Il faticoso sviluppo dell’ultima tigre asiatica

Laureato in Economia alla Bocconi e in Global Politics alla London School of Economics, Alessandro Panerai è attualmente impegnato a finire un master in International Economic Policy a Sciences Po Paris. Ha lavorato in Nicaragua e Libano, e ora si trova a Giacarta per un’internship con le Nazioni Unite. In quest’articolo racconta i recenti accadimenti nel Paese asiatico.

La cerimonia d’insediamento come settimo Presidente d’Indonesia di Joko Widodo (universalmente conosciuto come “Jokowi”), avvenuta lo scorso 20 ottobre, é stata salutata come un importante passo in avanti verso la democrazia e lo sviluppo per il paese asiatico, tanto che Jokowi si é meritato la prestigiosa copertina del “Time”.

L’ Indonesia é ormai considerata la “nuova tigre asiatica”: una crecita economica pronunciata (+5,2% atteso per il 2014, a detta della Banca Mondiale), l’immensa popolazione (245 milioni di persone secondo l’ultimo censimento: é il quarto paese più popoloso al mondo) e l’abbondanza di risorse naturali la rendono giustamente una delle “osservate speciali” dai mercati finanziari e dagli imprenditori di tutto il mondo.

Nonostante le belle speranze, tuttavia, é ancora lunga la strada da fare perché l’Indonesia si istalli saldamente in un cammino sostenibile di sviluppo, e molte restano le sfide da affrontare.

Il neo-eletto Jokowi si trova di fronte una sfida non facile, quella di rendere il suo paese in grado di competere, nei decenni a venire, coi paesi più sviluppati, garantendo al contempo un ammodernamento generale e una serie di riforme cruciali, se l’Indonesia vuole liberarsi dell’etichetta di paese in via di sviluppo che ancora si trova appiccicata addosso. Jokowi in questo senso sembra l’uomo della provvidenza. Esempio di self-made man, dalle umili origini dell’infanzia rurale, ai problemi finanziari della famiglia (a 12 anni si trova costretto a lavorare nel negozio di mobili del padre per pagarsi gli studi), Jokowi riesce a laurearsi in “Forestry Management” nel 1985 e apre il suo mobilifico nel 1988. Diviene in seguito sindaco di Surakarta, una delle più grandi città dell’isola di Java, e mantiene la carica per 7 anni, distinguendosi per la sua attenzione alle fasce più povere della popolazione, per le riforme anti-corruzione e a favore dell’imprenditoria.

Articolo panerai  ©TIME

Viene poi eletto Governatore di Giacarta con l’appoggio del suo partito, il Partai Demokrasi Indonesia Perjuangan (il partito Indonesiano per la lotta democratica, tradotto a braccio), e qui si procaccia l’appoggio dei cittadini per via della sua vicinanza agli strati più deboli della popolazione, delle riforme infrastrutturali, della semplificazione burocratica e dell’ammodernamento dei sistemi finanziari: introduce sistemi di e-purchasing, e-budgeting, e promuove un’assoluta trasparenza dell’amministrazione statale, pubblicando le spese e i salari degli alti dirigenti pubblici. Si distingue per la pratica del blusukan, consistente in visite periodiche ai quartieri più svantaggiati di Giacarta (megalopoli di 28 milioni di abitanti, una delle 5 più grandi conurbazioni del mondo), ponendo domande ai cittadini e ascoltando le loro richieste in abiti informali.

Curiositàé famoso per essere un appassionato di musica metal (suonava il basso in una band di genere), e ha voluto che la soundtrack della campagna elettorale fosse composta da canzoni dei Metallica e dei Napalm Death.

Cio’ detto, come al solito la sua elezione – che ha visto la vittoria più risicata della storia dell’Indonesia indipendente, con una maggioranza del 53%- non é stata esente da ombre. Il rivale, Prabowo Subianto, ha denunciato brogli e si é lasciato andare a rappresaglie anche violente. I detrattori lo accusano di amicizie troppo strette con l’ èlite economica del paese, di mantenere alti i sussidi al petrolio, di essersi dimenticato delle altre province. Il Paese, sebbene secondo il World Economic Forum sia gia’ la decima economia al mondo, tradisce una crescita in calo e una miriade di problemi da risolvere, il che lo relega, sempre a detta del WEF, ancora a metà classifica della competitività dell’area. Vediamo di elencare brevemente i principali problemi che il nuovo esecutivo dovrà affrontare:

  •  povertà e inequality, innazitutto. Un’ infografica della Banca Mondiale descrive perfettamente la situazione attuale: nonostante il PIL pro capite sia raddoppiato dal 2002 (oggi si attesta attorno ai $4,730 a testa), e la popolazione vivente al di sotto della soglia di povertà sia dimezzata (l’ 11% nel 2014), la povertà si riduce sempre più lentamente, e 28 milioni di persone vivono ancora con meno di $1,25 al giorno. Inoltre, se contiamo coloro che vivono con meno di $3 al giorno, la cifra sale a 68 milioni: per costoro appare molto più semplice cadere in povertà che arricchirsi. Questo senza contare che i censimenti al di fuori di Java (l’isola più densamente popolata al mondo: 180 milioni di abitanti) sono per lo meno di dubbia attendibilità, e il 70% dell’economia é in nero. La questione é stata affrontata da numerosi documentari, tra cui “Jalanan” del canadese Daniel Ziv, che indaga le condizioni dei musicisti di strada della capitale, e di cui vi lascio il trailer.

http://www.youtube.com/watch?v=TtIOFyNyF6U

  •  il secondo grande problema della nazione è quello delle diseguaglianze sociali. Il coefficiente di Gini, per quanto contestato e contestabile come misura, é salito da 0,29 del 2000 allo 0,41 del 2012. Questo comporta: ridotta mobilità sociale, alta probabilità di restare poveri, mancato accesso all’educazione e ai servizi sociali minimi, come l’elettricità e l’acqua potabile. I tycoons del legno e dell’olio di palma, le principali risorse del paese, godono di privilegi sproporzionati, e il Paese accosta una crescita vertiginosa dell’industria del lusso (d’importazione. Immaginatevi una Via Montenapoleone moltiplicata 50 volte e avrete ottenuto il business district di Giacarta!) a una corruzione galoppante. Questa caratteristica, comune a molti paesi in via di sviluppo, ha prodotto altrove risultati devastanti (si pensi alla Libia e allo Zimbabwe), e sembra che in Indonesia nessuno sia ancora molto interessato ad affrontare la questione.
  • terzo problema, gravissimo, é lo stato di dissesto ambientale che attanaglia il paese. L’arcipelago indonesiano conta 17.500 isole, e ospita un numero vertiginoso di specie animali e vegetali, e tuttavia é uno dei paesi più inquinati al mondo, ed é recentemente divenuto la “capitale” della deforestazione. In Indonesia si disbosca l’equivalente di 25 campi di calcio al minuto, per far largo alle industrie minerarie, del legno, alle piantagioni di olio di palma. Le peatlands, uno degli ecosistemi tipici del paese, sono sovente devastati da fuochi di matrice umana, che distruggono ogni anno centinaia di milioni di ettari per far spazio alle piantagioni, rilasciando centinaia di tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Nonostante l’impegno internazionale e la presenza di organizzazioni dedicate (tra cui l’UNORCID), i forti sussidi ai settori “brown” sopracitati e l’incredibile complessità del flusso delle finanze pubbliche alla risoluzione del problema (causate, di nuovo, da eccessiva burocrazia e corruzione) rendono la risoluzione del problema assai più ardua. Come conseguenza specie iconiche come l’oragutan, la tigre di Sumatra o il rinoceronte nero rischiano la scomparsa, e l’aumento delle emissioni di gas serra accelera il global warming.

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A tutto cio’ si uniscono una serie di sfide infrastrutturali di notevole portata. L’Indonesia é uno dei paesi in cui é piu’ difficile spostarsi al mondo, a causa anche del traffico pazzesco che caratterizza le sue città, e le frequenti alluvioni che paralizzano la capitale per una quindicina di giorni l’anno. Il traffico é talmente intenso che ci vogliono ore per percorrere pochi chilometri anche in centro a Giacarta, a causa dell’assenza di infrastrutture pubbliche e del numero vertiginoso di auto, in costante aumento. Jokowi ha tentato di risolvere il problema creando un sistema di treni ad elevata frequenza, ma il progetto é ancora agli inizi, e difficilmente riuscirà a reggere il flusso di 3 milioni di persone che annualmente si riversano sulle maggiori città del paese. A questo si accostano le frequenti allluvioni, dovute al fatto che gran parte delle città é sotto il livello del mare, e che le reti fognarie, se presenti, sono assai deficitarie.

La speranza del paese sono i suoi giovani e l’esplosione dell’imprenditoria. Secondo l’Ernst & Young Entrepreneurship Barometer 2013, l’Indonesia é ancora in coda tra i paesi del G20 in una serie di parametri legati all’imprenditoria, ma sta velocemente migliorando e punta a scalare posizioni negli anni a venire. I problemi più gravi riguardano l’accesso all’educazione (solo il 21% della popolazione frequenta l’università, con un’enorme volatilità, peraltro, nella qualità degli istituti) e le spese in R&D e tecnologie, che, seguendo il pensiero di Stiglitz, sono il pilastro di una crescita sostenuta e sana. Tuttavia le cose stanno notevolmente migliorando, rendendolo un paese altamente attrattivo in quanto ad investimenti.

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I giovani, poi, rappresentano la maggioranza della popolazione (eta’ mediana: 27,8 anni) e i più parlano inglese perfettamente, hanno una forte mentalità imprenditoriale e sono aperti ad un contesto internazionale, assetati di accrescere la propria conoscenza del mondo esterno. Proprio su di loro Jokowi dovrà saper appoggiarsi, per far sì che il paese riesca a svilupparsi come si deve. Altrimenti l’Indonesia, schiacciata dalle sfide di cui sopra, rischierà di restare una “speranza mancata” per molti anni ancora.

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