Il Food-Water-Energy Nexus e la redistribuzione delle risorse

Citando l’economista inglese Joan Robinson, l’economia altro non é che “l’allocazione ottimale di risorse scarse”. Sembrerebbe allora che oltre agli strascichi della crisi finanziaria, che noi in Italia abbiamo imparato a conoscere subendo una disoccupazione ai massimi storici e un crollo prolungato del PIL (con tutto quel che ne consegue), vi sia un’altra crisi economica a livello mondiale – ben più subdola e meno evidente – che minaccia di colpire tutti indifferenziatamente nei decenni a venire, accanendosi però sui più poveri.

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Il termine “Food-Water-Energy Nexus” è stato coniato dagli economisti per indicare la fitta rete di interconnessioni esistente fra queste tre grandi categorie di risorse. Se, banalmente, l’acqua viene utilizzata in agricoltura per coltivare il cibo che mangiamo, ed è componente vitale di molti processi di produzione di energia (ad esempio, di elettricità), parte di quest’energia viene utilizzata per trattare l’acqua che beviamo, o per trasportare il cibo che finisce nelle nostre tavole, ecc. In un mondo in cui 1,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile,1.3 miliardi vivono senza energia elettrica e 800 milioni soffrono la fame, è chiaro che studiare queste connessioni e capire come allocare le risorse esistenti in modo virtuoso diventa vitale, anche perché, come vedremo tra poco, una serie di trend in atto sembra suggerire che le cose non possano che peggiorare nel resto del XXI secolo.

Molti sono gli esempi di come il nexus si applichi alla nostra vita quotidiana. Un caso classico e molto dibattuto è quello della produzione di biofuel. I biofuel, utilizzati come carburanti alternativi e ampiamente pubblicizzati, hanno in realtà una serie di controindicazioni che stanno spingendo aziende, studiosi e consumatori a pensarci due volte prima di abbandonare i vecchi combustibili fossili.

Oltre a essere spesso “food-competing”, infatti, il che comporta aumenti dei prezzi del cibo che spesso hanno conseguenze devastanti in giro per il mondo, i biofuel consumano 20 volte più acqua per miglio percorso della benzina, senza contare che l’energia spesa per produrli spesso nullifica i guadagni in termini di emissioni di CO2.

Un altro esempio è quello di una comune bistecca che finisce nel nostro piatto. Dietro ad ogni singola bistecca, si nasconde l’utilizzo di 3000 litri d’acqua, spesi per crescere il mangime di cui si nutre l’animale, per abbeverarlo, per trasportare la bistecca ecc. A conti fatti, l’intera supply chain di ogni bistecca consuma 35 volte più energia di quella che ricaviamo noi mangiandola. Ecco perché si parla di “acqua virtuale”, ed ecco perché evidentemente la produzione di molte delle risorse che utilizziamo non è per niente efficiente.

A ben guardare, degli elementi della triade di cui sopra, l’acqua è certamente il più importante. Oltre a servire da base per la produzione degli altri due, come si è visto, essa è anche non sostituibile, e, ovviamente, non se ne può produrre di più di quanta ve ne sia. Il che pone una serie di problemi ingenti, visto che Paesi come la Cina e l’India estraggono molta più acqua di quanta possa esserne reintegrata attraverso i normali cicli naturali (25% e 56% in più, rispettivamente).

Per questo, se oggi circa 700 milioni di persone vivono in Paesi che soffrono di scarsità di riserve d’acqua, la cifra si stima sia destinata ad aumentare fino a 3 miliardi entro il 2025. Se pensiamo che il “water management” sia una delle discipline più trascurate dall’accademia contemporanea, non appare del tutto utopistico assistere in futuro a delle “guerre dell’acqua”, come sostengono gli economisti Raj Patel e Vandana Shiva.

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The Economist

http://gelookahead.economist.com/infograph/the-water-energy-nexus-2/

A rendere ancora più fosco il quadro contribuiscono tre fra i trend più pressanti della contemporaneità. L’aumento della popolazione globale (si stima che raggiungerà i 9.2 miliardi entro il 2050), pone ulteriore pressione sulle scarse risorse a disposizione. Serviranno il 30% d’acqua, il 40% d’energia e il 50% di cibo in più per venire incontro alle necessità minime di tutti, il che, secondo l’ex-direttore generale del WWF Jim Leape, equivarrebbe a consumare 1,5 pianeti Terra, seguendo i ritmi attuali, cioè molto più del disponibile.

La crescita economica dei paesi in via di sviluppo e la progressiva urbanizzazione, poi, favoriranno un incremento numerico della classe media, la cui crescente disponibilità economica si convertirà in un consumo di risorse ancora più marcato. Il Climate Change tramite una riduzione dell’estensione delle terre coltivabili e il Global Warming, ci costringerà a dover ottenere di più con meno risorse a disposizione, rendendo di anno in anno sempre più difficile e costoso far fronte alle richieste minime degli abitanti del pianeta.

Di fronte a un progressivo complicarsi delle interconnessioni facenti capo al nexus (si veda il grafico sottostante del World Economic Forum), i policymakers di tutto il mondo dovrebbero puntare ad uno sforzo condiviso per allocare al meglio le risorse già esistenti, riducendo al minimo gli sprechi e raggiungendo le fasce più deboli della popolazione, adottando una prospettiva “glocal” che sia attenta sì alle necessità delle comunità locali, ma anche a quelle di chi abita all’altro capo del mondo. Un pensiero del genere richiede però una lungimiranza e un altruismo che difettano intrinsecamente ad una classe politica ed un’ èlite economica attente a ben altri parametri.

Se poi chi deve prendere le decisioni si rivela “biased” nei confronti del proprio interesse, o non considera alcune delle dimensioni che caratterizzano il discorso di cui sopra (si pensi ai “climate deniers” australiani o alle recenti decisioni dell’OPEC in merito al prezzo del petrolio), veramente ci troviamo di fronte a un fallimento economico di portata epocale, le cui conseguenze non saranno certamente meno rilevanti.

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Alessandro Panerai

 

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