Social impact bond: la Finanza incontra l’Impresa Sociale

Come risolvere l’annoso problema del finanziamento all’impresa sociale, che di fatto può contare solo sul settore pubblico e le donazioni dei privati? Sara Notargiacomo, membro di Students for Humanity, presenta in un articolo su Smartweek una proposta avanzata dal Global Shapers Rome Hub, per l’istituzione di Social Impact Bond.

Peterborough-Jail

Il terzo settore in Italia produce all’incirca il 4 % del PIL. Le organizzazioni che lo compongono (cooperative sociali, associazioni di volontariato, organizzazioni non governative, ONLUS, fondazioni, imprese sociali) sono soggetti che si pongono a metà strada tra lo Stato e le imprese e il cui fine ultimo è rappresentato dalla produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale. Non solo volontariato, ma anche attività imprenditoriali prive naturalmente dello scopo lucrativo.
Il vincolo giuridico, dettato dall’art 3 co. 2 D.lgs. n. 155/2006, che impedisce alle imprese sociali la redistribuzione degli utili, si è rivelato essere una delle principali cause della sottocapitalizzazione delle stesse nel nostro Paese. Quest’ultimo aspetto influisce negativamente sulla loro capacità di far fronte alle esigenze finanziarie precludendo loro la possibilità di far ricorso al capitale di debito. Le uniche fonti di finanziamento su cui possono fare affidamento sono rappresentate dal settore pubblico e dalle donazioni dei privati che però non riescono a garantire la stabilità finanziaria necessaria.
Numerose sono le istanze di cambiamento provenienti dalla società civile. Esse auspicano una modifica della disciplina che dia all’imprenditoria sociale la possibilità di potersi sviluppare e crescere, superando i limiti dettati dalle attuali scarse disponibilità finanziarie. È necessario incrementare dunque la loro capacità di attrazione di capitali, ma il processo legislativo da intraprendere potrebbe essere lungo e difficoltoso.
Una possibile alternativa alla modifica di legge giunge dall’innovazione finanziaria e risponde al nome di Social Impact Bond. Damiano De Felice e Stefano Gurciullo , membri del Global Shapers Rome Hub, propongono i SIB in un paper dal titolo: “I Bond ad Impatto sociale una proposta per l’Italia”. Tali strumenti si pongono come possibile soluzione ad alcuni gravi problemi sociali come, ad esempio, la recidività degli ex detenuti, i senzatetto o, ancora, i giovani a rischio di affidamento.
Si indirizzano ad attori pubblici, privati ed enti no profit e l’obiettivo perseguito è quello di ridurre i costi dello stato sociale attraverso il finanziamento di programmi di natura preventiva aventi ad oggetto, ad esempio, il reinserimento nella società degli ex carcerati.
La remunerazione del capitale per gli investitori privati è vincolata al successo di tali programmi di prevenzione e viene calcolato sulla base del risparmio che esso comporta nel lungo periodo alla casse dello Stato. Il rischio, in caso di mancato successo, ricade sulle spalle dell’investitore privato. L’orizzonte temporale su cui si sviluppano varia su un arco compreso tra i 5 e i 10 anni e il tasso di ritorno sull’investimento è legato alla performance.
È un gioco win-win in cui vincono tutti: le organizzazioni non profit che possono contare su una fonte di finanziamento stabile, gli investitori privati che riescono così a diversificare il rischio dei loro portafogli, il bilancio statale grazie ad un migliore utilizzo delle risorse pubbliche finalizzato ad eliminare gli sprechi e i cittadini che godono in tal modo di un aumento dei servizi sociali.
Sono però doverose alcune precisazioni. Innanzitutto i progetti finanziati devono avere 3 caratteristiche fondamentali: alta probabilità di successo; risparmio effettivo per la casse statali e possibilità di crescita e sviluppo grazie al confluire di nuove risorse. Inoltre, nonostante le ottime premesse, anche i Social Impact Bond presentano dei rischi quali la difficoltà di misurazione dell’impatto sociale e la de-responsabilizzazione del settore pubblico, due fattori che non rivestono di certo un’importanza marginale.
Il primo SIB è stato emesso dal Ministero della Giustizia britannico per fronteggiare l’emergenza sociale dell’altissimo tasso di recidività ,ad un anno dalla scarcerazione, degli ex detenuti condannati a pene inferiori ai 12 mesi di detenzione, prossimo al 60 %. L’esperimento è nato nel carcere di Peterborough. Grazie all’utilizzo dei SIB sono state raccolte 5 milioni di sterline, ma il rendimento verrà riconosciuto agli investitori solo se il programma sarà in grado di ridurre il tasso di recidività del 7,5 % rispetto ad un gruppo di controllo composto da ex detenuti provenienti da altre carceri britanniche.
In una recente intervista Stefano Gurciullo ha spiegato le difficoltà che i SIB stanno incontrando in Italia. Innanzitutto la legge di competitività impedisce nel nostro Paese di scegliere direttamente il soggetto finanziatore richiedendo dunque che si intraprenda una procedura d’appalto. Quest’ultima però necessità di un organo di supervisione che deve essere creato e ricevere il visto da parte di Banca d’Italia.
La procedura è stata avviata e per il momento ai promotori del Global Shapers Rome Hub non resta che aspettare speranzosi. C’è da auspicarsi che l’intero procedimento possa trovare una conclusione al più presto. In questo modo si potrà cominciare a dare una risposta concreta ad alcuni bisogni sociali che colpevolmente continuano a rimanere irrisolti e ad un terzo settore in continua espansione che necessita di risorse per continuare a crescere.

http://www.smartweek.it/social-impact-bond-la-finanza-incontra-limpresa-sociale/

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