Ai margini della società: le bidonville

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DOVE SIAMO?

Questa volta, siamo ovunque.

Bidonville. Etimologicamente, città spazzatura.

Slums. Strutture temporanee sedimentate da sempre alle periferie delle città.

Macchie urbane, confinate nei layers periferici più pallidi.

Fantasmi, che lentamente si muovono e crescono, come metastasi, trascinandosi dietro storie, culture, contribuendo a formare il tessuto urbano e sociale del ventunesimo secolo.

Che cosa realmente scopriamo all’interno delle slums?

A introdurci in questi “univers marginaux” è Jean-Nicolas Orhon con “Bidonville: architectures de la ville future”, film-documentario presentato in occasione del festival canadese Rencontres Internationales du Documentaire de Montrèal (RIDM) nel novembre del 2013.

Da Lakewood in New Jersey a Bangalore, San Paolo, Parigi, Istanbul, per arrivare in Québec, le strutture sono differenti, ma ovunque troviamo le stesse realtà confinate in quelle che chiamiamo Bidonvilles.

L’analisi sociale porta a riconoscere la bidonville come un prodotto della città, ciò che però quest’ultima “taglia fuori”, lo scarto del processo evolutivo, economico, industriale e sociale.

L’industrializzazione dell’agricoltura nei secoli ha portato a una razionalizzazione dell’economia, che è diventata la pietra di volta nel processo evolutivo dal XVIII secolo.

E se il processo economico fosse diventato incontrollabile dall’essere umano?

Se razionalizzando l’economia non si fossero però razionalizzati gli effetti sociali?

La realtà è che l’industrializzazione è nata per “tagliare fuori”, per risparmiare in termini di tempo e di numeri.

Tagliare. Che cosa? Strutture, costi, individui.

Il tempo risparmiato è riutilizzabile, ma le persone “risparmiate” diventano inutili e si trovano esternate dall’evoluzione, dalla società, dai luoghi in cui questa si sviluppa.

Ecco come nascono le bidonville.

Ecco come diventano non tanto dei problemi della città, ma delle semplici, logiche e prevedibili conseguenze.
Esagero, chiamiamole “soluzioni”.

Le condizioni di vita all’interno delle bidonville sono devastanti.

Qualche numero: secondo uno studio dell’OMS, si annotano ogni anno oltre cinquanta milioni di casi di problemi respiratori, cancro e asma nelle baraccopoli, causati dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Per non parlare d’infezioni, vapori tossici e dell’inquinamento prodotto dallo smaltimento dei rifiuti.

Non si tratta delle quattro roulotte di nomadi nei parcheggi di ogni città, ma parliamo del 37% di popolazione che in media abita nelle baraccopoli, in quelli che dovrebbero essere Paesi in via di sviluppo economico.

Dal 20 al 30% in Brasile, dal 30 al 40% in Cina e India, al 50% in Mongolia, fino all’80 o 90% in Africa centrale. Queste sono le percentuali di persone che ancora sono costrette a vivere nei cosiddetti slums.

Come affrontare questa realtà?

Si cerca di costruire quartieri popolari, nuove abitazioni, nuovi luoghi in cui trasferire gli esternati.

E se la soluzione non fosse strappare la popolazione dalle bidonville, quanto investire sulle slums?

Il problema non risiede nella baraccopoli in sé, ma nello sviluppo malsano della realtà al suo interno. Quando le persone sopravvivono, non vivono. Inutile donar loro nuove abitazioni se poi le famiglie non hanno le risorse economiche per pagare i nuovi affitti. E allora queste ritornano nella bidonville e le case popolari rimangono disabitate. Perché almeno le baraccopoli rappresentano un sistema che si autoalimenta, crea un ciclo e “funziona”.

Il vero ostacolo è quindi la PAURA nell’investire in questi luoghi.

Essi rappresentano tutto ciò che la società teme. Questa realtà non è sviluppata. Si tende quindi a generalizzare, massificare, esternare. E così la bidonville cresce, sempre più diramata e lontana dalla città; la comunità al suo interno diventa solidale, crea una società parallela, con le proprie tradizioni, i propri usi e costumi, le proprie culture, le proprie regole.

Si investa nelle bidonville, si investa nel potenziale umano, nella ricerca sociale, si aprano le porte delle baraccopoli per scoprire il mondo al loro interno. Le bidonvilles sono ovunque, San Paolo, Pechino, Londra, Parigi, Roma.

Accettiamole come realtà, non combattendole, ma reintegrandole, per evitare che diventino un cancro che lentamente avvolgerà le città e le distruggerà.

In Canada, è stato fatto un esperimento negli ultimi anni nella ormai ex-bidonville di Kitcisakik.

Il governo Québecois ha investito in personale specializzato che insegnasse ai senza-tetto a sfruttare le risorse del territorio, in questo caso il legno, per trasformare le baracche di plastica in tanti piccoli cottage di legno.

Risultato: in due anni sono sorte 50 abitazioni in legno, eco-friendly. Duecento persone hanno appreso come lavorare il materiale e si sono reinserite nella società, non come senza-tetto, ma come validi artigiani.

Ognuno ha il diritto di credere in quella che chiamiamo società. Ognuno ha il dovere di rispettare il pianeta, il dovere e il diritto di educare i propri figli in una realtà dignitosa.

La soluzione al processo economico non è l’esternazione dell’individuo, ma la sua integrazione.

Non c’è nessuna dignità in questo tipo di povertà.

Se le risorse economiche diventassero l’unico metro di giudizio dell’essere umano, allora ognuno si sentirà sempre “povero” in relazione alla potenza e alle possibilità della società industriale.

Esaltiamo piuttosto i diritti dell’individuo.

VALORIZZIAMO LA VITA, NON LA SOPRAVVIVENZA.

 

Alessandro Arcangeli

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