Haiti: teniamoci per mano

Livia Morosini è una studentessa partita per due settimane per Haiti con la Fondazione Francesca Rava nell’estate 2014. La sua esperienza a contatto con questa realtà l’ha profondamente toccata e ha deciso, con quest’articolo, di provare a trasmettere almeno una piccola parte delle emozioni che ha vissuto.

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Quando mi chiedono di raccontare ciò che ho vissuto ad Haiti è sempre difficile descrivere la mia esperienza perchè sono emozioni forti che si sono talmente consolidate nel mio cuore che è difficile tirarle fuori. Ma io ci proverò con voi.

Dopo un lungo viaggio in aereo, ecco che io e altre ragazze, partite volontarie come me con la Fondazione Francesca Rava, veniamo accolte nella città di Port Au Prince, capitale di Haiti. Nelle vicinanze della città c’è Villa Francesca, luogo dove si trovano gli alloggi dei volontari e di coloro che lavorano per la fondazione.

La mattina dopo, alle ore 7 si celebra la messa, tenuta da Padre Rick, il padre americano che ha costruito l’ospedale pediatrico gratuito più grande dell’isola. Padre Rick è uno di quelli uomini che davvero hanno qualcosa di speciale, un’energia e una forza soprannaturale, figura di riferimento per i giovani haitiani. Nel bel mezzo della chiesa ci accolgono le bare di due bambini, a giudicare dalle dimensioni molto ridotte.

Ed ecco che una dolce melodia intonata da una ragazza Haitiana ci trasporta in un’altra dimensione, quei corpi di fronte a noi prendono vita e le nostre anime all’unisono sono pronte per celebrare la messa. La gioia della vita si batte contro la morte. Ed eccola, che questa terra haitiana comincia a invadere un piccolo spazio del tuo cuore, si infiltra fin da subito come l’acqua in un terreno fertile.

Momento di raccolta, tutti insieme preghiamo in creolo, inglese, italiano, la preghiera è uguale e la lingua non conta, se fatta con lo stesso spirito. La predica di Padre Rick prende la forma più di una chiaccherata tra amici, è un racconto di storie di persone o eventi accaduti. Alla fine della messa ci dirigiamo verso l’uscita per condurre le bare in un luogo in cui troveranno pace. In questa terra ne muoiono tutti i giorni di bambini, adulti e vecchi anche per un semplice raffreddore o malnutrizione, e molto spesso le famiglie non possono permettersi di organizzare un funerale, ma nemmeno di parteciparvi perchè anche un semplice spostamento costa. Ogni mattina dunque Padre Rick celebra la messa, dedicata specialmente a costoro e alle loro famiglie. Ogni mattina qualche bara accompagnerà i nostri canti e le nostre preghiere.

Ecco che hanno inizio le nostre attività da volontari.

La prima “tappa” è all’ospedale pediatrico S. Damien. Trascorriamo quasi l’intera mattinata nella “stanza dei pesci” dove si trovano i bimbi abbandonati dalle famiglie, ci sono bimbi di diverse età e in diverse condizioni fisiche o mentali. Fin da subito un bimbo attira la mia attenzione, è molto sveglio, energico, attivo, ha sempre voglia di giocare, correre, ridere. Passo qualche ore a giocare con lui. Poi faccio fare una passeggiata a un altro bimbo, che ha bisogno di un sostegno per camminare, ha poca energia, ha uno sguardo assente, ha sofferto di malnutrizione nei primi anni di vita e questo ha creato problemi di sviluppo neuronale.

Poi passiamo ad un’altra stanza che accoglie tutti i bambini malati di cancro, trascorriamo qualche ora a gonfiare palloncini e appenderli per tutta la stanza, e realizziamo coi bimbi dei braccialetti con le perline. Cerchiamo di regalare sorrisi a bimbi e famiglie che trascorrono le intere giornate in quei letti di ospedale. Il nostro compito è quello di portare un po’ di gioia o serenità in quelle poche ore.

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La seconda “tappa” è l’orfanotrofio dei piccoli, chiamato “baby house”, che è una delle case-orfanotrofio fondati dall’associazione NPH. Qui troviamo ad accoglierci tanti bambini da 1 a 6/7 anni. Ed ecco che un’ondata di bambini corre verso di noi entusiasta. C’è un atmosfera speciale, come un’aria di festa per l’arrivo di noi volontari! Una bimba mi salta in braccio, mi abbraccia e mi riempie di baci. Con un solo sorriso mi riempie il cuore di felicità ed energia. Ciò che colpisce di più è l’affetto che riescono a trasmetterti con un abbraccio, una carezza sul volto o un semplice sguardo. Il nostro compito è quello di farli giocare e divertire. Distribuiamo album da disegno, matite, pennarelli, con poco ci riempiono il cuore di gioia con il loro entusiasmo.

Il giorno seguente ci rechiamo in un altro orfanotrofio, situato a qualche ora di pullman da Villa Francesca , che accoglie i bimbi da 7 ai 15/16 anni. L’orfanotrofio è situato su una specie di altopiano, l’aria è più fresca e pulita, siamo immersi nella natura. Dopo esserci presentati ai ragazzi, ci dividiamo in gruppi e giochiamo a basket o pallavolo. Vedo un bimbo che mi colpisce tra tutti, si chiama Frankie e i suoi occhi mi parlano. Ha 13 anni ed ha un che di malinconico che accompagna i suoi gesti e non smette di turbarmi. Un tratto come di maturità lo differenzia dagli altri. Tra abbracci e risate creiamo le basi per una comunicazione intensa, pur parlando lingue differenti, è come se qualcosa ci legasse. Trascorriamo tutto il pomeriggio insieme e ogni volta che gioco con un altro bimbo, è come se qualcosa lo turbasse.

Ecco che arriva il momento più brutto della giornata, l’ora di andarcene e separarci dai ragazzi.

Gli occhi lucidi di Frankie sono come pugnalate al cuore, è dura trovare la forza di salire su quel pullman. Mi chiede quando tornerò a trovarlo e io gli rispondo che non lo so, Frankie sa bene cosa vuol dire quella mia risposta. Si spegne, è triste e lo sono anch’io. Decido di adottarlo, è l’unico modo che mi fa sentire parte della sua vita se pur dall’altra parte del globo. Ogni sera prima di addormentarmi penso a lui, e al suo sguardo che occupa un posto fisso nel mio cuore.

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Sono cresciuta tanto in questa terra. É come se dentro di me si fosse creata una scatola piena di emozioni raccolte , che tutt’ora quando scoperchio faccio fatica a controllare ed esternare.

Vorrei concludere il mio racconto con una delle riflessioni di Padre Rick, che ci disse che in questa terra non si è mai sazi, qualsiasi cosa è una conquista e si deve essere sempre pronti a lottare. E questa lotta va combattuta insieme, donandosi all’altro in modo spontaneo e gratuito.

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