla dell’umanità e ai suoi panorami mozzafiato, ma nel vero senso della parola, mi hanno letteralmente tolto il respiro, che avrei voluto immortalare con la mia macchina, ma che se avessi fotografato non ricorderei così bene.

Mi sono sentita una bambina quando un poliziotto mi ha chiesto dei soldi per ringraziarlo del poco lavoro svolto, indecisa tra il rifiutarmi per principio e il cedere per ragioni ovvie. Ho avuto davvero mille dubbi, mi sono chiesta un’infinità di volte “Ma sono in grado di farlo? O forse è troppo presto? Sono troppo piccola?”.

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Tornata in Italia, dopo aver superato il mal d’Africa, mi sono sentita un gigante. Ho notato quanto ero cresciuta, come l’Africa mi fosse entrata nelle ossa, come tutto quello che avevo imparato senza rendermene conto fosse immagazzinato nella mia mente, pronto per essere usato nel momento del bisogno, in situazioni di vita quotidiana che con l’Africa hanno a che fare tutto e niente. Mi sono resa conto di quante cose mi avevano insegnato quei marmocchi che mi correvano intorno tutto il giorno, sempre sorridenti e pieni di energia, le donne che con i neonati sulla schiena coltivavano i campi con il sole bollente o la pioggia torrenziale, i ragazzini che portavano taniche più grandi di loro al pozzo per riempirle d’acqua.

L’Africa vive in me, non passa giorno senza che io pensi a tutto quello che ho passato, a tutti quelli che ho conosciuto, locali, ma anche volontari venuti da tutto il mondo. Ma oltre che nei miei pensieri l’Africa e nei miei gesti e nelle mie parole. Tutto quello che ho vissuto mi ha segnato profondamente. Quando si arriva in un posto nuovo invece che avere paura di quello che si troverà lì bisognerebbe preoccuparsi di quello che si troverà dentro se stessi.

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Prima di questo viaggio non l’avevo mai capito, ma già dopo i primi giorni in Africa mi sono resa conto che ero lì per scoprire un nuovo mondo, ma anche e soprattutto, cosa quel mondo avrebbe tirato fuori da me, quale sarebbe stata la mia reazione davanti a situazioni che non appartenevano alla mia realtà. Ho scoperto una parte di me che all’inizio mi ha spaventata, una parte timorosa del diverso e riluttante ad aprirsi a qualcosa che invece avevo sempre detto di amare. Ma le parole sono una cosa e i fatti un’altra. Arrivata in Uganda mi sentivo soffocare dai bambini che mi chiedevano regali, dagli sguardi di invidia che mi venivano rivolti e soprattutto mi sentivo soffocata dai miei stessi pensieri, pensieri che formulavo, ma che volevo eliminare l’attimo dopo; pensieri da occidentale viziata, da persona che ha tutto, ma non se ne accorge. Ho dovuto fare i conti con il mzungu che c’è in me. Mzungu in swhali vuol dire persona di colore bianco: per me è una parola che mi definisce stagliata su una tela scura, che evidenzia la diversità tra me e loro, che la esalta.

Ho capito che il razzismo non si combatte pretendendo di essere tutti uguali, ma accettando di essere tutti diversi. E ho visto con i miei occhi il terrore per la diversità un giorno, nella scuola in cui facevo volontariato. Una bambina di circa tre, quattro anni piangeva disperata, probabilmente perché uno dei suoi compagni le aveva rubato una matita o un pennarello, e spinta da un istinto materno che a vent’anni penso già di possedere e da quella classica attitudine del bianco “risolvo tutto io” mi sono subito avvicinata per consolarla. Potete immaginare il mio sgomento e la mia delusione quando la piccolina ha iniziato a strillare ancora di più nel momento in cui mi sono avvicinata, guardandomi con occhi pieni di terrore. Non riuscivo proprio a capire cosa avessi fatto di male, perché lei avesse tanta paura di me. Allora è arrivata una maestra che l’ha presa in braccio e l’ha consolata. Da sopra la sua spalla la bambina continuava a guardarmi con i lacrimoni negli occhi. La maestra si è girata verso di me, mi ha toccato il braccio e con un sorriso mi ha detto: “It’s your skin”. E io continuavo a non capire, l’idea che quel piccolo batuffolo nero protesse essere terrorizzata dal bianco della mia pelle non mi aveva neanche attraversato la mente.

Partire per un’esperienza di volontariato non è una decisione da prendere alla leggera, ma sono quasi sicura che nessuno se ne pentirebbe. È un viaggio dal valore inestimabile che vi regalerà molto più di quanto vi sareste mai aspettati da parte di una terra povera come quella africana.

Colgo l’occasione per fare tanti auguri a Brad, il mio bambino ugandese preferito (perché sì, per quanto possiate provarci, ce ne sarà sempre uno che amerete più degli altri) che in questi giorni compirà un anno.

E, per l’ennesima volta da quando sono tornata, ringrazio l’Africa, per la sua terra rossa e per tutto quello che mi ha insegnato.

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