Oriti Ahinya

Raffaela Muoio è partita quest’estate con la Fondazione Brownsea ONLUS e ha partecipato con altri ragazzi al progetto HARAMBEE in Kenya. Un’occasione di grande crescita personale che le ha permesso di confrontarsi con un mondo nuovo, prima a lei sconosciuto.

Prima del 17 luglio, quando per la prima volta ho messo piede a Nyandiwa, non potevo neanche immaginare quanto sarebbe stata significativa l’esperienza che stavo per intraprendere. Con Andrea, Antonio, Delia, Francesca, Luca, Luigi, Matteo e Mattia, la scorsa estate ho partecipato come volontaria al Progetto International Kenya Development Project, IKSDP – Harambee nella penisola di Nyandiwa sulle rive del Lago Vittoria in Kenya.

Per me, come per la maggior parte dei miei compagni, era la prima volta che respiravo l’aria dell’Africa, dell’Africa Nera. Quello era stato un mondo che fino ad allora avevo incontrato solo in migliaia di fotografie e desideravo vedere con i miei occhi per capirne il fascino e comprenderne le migliaia di contraddizioni lì radicate. Ogni momento laggiù è stata un’occasione di grande crescita personale e di giorno in giorno fiorivano le occasioni per riflettere ed apprendere una cultura tanto lontana dalla nostra.

Harambee”, in Swahili, significa “lavorare insieme” ed è da 30 anni che queste parole animano lo spirito del progetto. IKSDP nasce nel 1983 con la realizzazione del centro Scout nel villaggio di Nyandiwa, grazie all’iniziativa della Fondazione Brownsea in collaborazione con il World Scout Bureau-Africa Regional Office e la Kenya Scout Association, dopo dieci anni di conoscenza della comunità locale. Negli anni sono stati realizzati numerosi progetti; alcuni sono conclusi, altri ancora in corso.

Uno dei più significativi è stato quello che ha portato l’acqua di una sorgente nella foresta di Kisaku a monte della penisola di Nyandiwa al villaggio, grazie ad un acquedotto di 20 km.

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Ad oggi tra le principali attività del centro vi sono il College che forma insegnanti per la scuola primaria, le attività di agribusiness, come la coltivazione dei girasoli e della jatropha, l’allevamento ittico, ovino e bovino, e la costruzione di uno Sport Center. L’obiettivo è creare micro-sistemi replicabili dalla comunità, affinché i locali possano gestirli in autonomia. Una volta che un progetto viene percepito proprio, IKSDP lascia l’attività dedicandosi a bisogni che ancora non sono stati soddisfatti.

Lo staff IKSPD è interamente locale: uomini e donne cresciuti nel centro che ad oggi sostengono con impegno e dedizione lo spirito del progetto, consci di avere una grande responsabilità nei confronti della comunità di Nyandiwa e motivati da un grande senso di solidarietà.

L’esperienza ci ha permesso di osservare un esempio vincente di un progetto di cooperazione internazionale e sviluppo. Ciò che contraddistingue “Harambee” dalla miriade di interventi umanitari sparsi per il mondo è innanzitutto la negazione di qualsiasi forma di assistenzialismo. I risultati positivi che sono oggi visibili in quelle zone sono frutto di trent’anni di continua analisi della realtà locale e costruzione di un clima di fiducia e rispetto con la stessa comunità. La conoscenza e condivisione di spazi, esperienze e stili di vita sono gli strumenti che permettono la realizzazione di progetti veramente utili alla popolazione locale di modo da definire traiettorie di sviluppo sostenibile.

Il rapporto, confronto e dialogo continuo con i locali permette di costruire nella propria mente un’idea reale della cultura, dei modi di vivere e di agire, dei costumi e delle tradizioni di quelle persone, ma soprattutto consente di capire che la trasposizione automatica di modelli occidentali, siano essi pratici o ideologici, non può che avere effetti devastanti sullo sviluppo di questi territori. Constatare le differenze esistenti è il primo passo fondamentale per scegliere e realizzare progetti di sviluppo adatti ed efficaci da implementare in quelle zone.

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Il rispetto e l’accortezza verso le loro tradizioni e abitudini sono il prerequisito necessario per abbattere la diffidenza e aprirsi nella maniera più sincera allo scambio reciproco.

Credo che l’Africa non abbia bisogno di gruppi di ragazzini occidentali che vanno a costruire le mura di un asilo o di un orfanotrofio, perché braccia sicuramente migliori delle nostre là non mancano. Inoltre penso che il contributo maggiore che un volontario possa dare in queste occasioni sia il dialogo alla pari con i locali. Capitava spesso di avere davanti a me persone anche più adulte per le quali ogni mia parola era quella giusta, solo perché avevo il colore della pelle diverso. A mio avviso è questo il muro più grande da dover abbattere; quegli uomini e quelle donne hanno bisogno di sviluppare un senso critico di fronte alla realtà che permetta loro di valutare le possibili alternative, prendere scelte consapevoli e affrontarne le conseguenze. L’assoggettamento culturale verso i bianchi è una parte fondamentale della loro cultura, radicato negli anni e molto difficile da estirpare.

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Di ritorno dall’Africa una delle domande più frequenti che ho ricevuto è stata: “Allora, cosa avete costruito laggiù?”. Tutto e niente. Non abbiamo costruito asili, orfanotrofi, scuole, ma abbiamo costruito relazioni che porteremo dietro per tutta la vita e che spero avremo modo di coltivare in futuro, relazioni che hanno cambiato la nostra anima e che soprattutto speriamo abbiano lasciato qualcosa lì.

Abbiamo deciso di riportare in Italia l’entusiasmo che ha caratterizzato questa esperienza, avviando una raccolta fondi nella città di Milano attraverso una serie di eventi. Tra questi è presente un’esposizione permanente di fotografie scattate a Nyandiwa, un laboratorio di cucina africana in collaborazione con ARCI Milano e altre iniziative. L’obiettivo è di creare un ambiente familiare e accogliente per condividere la nostra esperienza e testimoniare il successo del progetto.

 

“Gli occhi scuri pieni e lucenti di quella gente, le urla dei bambini che ci correvano incontro, i sorrisi delle donne anziane avvolte nei loro tessuti dai mille colori, le forti strette di mano, il cielo più stellato che io abbia mai visto, l’odore intenso del lago dopo la pioggia, le distese di Omena essiccati che rendevano il villaggio dei pescatori un paesaggio lunare, la “grande famiglia” di Casa Scout.” I ricordi sono innumerevoli, impressi nella mente di ognuno di noi ed è arduo raccontarli per la quantità di emozioni che hanno generato.

Quando ho lasciato Nyandiwa ero serena, ero certa che non fosse un addio, ma un arrivederci. Ormai il progetto fa parte di me e so per certo che ritornerò” mi è stato detto un po’ di tempo fa. E ora so quanto quelle parole fossero vere.

Oriti Ahinya, Africa.

Arrivederci, Africa.

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