Sisi ni kenyan

Riproponiamo qui sotto un articolo del Corriere della Sera del 04/04/2015 di Paolo Giordano, che riflette sull’atrocità avvenuta in Kenya nei giorni scorsi. Un avvenimento più vicino a noi di quanto possiamo immaginare, che fa pensare che potevamo esserci noi al posto di questi ragazzi. 

L’esercizio che dovremmo fare davanti a questa fotografia è semplice. Riguardarla, ancora una volta, ma alla pelle scura dei volti schiacciati contro il pavimento, dei toraci nudi e delle braccia, sostituire una carnagione chiara, rosata – più simile alla nostra.

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Retorico? patetico? Forse. Eppure di rado ci ricordiamo di farlo. Siamo in buona parte educati e terzomondisti, ma resiste in noi un nocciolo di apatia, ed esso non conosce evoluzione, ragiona in maniera istintiva o non ragiona affatto. Cambiare colore alla pelle dei ragazzi riversi fra le sedie e le chiazze di sangue rappreso cambia ancora qualcosa nella nostra reazione. L’orrore – che pure abbiamo sentito dall’inizio – prende all’improvviso a sgorgare da una fonte diversa, non più dal cervello, bensì da un organo collocato molto più in basso, tra la cistifellea e le altre viscere, un organo che insieme secerne indignazione, rabbia, paura.

Se azzeriamo per un istante la distanza dal Kenya e l’alterità rispetto a quel luogo, Garissa, che fino a giovedì non avevamo sentito nominare; se ignoriamo il fatalismo irriducibile che ci coglie quando i flagelli si abbattono sull’Africa, riconosceremo nei cadaveri della fotografia degli studenti in tutto simili a quello che siamo o siamo stati – riconosceremo noi stessi.

Perché questo è il punto: i ragazzi dell’università di Garissa sono stati trucidati perché ci assomigliavano, perché cristiani e attratti dalla stessa cultura universale sulla quale si fonda ogni nostro atto quotidiano. Il loro peccato imperdonabile era di essere come noi.

il giorno del massacro una delle studentesse indossava una tunica rossa e gialla, un abito tradizionale; una sua compagna portava invece dei jeans rosa shocchino e una felpa all’americana, con il numero cinque impresso sul dorso. I loro corpi sono caduti uno davanti all’altro, a formare un simbolo involontario e triste: la continuità agognata fra due mondi, interrotta dal vuoto macchiato di sangue che si spalanca dopo di loro.

Se potevamo sentirci solo tiepidamente partecipi davanti alle immagini affini dei massacri in Ruanda, stavolta l’esercizio di immedesimazione è un obbligo. Sapremmo tollerare la stessa impietosa prospettiva aerea nel cortili della Sapienza, della Sorbonne, della Humboldt?, che una qualunque delle nostre università venisse trasformata per un giorno in una fossa comune? Io non riesco nemmeno a immaginarlo. Eppure, a quanto pare, è già successo.

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