Una prigione dorata alle porte di Riyadh

Ritorna la straordinaria penna di Martina Rossi, studentessa al terzo anno di Economia per l’Arte, la Cultura e la Comunicazione. Questa volta ci porta in Arabia Saudita, a scoprire la condizione della donna in questo Paese e il suo tentativo di superare la propria subordinazione all’uomo attraverso la costruzione del Luthan Spa. 

Nel marzo 2008 ha aperto il Luthan, resort extra lusso per sole donne a nord di Riyadh.

In Arabia Saudita una donna vive sotto la tutela giuridica di un parente maschio. Esser artefici del proprio destino o padrone della propria vita non è qualcosa di ammissibile, perlomeno per le donne di questa nazione. Il padre è tutore della figlia fino a quando questa non convola a giuste nozze, dopodiché il marito diviene custode della ragazza.

La vita di una donna saudita è scandita da una serie di permessi concessi da un individuo di sesso maschile. La quotidianità consta di continue privazioni e rare “gentili concessioni”.

Il Luthan Spa nasce nel marzo del 2008 per volontà di un gruppo di donne d’affari sensibili alla condizione delle loro connazionali e vuole proporsi come una piccola zona franca all’interno della quale le donne saudite non sono soggette ad alcuna limitazione. L’albergo sorge a nord di Riyadh, è dotato di 25 stanze lussuose, un centro conferenze e un ristorante.

Le leggi vigenti in Arabia Saudita impediscono il mescolamento tra sessi. Questo ha generato numerosi ostacoli per tutte quelle donne che per ragioni lavorative si trovano a dover viaggiare all’interno della nazione. Una donna saudita per poter pernottare in un regolare albergo infatti deve esser accompagnata da un individuo di sesso maschile oppure presentare un permesso firmato dal datore di lavoro e/o dalla polizia locale. Il Luthan è stato creato dalla principessa Madawi Bint Mohammad Bin Abdullah, dopo aver ottenuto il permesso dalla Commissione saudita per il turismo, proprio per porre fine alle problematiche citate sopra.

Questo evento è stato accolto da gran parte dei media come un passo avanti verso l’emancipazione, come una tappa saliente per il movimento femminista saudita. Mi sono a lungo interrogata sulla lettura che è stata data di questa “creazione” e purtroppo la mia posizione ben si discosta dal parere dei più e risulta grandemente disillusa. Quella che viene decantata come “una breccia nel muro dell’assoluto maschilismo” per me si configura come la mera creazione di una prigione dorata. Il Luthan sarà sicuramente ciò che porrà fine ad una serie di spiacevoli inconvenienti, ma non farà altro che isolare ulteriormente le donne saudite. Non dovranno nemmeno esprimersi per chiedere il permesso richiesto, perché in questo modo li verrà data la facoltà di auto-rinchiudersi.

“Dentro” è la parola chiave. Nell’ambito della loro segregazione le saudite si sono create un mondo a misura di donna, una sorta di realtà parallela a tinte rosa all’interno della quale coltivano la loro femminilità con dedizione. Prive di qualsiasi permesso di relazionarsi con il mondo circostante, di esternalizzare il loro “io”, hanno dovuto abbellire necessariamente l’interno delle loro dimore così come quello della loro anima. La leggendaria bellezza e intelligenza delle donne saudite che si cela dietro l’abaya, non è mitologia, è mera realtà. È il frutto di una forzata prigionia, è il risultato dato dall’aver concentrato tutte le proprie forze su loro stesse anziché impiegarle nella vita.

Questa struttura alberghiera dedicata totalmente a loro, a parer mio, poco si discosta dai già esistenti lady center, centri dove è vietato l’ingresso agli uomini e dove le donne possono ritrovarsi con le amiche, prendersi cura del proprio corpo, confrontarsi e divertirsi.

Il Luthan probabilmente libererà le donne saudite, per una volta,dal fardello di “dover chiedere permesso”, ma darà loro la possibilità di separarsi dal resto della società volontariamente e di rinchiudersi in una prigione dorata , illudendosi di essere un po’ più libere.

 

Martina Rossi

 

Per altri articoli di Martina: https://informalmentereview.wordpress.com/2014/02/20/occidente-che-passione/

 

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