Possibilità negate

Cinzia Bettinelli è una studentessa che frequenta la Specialistica in “Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale” a Milano. A seguito del corso di  Sociologia della Devianza, ha deciso di approfondire questa tematica e scriverne un articolo.

Adolescenti, spesso poco più che bambini; stranieri che non parlano italiano o qualche parola appena, sebbene non molto utile; arrivano in Italia soli e soli rimangono per buona parte della loro “nuova vita”. Sono i minori stranieri non accompagnati: così sono definiti formalmente i minori di 18 anni di nazionalità non italiana e non dell’Unione Europea, presenti sul territorio italiano senza genitori o adulti di riferimento.

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La vita di questi minori risulta difficile se non già dalla necessità di lasciare il proprio Paese per sfuggire da guerre o da condizioni di vita precarie, necessità che li porta in questo caso in Italia, nella condizione che qui trovano: un Paese che, se riesce a intercettarli, li “accoglie”, nel senso che non li espelle, perchè minori. Questa accoglienza, però, è finalizzata ad avere il tempo di organizzarne il rimpatrio assistito sulla base del principio del mantenimento dell’unità familiare, per cui le autorità competenti attuano dando per certo che il “best interest of the child” sia sempre e comunque essere riavvicinato alla propria famiglia, anche nel caso in cui questa viva, ad esempio, in un Paese dove sia in corso una guerra civile.

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Se, al contrario, i minori migranti sfuggono al censimento da parte delle autorità italiane a ciò preposte, fenomeno che, tra l’altro, comporta l’impossibilità di stimare con precisione il numero di presenze effettive dei non accompagnati, la strada che si prefigura loro è quella del tutto fortuita della sopravvivenza ad ogni costo.

In qualche caso questa si concretizza nell’avvicinamento ed affidamento volontario dei minori stranieri ad adulti connazionali, i quali a volte li introducono ad attività lecite, come anche illecite, fonte del proprio sostentamento. E spesso i minori stranieri non sanno che ciò che consente loro di sopravvivere nella nuova realtà è una cosa “che non si può fare”, così continuano a farlo proprio perchè funziona. Ecco che diventano inconsapevolmente devianti, fino a quando gli organi di controllo del nuovo Paese in cui vivono li colgono sul fatto.

Da questo momento in poi la loro vita diventa ancora più difficile, ma anche iniqua rispetto ai loro coetanei italiani, nonostante vi sia un documento internazionale che pone tutti i minori, di qualsiasi nazionalità essi siano, allo stesso livello quanto a trattamento in ambito penale, e che si fonda sul principio della residualità della pena detentiva.

Nel nostro Paese, tuttavia, succede che un minore che commette un reato, se è straniero e non accompagnato, finisce quasi sicuramente in un Istituto Penale Minorile, sia in custodia cautelare che in esecuzione di pena. Al contrario, se il minore in questione è italiano, la via che le istituzioni penali tendono a percorrere è quella del recupero e della rieducazione del giovane reo che effettivamente andrebbe percorsa sempre, con conseguente concessione dei domiciliari o di misure alternative alla detenzione, quali la messa alla prova.

Perché succede questo?

Una prima motivazione risiede nella mentalità tipica della nostra società contemporanea per cui l’atto illecito commesso da un ragazzino italiano è giustificato dai più come una “bravata” e il suo background familiare è il primo aspetto che viene considerato nell’attribuzione della gravità del suo gesto e dell’entità della sanzione corrispondente.

La seconda motivazione è data dal fatto che i minori stranieri non accompagnati non hanno un contesto familiare presente sul territorio, quindi non vi è possibilità per loro di scontare l’arresto nel proprio domicilio o di contare sul supporto di adulti di riferimento durante il periodo della misura alternativa. Mancando, dunque, i presupposti per fruire di queste vie di fuga, gli stranieri sono automaticamente esclusi dalle stesse. A ciò si aggiunge, purtroppo, la scelta di comodo delle istituzioni penali di “arginare” la componente straniera che commette reati per garantire una sorta di sicurezza sociale.

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L’effetto di questa tendenza è l’impossibilità di un recupero dei minori stranieri in carcere, la cui identità nella delicata fase di crescita propria della loro età è destinata a subire l’etichettamento negativo da parte del luogo carcere e della società ad esso correlata. Il rischio è che, una volta scontata la pena e tornati in libertà, questi giovani intraprendano nuovamente un percorso di recidiva, non avendo esperito e trovato modi di sopravvivere alternativi e leciti, ma anche non avendo avuto nessun appoggio da parte di figure positive per la loro vita futura.

Vale la pena precisare che in alcuni casi il “fatto reato”, definito come tale dal nostro ordinamento, è in conflitto culturale con quanto è uso e costume in un’altra cultura. È facile, dunque, capire come una persona, a maggior ragione con poca esperienza di vita, non conoscendo le “regole” culturali del luogo in cui vive si comporti secondo le proprie nella convinzione di non danneggiare nessuno. A prescindere dagli interventi che andrebbero previsti in sede penale per questa particolare utenza, non basterebbe, forse, fare un buon uso della mediazione culturale sin nei primi ambiti di socializzazione dei minori per prevenire la devianza di quelli che si trovano in condizioni socio-culturali più deboli?

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