Israele: tra sogno e realtà

Thomas De Leo è uno studente del terzo anno di Economics, Management and Finance presso l’Università Bocconi. Lo scorso semestre è stato Exchange Student a Herzlyia, città israeliana poco a Nord di Tel Aviv. Al ritorno da questo viaggio nel Paese protagonista di uno dei più antichi conflitti della nostra storia, prova a raccontarci cosa ha vissuto sulla sua pelle.

POPOLO ISRAELIANO

Gli Israeliani sono un popolo particolare e talvolta ambiguo, sebbene in generale molto gentili e generosi. Quest’ultima caratteristica vale soprattutto nei confronti degli altri membri della comunità israelita; ciò si deve in gran parte all’esperienza nell’esercito che ogni giovane israeliano deve affrontare per obbligo di legge. Tre anni di servizio militare per gli uomini e due per le donne costituiscono un’esperienza forte e formante, sia a livello collettivo che personale. Da una parte contribuisce a creare il senso di comunità e fortifica la coscienza comune del popolo, dall’altra, pone i giovani di fronte a situazioni anche difficili e compiti ardui, come la sorveglianza lungo il muro che divide il territorio israeliano da quello palestinese. La cultura dell’esercito consiste nell’aiuto reciproco e nel contributo di ciascuno.

Un ulteriore tratto comune alla maggior parte degli israeliani è l’essere chutzpah, parola ebraica, che significa “faccia tosta, sfacciataggine, spudoratezza”, un concetto originariamente negativo, che nel mondo yiddish ha però finito col prendere un significato positivo. Questo aspetto può essere riscontrato negli ambienti di lavoro come anche in ambito universitario e nell’esercito. Attraverso la mia esperienza personale ho potuto osservare per esempio quanto il rapporto tra professori e studenti sia molto informale rispetto ai nostri standard. Gli studenti si riferiscono ai docenti chiamandoli per nome ed è assolutamente normale che questi contattino i propri professori al cellulare per avere un confronto su qualsiasi problema. Questo forte carattere del popolo israeliano ha permesso al paese di sopravvivere e creare un’economia in progressiva crescita, trainata in particolare dal settore high tech.

STORIA E CONFLITTO: I RIFLESSI SULLA SOCIETA’

La storia di Israele è fondamentale per comprendere il Paese, dal momento che tutte le guerre sono state combattute per la sua sopravvivenza. Politica interna ed estera, nonché l’intera economia del paese sono basate integralmente sul suo passato e sul conflitto con gli arabi. Il popolo israeliano si è comunque nel tempo abituato alla convivenza con episodi quali i razzi che vengono lanciati da Gaza verso Israele ed altri atti terroristici. Un’abitudine che ha ormai ridotto la frequenza con cui si sente parlare della situazione storica di conflitto. Spesso infatti, i miei genitori, in Italia,venivano a conoscenza di questi episodi prima di me.

La zona di Tel Aviv è molto tranquilla, specialmente grazie alla protezione resa possibile dall’Iron Dome, una tecnologia innovativa che distrugge i razzi provenienti da Gaza facendoli esplodere in aria.

Nel corso dei quattro mesi che ho trascorso in Israele ho capito che per conoscere pienamente la realtà del conflitto occorre osservarlo in prima persona, poiché i media internazionali rischiano spesso di essere tendenziosi o quantomeno limitati nel riportare i fatti. Emblematico è il fatto che prima della mia partenza tutti i miei amici mi considerassero un pazzo per la scelta della destinazione, convinti che fossi diretto in una zona in piena guerra!

Tra i ragazzi stranieri che ho avuto occasione di conoscere, molti erano studenti di scienze politiche, quindi particolarmente coinvolti e interessati alle vicende storiche e politiche del Paese. Grazie ad uno di loro ho avuto la possibilità di trascorrere alcuni giorni in Palestina (Betlemme, Hebron e Qalqilya) in compagnia di un locale. Questi pochi giorni sono stati l’occasione per vivere l’altra parte di un conflitto che, fino a quel momento, avevo conosciuto solamente attraverso gli occhi degli israeliani. E’ sorprendente il fatto che di uno stesso avvenimento vengano date due chiavi di lettura del tutto opposte: la stessa costruzione del muro, che per gli israeliani è stata un’imprescindibile strategia di difesa dagli attacchi terroristici, per i palestinesi ha rappresentato invece un attacco aperto.

La maggior parte dei beni di prima necessità come acqua ed alimenti che arrivano in territorio palestinese provengono proprio da Israele. Secondo la versione israeliana dei fatti questi aiuti rappresentano un atto di generosità, mentre, parlando con i locali, la prima realtà ad emergere è quella dell’insufficienza dei mezzi di sostentamento che ricevono per il totale della popolazione che ne necessiterebbe.

Il territorio palestinese è inoltre suddiviso in tre tipologie di aree: le prime totalmente controllate dall’esercito israeliano, le seconde caratterizzate dalla convivenza dei due popoli, mentre le ultime interamente autonome. A rientrare nella prima categoria vi sono alcuni “Settlements” israeliani: vere e proprie colonie di ebrei che vengono incentivati a trasferirvisi attraverso ingenti aiuti economici da parte del Governo. Più volte l’Unione Europea ha posto il divieto di destinare alle colonie in Palestina i propri finanziamenti allo stato di Israele, direttive che però continuano a non essere rispettate dal Governo, costituendo ennesimo motivo di conflitto tra i due popoli.

 ISRAELE E OCCIDENTE

Israele è un Paese occidentale a tutti gli effetti. In particolare è forte il legame con gli Stati Uniti; sono molti gli ebrei che vivono in America, il cui più grande sogno è che i propri figli possano trascorrere almeno un periodo di studio, come nel caso dei miei due coinquilini.

Lo stato di Israele incentiva molto il rientro nel territorio nazionale da parte degli ebrei dislocati in tutto il mondo. La procedura è infatti stabilita da un apposito programma, Aliyà, parola ebraica opposta al concetto di diaspora. Il programma regola e mette in pratica il diritto di ogni ebreo ad emigrare nello stato di Israele, sancito dalla cosiddetta Legge del Ritorno.Esso prevede agevolazioni economiche per le famiglie che decidono di trasferirsi, quali: supporto nella ricerca di impiego lavorativo e abitazione, aiuti finanziari per gli studenti, organizzazione, via nave, del trasporto delle automobili dal Paese di provenienza ad Israele. Quest’ultimo servizio è dovuto all’altissimo livello dei prezzi del mercato automobilistico israeliano.

Per acquisire la cittadinanza israeliana occorre prestare servizio nell’esercito per almeno sei mesi. Il ragazzo cileno che ho avuto modo di conoscere ha iniziato il processo di acquisizione della cittadinanza completando i sei mesi di servizio obbligatori, per poi decidere di proseguire il suo operato nelle forze militari per altri tre anni, motivato dalla causa e lo spirito dell’esercito.

A contribuire all’occidentalizzazione del Paese dunque, sono stati i flussi migratori di ebrei provenienti soprattutto da Russia, Francia e America del Nord. Ciò fa sì che l’impressione che si ha camminando nel centro di Tel Aviv non sia certo quella di trovarsi in un’area del Medio Oriente. L’orientamento democratico, la religione ebraica e in generale i costumi occidentali molto diffusi, creano un’atmosfera non troppo diversa da quelle dei nostri grandi centri urbani.

                                                                                                                                    Thomas De Leo

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