Sanità, salvarsi dalla strada

Annalaura Sbrizzi è una ragazza di 21 anni che abita a Napoli, dove studia Giurisprudenza. L’esperienza che ha deciso di raccontare parla di sentimenti, affetti, legami che si sono creati in una realtà dove non è facile vivere e crescere.

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Ho vissuto la mia prima esperienza di volontariato qualche anno fa, quando frequentavo ancora il liceo. Ed è durata poco più di quattro anni.

Tramite la Fondazione napoletana Alessandro Pavesi prestavo il mio piccolo contributo all’Istituto Ozanam, nel cuore del quartiere Sanità a Napoli. Si tratta di una zona della mia città dall’aspetto di difficile lettura, il cui fascino chiassoso e controverso può non essere facilmente chiaro a chi non lo vive.

I più giovani che ho conosciuto io, però, non nascondono le proprie origini. Venire dal Rione Sanità diventa, infatti, un distintivo, uno status symbol che i ragazzi con orgoglio portano scritto negli occhi. Claudia, una delle studentesse cui sono rimasta più affezionata, ripeteva sempre che non avrebbe voluto crescere altrove, che la solidarietà che insegna la Sanità a Napoli, difficilmente la si impara altrove. Così non è strano che capiti di sentire, nei giorni freddi, un ragazzino più sfacciato chiedere al giornalaio che aspetta i clienti davanti l’edicola: “Signò, ma è vostro quel cappotto? No perché me lo volevo prendere, oggi tira un brutto vento!”. E poi vedere i due ridere insieme ed andarsene tranquilli ognuno per la propria strada.

Il quartiere, d’altra parte, non esita a mostrare anche il rovescio della medaglia. Quelle stesse strade affollate e colorate che di giorno si animano a ritmo della voce del venditore di calzini, che a tutti i costi vuole farti fare l’affare della settimana, fatta sera diventano pericolose. Così la criminalità, di cui si percepisce il fantasma, fa credere ai più giovani che salvarsi dalla strada non sia più possibile, ai più deboli che di là non si possa scappare e se sei un poco femminiello, è meglio che nascondi la gonna a casa senti a me! Queste ingiustizie, però, hanno fatto sì che la gente del quartiere cominciasse a sostenersi a vicenda.

Si distinguono i ragazzi che reagiscono quando la malavita li rapina dei loro sogni, quelli che difendono una zona di Napoli che conserva ancora alcune delle più famose meraviglie della città. Allora sono sorte organizzazioni che si occupano dei più piccoli: l’istituto Ozanam, dove ho collaborato anch’io, è solo uno tra i tanti che figurano in quest’ambito. I più creativi si sono riuniti, dando vita ad una compagnia teatrale ed è proprio nel quartiere che si esibiscono più spesso, nel Nuovo Teatro Sanità: piccola realtà artistica, rivitalizzata dagli stessi abitanti del Rione.

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Solo pochi giorni fa, ho rivisto Ciro, un fenomeno del doposcuola, che avevo sempre aiutato con i compiti ed ora recita sicuro e appassionato in quel teatro e mi parla con disinvoltura di Pasolini al termine dello spettacolo. Le iniziative sono in continuo aumento. Le manifestazioni di spirito di appartenenza commuovono per il calore e l’allegria.

Sono fiera di essere stata anch’io parte di questa comunità e di aver aiutato, anche se marginalmente, questi ragazzi a credere in se stessi e nel proprio futuro. La mia attività, in particolare, consisteva nell’aiutare, insieme a molti altri volenterosi, giovanissimi studenti coi loro compiti di scuola. Questo avveniva sotto la supervisione dell’instancabile suor Lucia: una piccola donnina del profondo Sud italiano, che con la sua immensa forza e la sua vocetta rauca e stridula, sapeva farsi rispettare da tutte le mamme del quartiere, che le affidavano i propri figli sicure di lasciarli in mani buone ed esperte.

Il premio che spettava alle pesti di cui ci occupavamo, una volta finito di studiare, era andare a giocare nel cortile dell’istituto. E ricordo benissimo che, in realtà, a finire veramente l’assegno erano in pochi: qualcuno, spesso, passava a me di nascosto il libro perché finissi quel questionario di antologia così noioso o quell’espressione di matematica scritta in arabo. Così diventavamo complici, compagni. Lo eravamo di meno quando il Masaniello di turno reclamava la libertà e voleva a tutti i costi imporre la fine dello studio col baccano e col disordine. Allora ricorrevo al mio cipiglio aggressivo e di sfida, che mi avevano ovviamente insegnato proprio loro: cercavo di comportarmi come fossi una del gruppo, così (o perché inteneriti dai miei sforzi di fare la dura, o perché mi rispettavano davvero) si giungeva ad un accordo. Quei ribelli sbarbati proprio non ci resistevano costretti dietro i banchetti di scuola! I maschi e le femminucce più agguerrite, quindi, giocavano nel cortile a calcio o a basket.

Io ero sempre lì e quando si organizzavano partite di calcio, mi relegavano in porta, perché ero proprio un guaio in attacco ed era meglio lasciarmi indietro per limitare i danni. Per un periodo riuscimmo persino ad organizzare un piccolo corso di danza, perché anche le più piccole potessero sgambettare e sfrenarsi dopo i compiti.

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Non so se posso davvero definire volontariato quest’esperienza: in fondo, probabilmente, è stata più importante per me che non per i miei ragazzi. E non mi riferisco solo alla cultura di musica neomelodica, colonna sonora di quei pomeriggi, o agli intercalari del dialetto, che ho imparato all’Ozanam in quegli anni. Francesco, Carlo, Ciro, Claudia, Enzo, Marcello e tanti altri si fidavano di me, eravamo amici e lo siamo tutt’ora. Il momento più importante non era quello in cui spiegavo la storia della rivoluzione francese, ma quando tra una pagina e l’altra mi raccontavano di loro, delle loro famiglie, dei loro sogni, di quella ragazza così bella a scuola, che però non voleva saperne di fidanzarsi.

C’era sempre la storia dell’insegnante che era stata ingiusta a mettere il rapporto sul registro, il compagno che aveva fatto lo sgarro mettendo le mani addosso. Le vicende, insomma, di tutti i bambini di quell’età, ma vissute in una realtà che non posso non riconoscere come diversa e che, scoperta tramite i loro occhi, mi sembra così viva, eppure da sempre ferma e logorata. Mi sono sempre impegnata tanto perché vedessero in me un punto di riferimento, solido, sicuro, forte come io vedevo loro: piccoli guerrieri proprio nella Napoli più complessa e prepotente.

Quando mi capita di incontrarli per strada, mi urlano ancora “Medusa!”, come mi chiamavano al doposcuola, per i miei capelli che gli ricordavano quelli della figura della mitologia greca. Così penso di essere sempre la stessa per loro, li scoccio un po’ con qualche domanda su come proceda a scuola, a casa; loro si stufano subito e cominciano a prendermi in giro: “Ma pecché te sì fatt’ e capill’ russ’? Nun er’ meglio si t’e faciv’ giall’?! Medù ch’e’ cumbinat?!”. E poi un po’ di affetto: “Medusa, quando torni a trovarci?”.

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