La primavera uruguayana

Soy lo que me enseñò mi padre,                                                    

El que no quiere a su patria, no quiere a su madre.

Soy América Latina

Un pueblo sin piernas pero que camina.

Sono quello che mi insegnò mio padre,

Lui che non ama la sua patria, non ama sua madre

Sono l’America Latina

Un popolo senza gambe, che però cammina.

[Calle 13, Latinoamérica]

 

Stefano Grassini, studente di Economia per Arte, Cultura e Comunicazione a Milano, si trova a Montevideo per un programma exchange. In quest’articolo esamina la situazione ad oggi del Paese sudamericano.

MONTEVIDEO (URUGUAY). La primavera montevideana è un travaglio difficile. Giornate di sole scuro, sferzate da vento antartico, giornate dal respiro caldo, stantio, in attesa che nuvole grigioscure si liberino nella loro catarsi d’acqua. Il Rio della Plata alterna onde gialle a onde beige, a onde turchesi.

Il giorno si risveglia in un’altra alba sulla Repubblica Orientale dell’Uruguay, da un vetro rigato di un autobus osservo lo scorrere della vita in questa città dei sentimenti nascosti, moltitudine di talee che a volte non attecchiscono. Strade basche dai ritmi afro, citofoni italiani, giardini francesi, pasti spagnoli dai sentimenti liguri, scuole tedesche, politici con soprannomi indigeni e cognomi yankee, Montevideo galleggia in questo oceano di ossimori. E però una società così complessa è stata per lunghi anni, e lo è ancora, modello di stabilità ed equilibrio per tutti gli altri paesi dell’America Latina. Come si spiega?

indice di gini

Mappa mondiale del coefficiente di Gini (dati 1989-2009, fonte CIA world factbook)

Osserviamo la mappa mondiale del coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Più il blu nella carta si fa intenso, più significa che un paese presenta diseguaglianze nella distribuzione del proprio reddito; in altre parole, che la ricchezza di uno stato si concentra nelle mani di una ristretta classe agiata davanti a una sempre più estesa classe bassa.

Il Sudamerica è il continente che più soffre questa situazione: i dati aggiornati al 2011 (fonte: Blog de Alejandro Rebossio, Elpais.com) ci rivelano come questo coefficiente in Cile fosse dello 0,52 (l’indice di Gini va dallo 0, simbolo di equità assoluta, all’1, che rappresenta il livello di diseguaglianza maggiore), in Argentina dello 0,51, in Brasile e in Colombia dello 0,58, in Bolivia dello 0,56, in Paraguay dello 0,53. Sotto la soglia dello 0,5 troviamo solamente Messico (0,48) e Perù (0,46), e i paesi latinoamericani con l’indice più basso, che sono proprio l’Uruguay (0,42) e il Venezuela (0,39). Pur essendo un dato molto lontano dagli standard europei (l’Italia presenta un coefficiente di diseguaglianza dello 0,32, la Danimarca dello 0,23), è comunque un indicatore rilevante del fatto che in Uruguay, a differenza degli altri stati dell’America Latina, esiste un’estesa classe media politicamente consapevole del proprio peso sociale. Una classe media che, anche nei momenti più critici, ha sempre visto di malumore le derive autoritarie in politica.

In Uruguay, paese nato ufficialmente il 25 agosto 1825, da sempre si alternano al governo i due partiti tradizionali, i colorados (liberali) e i blancos (conservatori). Fin dai tempi di Batlle y Ordóñez, presidente della repubblica nei primi anni del ventesimo secolo, l’Uruguay dimostrò essere un paese all’avanguardia, grazie a innovative riforme di carattere economico e sociale: durante l’era Batllista si legalizzò il divorzio a coronamento delle politiche di secolarizzazione del paese, venne introdotto il suffragio universale, la giornata lavorativa di otto ore, si riformò il sistema pensionistico, venne ideato il sussidio di disoccupazione, la Svizzera d’America diveniva sempre più realtà anche grazie ai grandi introiti derivanti dall’industria della lavorazione della carne.

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Il porto e il centro storico di Montevideo

Eppure anche l’Uruguay affrontò la sua epoca buia, attraversò anni in cui sembrò che anche questa zattera ben ormeggiata stesse per affondare: con la fine della seconda guerra mondiale le esportazioni cominciarono a decrescere in seguito al crollo della domanda di carne da parte dei paesi coinvolti dal conflitto, gli allevamenti estensivi che tuttora caratterizzano il panorama uruguayano non rendevano più come negli anni d’oro, e il paese fu attraversato da forti tensioni sociali, prontamente veicolate da movimenti politici estremisti, sia di destra sia di sinistra.

Sorsero nei difficili anni sessanta gruppi di lotta armata di entrambe le fazioni politiche, il più interessante dei quali, da un punto di vista sociopolitico, fu quello dei Tupamaros. Tale movimento trasse ispirazione ideologica dalla Rivoluzione Cubana di Fidel Castro del 1959, figlia del pensiero di Che Guevara, e i suoi guerriglieri mutuarono il proprio nome dall’ultimo discendente dei reali Inca, Túpac Amaru II, che fu a capo di una rivolta contro il Vicereame del Perù. Tra i dirigenti del movimento troviamo, fin dai primi anni, José Mujica, attuale presidente della repubblica, Raúl Sendic, attuale candidato vicepresidente, Mauricio Rosencof, scrittore e poeta, Amodio Pérez, Eleuterio Fernández Huidobro, Adolfo Wasem, Julio Marenales, Henry Engler, Jorge Manera, Jorge Zabalza, Lucia Topolansky, moglie di Mujica.

L’opinione pubblica si divide in due di fronte a un movimento marxista di ispirazione bolivariana che si propone, tra i suoi obiettivi principali, il proseguimento della lotta armata al fine di rovesciare il regime democratico: la classe media, come abbiamo già detto punto cardine della società uruguayana, seppur trovandosi ad affrontare una difficile situazione economica, non capì le istanze di tale movimento, che, infatti, fu per lo più appoggiato dalle fasce più povere della popolazione.

La classe dirigente, disorientata dai Tupamaros e dalla crescente instabilità politica, cercò di arginare il fenomeno tentando di controllare l’informazione, censurando le attività del movimento, il quale nel frattempo si faceva sempre più presente con le sue operazioni di propaganda politica. Il movimento di Mujica, lungi dal voler essere giustificato nelle sue azioni terroristiche, fu però senza dubbio un grande successo perché incanalò le tensioni sociali di quegli anni in una ideologia politica forte che si contrapponeva all’instabilità politica dei governi del partido colorado al potere.

Si discute da anni in Uruguay se la dittatura successiva a questo periodo sia stata la soluzione naturale per garantire la stabilità di un paese sull’orlo della guerra civile, se i tupamaros fossero realmente interessati a una rivoluzione marxista e se dietro la dittatura non ci fosse in realtà la longa manus degli Stati Uniti e la sua Operazione Condor ideata per mantenere sotto il controllo statunitense i paesi dell’America Latina.

José-Pepe-Mujica-presidente-de-Uruguay.-El-País-Semanal-elpais.com_1

Ritratto del presidente José (Pepe) Mujica Cordano

La dittatura in Uruguay si instaurò il 27 giugno 1973, con un colpo di stato politico, con a capo il presidente allora in carica, il colorado Juan María Bordaberry, coadiuvato dalle forze militari del paese, che furono in realtà le vere artefici della svolta autoritaria delle istituzioni politiche dell’epoca. Queste ultime, infatti, si approfittarono della crisi economica in atto, dell’instabilità politica dovuta alla presenza sempre più schiacciante dei Tupamaros sul territorio come di altri movimenti politici armati (all’estrema destra troviamo la Juventud Uruguaya de Pie e l’Esquadrón de la Muerte), per assumere gradualmente sempre più potere.

Chi appoggiò la dittatura militare – dal 1976 fino al 1985 i dittatori vennero scelti tra i generali delle forze armate – fu soprattutto quella parte della borghesia che più aveva sofferto l’estremizzazione del dibattito politico e che più aveva perso potere d’acquisto con il galoppare dell’inflazione in questi anni. Quella classe media che sempre era stata l’ago della bilancia, che aveva permesso il succedersi democratico dei governi, che aveva permesso la crescita economica del paese, si trovò schiacciata dalla crisi, dall’inflazione, dall’aggressiva politica estera di Henry Kissinger, ministro degli esteri USA durante il governo Nixon, nonché disorientata dal tracollo dei partiti tradizionali.

Una situazione del genere permise alle forze armate di assumere il controllo del paese, nel nome di una presunta ritrovata stabilità. I partiti vennero sciolti, innumerevoli rappresentanti dell’opposizione, sopprattutto i Tupamaros, vennero incarcerati, torturati, e molti fatti sparire (sono i tristemente noti desaparecidos). I nove leader del movimento tupamaro, tra cui Pepe Mujica, vennero tenuti in ostaggio dal governo militare per tutti i dodici anni della dittatura, e sottoposti a torture disumane. Eppure, attraverso quest’epoca oscura, l’Uruguay ritrovò quella passione per le istituzioni democratiche che storicamente da sempre lo contraddistingue, tanto da essere attualmente considerato il paese maggiormente democratico del Sudamerica (fonte The Economist), nonché il 27o a livello globale (l’Italia é 34o).

Che cosa é cambiato dunque in questi anni? Che cosa ha fatto sì che un ex guerrigliero tupamaro come Pepe Mujica potesse essere eletto presidente della repubblica? Che cosa ha, infine, permesso a The Economist di considerarlo, nel 2013, il paese più felice del mondo?

Analizzeremo tutto questo con un prossimo speciale sulle elezioni presidenziali 2014.

 

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