Come è nato il progetto H’Exchange in Vietnam

Federico Ratini, studente di Economia e membro di Students for Humanity, racconta come è nata l’idea del progetto H’Exchange che nel 2013 ha preso vita nel Vietnam del Nord. La possibilità di aiutare il villaggio di Hau Thao a trarre economicamente beneficio dal turismo locale non è più solo un’utopia. 

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Mentre mi trovavo in scambio a Bangkok durante l’autunno del 2012, ho intrapreso insieme a un gruppo di amici, un viaggio alla scoperta del Vietnam. Tramite couch surfing abbiamo scoperto che vicino a Sapa, uno splendido villaggio nel Nord del paese a pochi chilometri dallo Yunnan (regione all’estremo Sud della Cina), vi era la possibilità di fare un “Home-stay autentico” da May, una donna di una famiglia locale appartenente alla minoranza etnica dei BlackHmong. Il posto in cui ci siamo ritrovati era assolutamente fantastico e perso in un’altra era: baite di montagna tra le risaie a terrazze dove vive immersa nella natura con i ritmi del sole una popolazione dai vestiti variopinti che ha scoperto da due anni la corrente elettrica e non conosce alcuna forma di acqua corrente se non le cascate naturali che disseminano la vallata.

In una conversazione con May, la padrona di casa mi espresse il suo problema e mi chiese aiuto per trovare una soluzione: aveva bisogno di soldi per mandare i figli a scuola e aveva capito che un ottimo modo sarebbe stato sfruttare il web per pubblicizzare gli “homestays”, ma il suo analfabetismo rappresentava un grande limite al raggiungimento del suo obiettivo. Dopo qualche bicchiere di troppo di “Happy water” (una grappa di riso prodotta a casa) le promisi che l’estate successiva l’avrei aiutata a risolvere il suo problema organizzando dei corsi di lingua per lei e le altre donne del villaggio. Tornato a Milano, ho compreso la difficoltà nel realizzare la mia promessa e che dalla parte opposta del mondo c’era un gruppo di donne che, in base alla rotazione della raccolta del riso, attendeva l’arrivo di un aiuto quando le risaie sarebbero state di nuovo gialle. Il progetto era difficile da realizzare per una serie di motivi; in particolare perché ancora non strutturato e per la complessità del luogo legata soprattutto all’assenza di infrastrutture per sistemare i volontari che avrebbero dovuto dormire per mesi in casa con i locali per terra, terra vera.

Pensai che Beatrice e Giulia, due mie care amiche e studentesse di antropologia alla School of Oriental and African Studies di Londra, potessero essere le due persone più adatte per far partire il progetto. Andai a Londra e in meno di tre giorni l’idea era pronta e i loro biglietti per Hanoi sul tavolo. Il progetto è partito e ora siamo alla ricerca di nuovi volontari per la prossima estate.

Beatrice e Giulia raccontano.

In anni recenti abbiamo assistito a un notevole aumento di interesse verso i Paesi in via di sviluppo e la loro situazione politica ed economica. ‘Development’ è ormai un comune curriculum di studi nelle università internazionali, un ambìto percorso carrieristico, nonché un’idea in voga per le vacanze estive. E’ diventato di moda negli ambienti abbienti dei paesi più ricchi e sviluppati. Da qui il proliferare di appelli contro la povertà nel mondo, di associazioni in aiuto di bambini affamati in Africa e di organizzazioni che programmano il perfetto project-abroad: al mattino due ore di servizio all’orfanotrofio locale, visita alle cascate nel pomeriggio e ritorno alla rassicurante protezione dell’hotel a tre stelle la sera – per non dimenticarci mai dei comfort che ci aspettano a casa.

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Il paradosso è che la conoscenza di questa materia così complessa e dinamica e la riflessione critica sul suo valore storico e politico non sono andate di pari passo con la strabiliante ascesa del development come argomento di conversazione sopra un caffè o un bicchiere di vino. Tutti parlano di development, ma pochi si interrogano sul significato di questo termine e sulla sua evoluzione. E’ un fatto che oggi questa parola abbia assunto l’accezione alquanto limitata di progresso verso uno stile di vita come il nostro, di crescita economica e di avvicinamento al modello politico rappresentato dalle grandi democrazie occidentali. Sviluppo è quindi troppo spesso concepito come una linea retta su cui si pongono da un lato i Paesi europei e il nord America e dall’altro, arrancando per raggiungerli, il resto del mondo. In pochi si fermano a pensare come questo modello di rappresentazione fornisca una visione ridotta e semplificata del complesso sistema di relazioni politiche ed economiche che affondano le loro radici in una storia coloniale iniziata nel sedicesimo secolo. Ancora meno sono quelli che riflettono su come il perpetrare di questo modello costituisca un’ulteriore forma di violenza verso quei Paesi che tutti quanti sono così ansiosi di aiutare.

Intristisce pensare che la visione utopistica di un mondo fatto a immagine e somiglianza del nostro – consumismo come ragione sociale, democrazia come modello politico, $ 51,749 GDP pro capite – sia l’obiettivo degli sforzi di tante giovani menti. Intristisce ancora di più pensare a quale sia il prezzo dell’intraprendere un percorso con questa meta. Senza rendercene conto, prefiggendoci il fine di migliorare le condizioni di vita dei meno fortunati, abbiamo condannato a morte ogni modo di vita che non sia conforme ai nostri standard di comfort, ogni forma di felicità diversa da quella che noi siamo abituati a pensare. Non è la voglia di aiutare che sto criticando, quella che biasimo è invece l’arbitraria impostazione (e spesso imposizione) degli obiettivi a cui quell’aiuto deve mirare.

Credo che un progetto di ‘development’ che fornisca mezzi, capacità e conoscenze che possano essere usate per il perseguimento di fini propri e non determinati da altri, sia la forma più onesta di aiuto che si possa dare – anche se molto difficile da applicare su larga scala.

È questo principio di aiuto per sé, senza strings attached, che ha ispirato H’Exchange. H’Exchange è un progetto di insegnamento della lingua Inglese e di scambio culturale che ha luogo nel villaggio di Hau Thao, Sa Pa district (Vietnam del Nord). Iniziato nell’agosto 2013 in risposta alla specifica richiesta della comunità di avere accesso a risorse supplementari per l’apprendimento della lingua inglese – la padronanza della quale permetterebbe ai Hmong di Hau Thao di trarre beneficio economico dal crescente afflusso di turisti nella regione – H’Exchange vuole essere un progetto di sostegno civile che dia la possibilità ai suoi volontari di fare esperienza e di conoscere una realtà sociale e culturale diversa. H’Exchange, inoltre, si prefigge di promuovere un positivo processo di ‘skills tranfer’ e ‘knowledge sharing’ tra i Hmong di Sa Pa e la comunità internazionale e di incoraggiare uno scambio culturale che possa “raise awareness“ sulla forte identità culturale e organizzazione sociale dei Hmong.

H’Exchange si appoggia ad una piattaforma on-line che sarà presto accessibile al seguente link www.h-exchange.org. Il sito internet ha il duplice scopo di informare gli utenti sul progetto, reclutare volontari e garantire la continuità e la coerenza del programma di insegnamento della lingua inglese tramite un’ area riservata in cui i volontari potranno scaricare materiale sulle lezioni svolte precedentemente e caricare i loro progressi e consigli per i volontari che seguiranno.

Le lezioni che hanno preso luogo nel periodo di prova sono state svolte secondo un metodo innovativo e interattivo. Considerata la varietà degli studenti, che comprende persone analfabete, l’insegnamento è stato eseguito totalmente in maniera orale. Questa caratteristica rispecchia la volontà sia degli insegnanti che degli allievi di trasmettere la lingua semplicemente per un utilizzo funzionale. Considerato che le attività economiche si concentrano soprattutto su vendita di prodotti artigianali e organizzazione di ‘home stays’ e ‘trekking tours’, l’uso che verrà fatto della lingua inglese è quasi totalmente verbale.

Per motivi simili, e per un forte credo dell’insegnamento della lingua come lingua e non come recipiente di nozioni culturali, i contenuti delle lezioni si sono sempre attenuti al contesto circostante, tenendo conto di ciò che per motivi culturali differenti non poteva essere compreso e quindi insegnato. Inoltre, ciò che ha reso le lezioni particolarmente interattive è stato l’utilizzo di giochi di gruppo, che hanno aiutato a mantenere alto il livello di partecipazione e intesa tra i volontari e i vari studenti.

Tuttavia, “l’intesa” stabilitasi tra le due parti, non si è limitata ai momenti di lezione, né ai suoi partecipanti. Al di fuori della lingua e della parola, i volontari e gli abitanti di Hau Thao si sono trovati su una piattaforma di incontro ‘reale’, fatta di interessi sostenuti da scambi equi. Le nostre lezioni sono infatti state ripagate con un alloggio e un’accoglienza totale in un posto del mondo meraviglioso e a noi nuovo, tra le verdissime catene montuose del nord del Vietnam e infiniti campi di riso. Sono state ripagate con la possibilità di scoprire tratti di una cultura enorme, antichissima e presente in varie parti del pianeta. Sono state ripagate infine dalla gioia di partecipare alle feste del villaggio e alla costruzione di strade, dalla nascita di amicizie e dall’incomparabile sensazione di sentirsi assolutamente in pace.

Questo è ciò che fino ad ora H’Exchange è stato. L’obiettivo a lungo termine del progetto è quello di ottenere un costante afflusso di volontari ad Hau Thao, che possa garantire un regolare e rapido progresso nell’apprendimento della lingua.

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H’Exchange è ora alla ricerca di volontari che possano proseguire il percorso iniziato nel trial dell’estate 2013. Per maggiori informazioni riguardo al reclutamento, riferirsi al sito.

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