Mi manca la libertà

Enrico Salonia è uno studente dell’Università Bocconi che ha svolto diverse attività di volontariato in Romania. La sua testimonianza, forte e toccante come l’esperienza che ha vissuto, descrive la situazione in questo Paese nel modo più vero e genuino.

Cosa fareste se tutto ad un tratto vi trovaste in un Paese che non può offrirvi un pasto e un tetto, un paese in cui la possibilità d’istruirsi sembra un costo inutile, un paese stracciato dalla sua stessa storia la cui unica possibilità è stata ricominciare da capo, da zero, con tutte le conseguenze che tale scelta comportava? Probabilmente fareste esattamente quello che fanno i bambini orfani in Romania.

Quando nel 1989 la rivolta popolare pose fine alla spietata dittatura comunista della quale si faceva portatore Nicolae Ceaușescu, la Romania poté finalmente stilare una costituzione nazionale ispirandosi alle democrazie occidentali. La rivoluzione rese necessaria la creazione di nuove istituzioni e politiche economiche del Paese pronte a rinnovare una base industriale obsoleta e un paniere di capacità industriali totalmente inadatto ai suoi bisogni. Per una decina d’anni però le tentazioni di stabilizzazione macroeconomica non diedero risultati soddisfacenti, rendendo la riforma un processo frustrante che sembrava non risolvere i problemi del Paese, in particolare quello degli infanti orfani.

Nell’anno della rivoluzione oltre 100.000 bambini risultavano abbandonati a loro stessi, vi era infatti una mancanza di legislazione e di strutture pubbliche che potessero occuparsi degli orfani e risolvere il problema evidente. Nel corso degli anni successivi vi fu un tentativo di raccoglimento dei bambini, che venivano poi collocati a lavorare una volta maggiorenni. Il problema si andò riducendo in modo quasi impercettibile a causa della mancanza di risorse e del malfunzionamento del sistema delle adozioni.

Ad oggi gli orfani sono ancora 80.000 e gli orfanotrofi (o almeno alcuni) si collocano tra le strutture statali rumene che, a causa dell’impossibilità di offrire stipendi regolarmente, si trovano in una situazione di caos e disordine che non giova di certo alla popolazione.

Ho avuto la possibilità di toccare con mano ciò di cui sto parlando diverse volte nel corso degli ultimi anni, quest’esperienza che feci per la prima volta quando avevo 16 anni mi cambiò la vita, ve la racconto sperando che scuota gli animi di chi legge almeno per un decimo rispetto a quanto abbia fatto con me.

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Nella città di Sighetu Marmaţiei, ubicata nella regione della Transilvania, a qualsiasi ora del giorno possiamo trovare nella piazza centrale gruppi di bambini innocenti che si divertono a giocare a pallone, a fare qualche scherzetto ai passanti, a chiedere qualche soldo. Sono come quei bambini di Bucarest che vivono nelle fogne, nei loro stessi escrementi, costretti ad aspirare la colla per sfuggire, almeno temporaneamente da una realtà che li opprime. Nei pressi della piazza centrale troviamo l’ospedale comunale, e l’ospizio per anziani, strutture statali che dovrebbero ospitare chi ne ha bisogno, chi da solo non può farcela. Spesso invece gli ospiti sono i primi che vorrebbero fuggire, abbandonati a loro stessi, costretti a vivere in condizioni animalesche.

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Nell’ospizio troviamo varietà di ogni genere: anziani, mutilati, schizofrenici, violenti, down, addirittura alcuni con deformazioni, di cui una percentuale frutto del disastro nucleare di Cernobyl. Lì vige la regola del più forte, dove se uno ti dà fastidio lo colpisci, lo schernisci, lo derubi di quei pochi beni che lì sembrano oro, come un cellulare giocattolo o un pastello colorato. Il primo impatto non è facile per tutti, gli abitanti dell’ospizio quando capiscono che sono arrivati i volontari si fiondano su di loro, ricordando una mandria che carica, li abbracciano, li leccano, li baciano.

Non dimenticherò mai la prima volta che vi entrai, quando in pochi secondi fui circondato da urli, grida, schiamazzi, braccia che si allungavano pur di toccarmi, alcuni mi prendevano e mi portavano nella loro stanza pur di avermi solo per loro.

In pochi riescono a relazionarsi con la realtà, molti sono come bambini, i cui occhi se guardati a fondo trasmettono l’angoscia di una storia che noi potremmo solo immaginare immedesimandoci a pieno nei personaggi dell’inferno di Dante.

Così è nel reparto psichiatrico dell’ospedale comunale, con la stessa varietà di popolazione, nel reparto maschile come in quello femminile. All’ingresso appena entri trovi la ragazza in compagnia della nonna che sta lì perché i genitori hanno scoperto che si è infatuata di un barista più grande di lei, all’interno trovi un povero lavoratore, che tornando dall’Italia per portare qualche soldo a casa è stato fermato e sbattuto insieme ai pazzi per un problema di documenti. Quando li osservi cogli la tristezza dai loro sguardi.

Quel brivido che ti pervade quando ti rendi conto che vivi nel paradiso ed è solo una tua scelta quella di scendere saltuariamente all’inferno per dargli un occhiata è quello che provo ogni volta quando mi trovo lì. Quell’angoscia che senti quando ti stai lavando, quando stai consumando il tuo pasto e pensi allo schizofrenico che ti ha offerto una mela marcia dopo avergli dato un morso è quella sensazione che ti fa capire che ti devi alzare dalla tavola e fare qualcosa. Quella commozione, quel batticuore, quel coinvolgimento che senti quando l’ospite dell’ospedale ti dice “ mi manca la libertà “ , quella spina nel midollo che lui ti può comunicare solo con quelle quattro parole, quella rabbia che i più umili provano per la loro impossibilità di agire, quello io provo, ogni volta, in Romania.

Mi manca la libertà.

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