La primavera uruguayana/2

Che cosa è cambiato in questi anni in Uruguay? Che cosa ha fatto sì che un ex guerrigliero tupamaro come Pepe Mujica potesse essere eletto presidente della repubblica? Che cosa ha, infine, permesso a The Economist di considerarlo, nel 2013, il paese più felice del mondo?

Montevideo (URUGUAY). Il 30 novembre 2014 La Repubblica Orientale dell’Uruguay ha scelto il suo prossimo presidente nella figura di Tabaré Vazquez, candidato del Frente Amplio, la coalizione di sinistra che è al governo dal 2005. L’1 marzo 2015 succederà dunque all’attuale presidente, José Mujica, che a sua volta era stato eletto presidente nel 2010, sbaragliando gli avversari esponenti dei partiti tradizionali uruguayani, i blancos e i colorados. Si tratta di un notevole successo elettorale, una riconferma da parte dell’elettorato per le politiche attuate dai governi di sinistra di quest’ultimo decennio: ad oggi l’Uruguay è il paese sudamericano con il PIL pro capite più alto (16.350$ nel 2013), indice di una notevole crescita economica tuttora in atto, che ha coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione residente.

Senza titolo Tabaré Vazquez

Vazquez, oncologo di 75 anni e già presidente della repubblica dal 2005 al 2010, è esponente della corrente socialista del Frente Amplio, e il suo sarà il terzo governo di sinistra della storia uruguayana. Il motto della sua campagna, quedan sueños por cumplir (ci sono ancora sogni che devono avverarsi), rimanda al pacchetto di riforme in ambito sociale, sanitario e lavorativo che hanno segnato politicamente gli ultimi dieci anni dell’Uruguay e in particolare gli anni del suo primo governo e che nell’idea romantica di chi ha ideato la campagna elettorale sono sogni, appunto, già compiuti. Ma il compito più difficile per il nuovo presidente, che al ballottaggio ha ottenuto il 53% delle preferenze, sarà quello di succedere non tanto a se stesso, quanto a Pepe Mujica, colui che ha portato l’Uruguay a essere considerato il paese più felice del mondo (Modest yet bold, liberal and fun-loving, Uruguay is our country of the year. ¡Felicitaciones!The Economist, 21 Dicembre 2013).

Stessa coalizione, due personaggi totalmente differenti: mentre Vazquez si laureava in medicina, nel 1969 Mujica organizzava la lotta armata con il suo movimento rivoluzionario di sinistra radicale dei Tupamaros; mentre dal 1973 al 1985 Mujica fu detenuto e torturato dal regime militare dittatoriale al governo, negli stessi anni Vazquez diventava titolare della cattedra di oncologia dell’Universidad de la República, l’università pubblica dell’Uruguay, e direttore del dipartimento di radioterapia dell’Instituto Nacional de Oncología del Uruguay (INDO), alle dipendenze del ministero della salute. Vazquez si avvicina alla politica nel 1983, quando entra nel partito socialista, e nel 1989 viene eletto sindaco di Montevideo. Nessuna reclusione, nessuna militanza, nessuna tortura, nessun pauperismo: un cursus honorum decisamente diverso da quello del suo collega. Non è un caso che il bacino elettorale di Mujica sia sempre stato quello delle classi sociali meno agiate, gli uomini del campo, quel vasto entroterra che circonda Montevideo, quella terra che da sempre costituisce la vera ricchezza di questo paese, il duro lavoro dei criollos nelle estancias tra i suoi allevamenti estensivi, e i suoi campi coltivati. L’Uruguay è soprattutto questo, girasoli e frutteti, cereali e vigneti, colline arate e pascoli estesi, paesi. Cielo.

La coalizione di sinistra a cui entrambi i presidenti appartengono ha una natura variegata, ramificata: il Movimiento de Participación Popular è la corrente di sinistra radicale a cui appartiene Mujica e con lui alcuni esponenti storici del movimento tupamaro, e dal 2004 è la corrente maggioritaria della coalizione. Da quando vennero liberati, i tupamaros subito dichiararono terminata l’età della lotta armata e, reinseritisi nel quadro politico nazionale, ottennero un sempre maggiore appoggio popolare non più grazie a rapine e rapimenti, bensì grazie al sogno che osavano chiedere realizzato: un radicale cambiamento della società, che però avvenisse dando voce alla società stessa, rimettendo al centro dell’agorà il cittadino, i suoi bisogni, i suoi sogni, la sua felicità (portiamo ad esempio il discorso del Presidente Pepe Mujica alle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, 20 giugno 2012).

Senza titolo2 José Mujica nella sua chackra nell’entroterra montevideano

Mujica è figlio di agricoltori, Mujica ha fatto il floricoltore, Mujica è un uomo del campo. Tabaré Vazquez ha utilizzato la sua posizione da primo cittadino della capitale come trampolino di lancio per diventare leader della sinistra e candidarsi a presidente della repubblica. Vazquez ha vinto, una seconda volta, in qualità di statista, con le sue posizioni riformiste e allo stesso tempo moderate, ha fatto presa su una popolazione ormai matura, pronta a raccogliere i frutti degli sforzi politici sostenuti per poter di nuovo crescere e cambiare. L’Uruguay di Mujica è, era?, un altro paese, che non ha solo compiuto sogni, li ha vissuti. Con lui la società ha ripreso a partecipare attivamente alla politica, i suoi atteggiamenti, che gli oppositori definiscono populisti, hanno, invece, rivitalizzato quella classe media bistrattata, sminuita, svuotata di valori dalla dittatura e dagli anni di immobilismo e di indulgenza successivi. Mujica è stato la primavera uruguayana, è stato l’eidolon adolescenziale di una nazione che con lui ha ritrovato i suoi valori, si è finalmente ricostruita, pietra su pietra, e che ora si sente adulta, grande, alla ricerca della stabilità emotiva. Vazquez è la guida perfetta per uno stato che ha di nuovo riacquistato la fiducia dei suoi cittadini, quel groviglio di piante dalle radici non più avvizzite, di nuovo in fiore. A Vazquez il compito di raccoglierne i frutti, e far sì che non si ricada nell’autunno. Mujica ha dichiarato che, all’alba degli ottant’anni, tornerà a fare il floricoltore. Ma pensandoci bene, il suo mestiere non lo ha mai messo da parte in questi anni.

Senza titolo3

Stefano Grassini

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